Chris Eckman The Land We Knew The Best
2025 - Glitterhouse
È appena passato dall'Italia per un breve tour il singer songwriter Chris Eckman, l'ex Walkabouts dalle numerose e prestigiose collaborazioni, e ha confermato il proprio talento di narratore e musicista (qui il live report). Ora è tempo di ascoltare e consigliare il nuovo lavoro, The Land We Knew The Best, per l'etichetta Glitterbeat, di cui è responsabile, dopo aver abbandonato gli Stati Uniti ed essersi stabilito a Lubiana in Slovenia, dove vivono i musicisti che lo accompagnano. Ed è proprio uno sguardo da lontano, eppure vicino al cuore, quello che il cantautore rivolge alla propria patria, e ai tempi che stiamo vivendo, illustrando la situazione con una penna acuta e cinematografica, e interpretando le otto tracce con voce profonda e intensa.
Al risultato finale, coinvolgente, gotico, vagamente ipnotico, contribuiscono gli arrangiamenti per archi della compositrice Catherine Graindorge, in cui i suoni si miscelano costantemente in un dialogo serrato tra piano, archi e chitarre, per un effetto psichedelico e classico insieme, prodotto e mixato da Alastair McNeil, già presente nel disco precedente, che dona un tessuto coeso e poliedrico a tutti i suoni, mantenendo lo spirito complessivo di un impatto live, in modo che si percepisca che quanto ascoltiamo è effettivamente quanto è stato suonato e cantato da tutta la band e da Eckman, senza sovrapposizioni e alterazioni.
È difficile scegliere quale sia la migliore, tra le canzoni proposte, perché tutte possiedono uno spirito guida, una luce interiore, che le fa brillare, ciascuna in modo peculiare: dal lungo, struggente lamento in Genevieve, col piano lirico di Jana Beltran, e il violino di Grandorge, alla visione di un'idea migliore di esistenza in Town Lights Fade, illuminata da bagliori chitarristici eleganti e misurati (l'unica volta in cui il cantautore suona l'elettrica), alla sferzante Running Hot, in cui sembra di intravedere la città in cui vive, Lubiana, e il suo dialogo tra pianure e montagne - tra l'altro, ritratte anche nelle splendide foto di cui è ricco l'album, opera dello stesso Eckman -, alla cavalcata energica e pungente di Buttercup, dal ritmo implacabile ("Less is more...until less is less"). Ma non sono da dimenticare nemmeno Laments, con echi alla Crazy Horse, l'intima Haunted Nights, con una pedal steel da brividi (Andraz Mazi), efficaci background vocals di Beltran e un'ispirazione che sorprendentemente mescola il folk di Kristofferson e certe ballate ipnotiche dei R.E.M. come Country Feedback, o l'onirica The Crane, un volo di cicogne che suggerisce il desiderio di libertà.
Difficile, dunque, sottrarsi all'elenco delle otto canzoni; quindi, ricordiamo anche la conclusiva Last Train Home, in cui la profonda voce di Eckman dialoga con il piano, in una ballata eterea e ispirata, mentre la voce di Beltran sfuma dolcemente, in un addio lungo una vita, in una landa nebbiosa, come nell'ultima foto. Disco importante, prezioso, tutto da ascoltare, leggere e ammirare, in un'immersione nelle emozioni.
Al risultato finale, coinvolgente, gotico, vagamente ipnotico, contribuiscono gli arrangiamenti per archi della compositrice Catherine Graindorge, in cui i suoni si miscelano costantemente in un dialogo serrato tra piano, archi e chitarre, per un effetto psichedelico e classico insieme, prodotto e mixato da Alastair McNeil, già presente nel disco precedente, che dona un tessuto coeso e poliedrico a tutti i suoni, mantenendo lo spirito complessivo di un impatto live, in modo che si percepisca che quanto ascoltiamo è effettivamente quanto è stato suonato e cantato da tutta la band e da Eckman, senza sovrapposizioni e alterazioni.
È difficile scegliere quale sia la migliore, tra le canzoni proposte, perché tutte possiedono uno spirito guida, una luce interiore, che le fa brillare, ciascuna in modo peculiare: dal lungo, struggente lamento in Genevieve, col piano lirico di Jana Beltran, e il violino di Grandorge, alla visione di un'idea migliore di esistenza in Town Lights Fade, illuminata da bagliori chitarristici eleganti e misurati (l'unica volta in cui il cantautore suona l'elettrica), alla sferzante Running Hot, in cui sembra di intravedere la città in cui vive, Lubiana, e il suo dialogo tra pianure e montagne - tra l'altro, ritratte anche nelle splendide foto di cui è ricco l'album, opera dello stesso Eckman -, alla cavalcata energica e pungente di Buttercup, dal ritmo implacabile ("Less is more...until less is less"). Ma non sono da dimenticare nemmeno Laments, con echi alla Crazy Horse, l'intima Haunted Nights, con una pedal steel da brividi (Andraz Mazi), efficaci background vocals di Beltran e un'ispirazione che sorprendentemente mescola il folk di Kristofferson e certe ballate ipnotiche dei R.E.M. come Country Feedback, o l'onirica The Crane, un volo di cicogne che suggerisce il desiderio di libertà.
Difficile, dunque, sottrarsi all'elenco delle otto canzoni; quindi, ricordiamo anche la conclusiva Last Train Home, in cui la profonda voce di Eckman dialoga con il piano, in una ballata eterea e ispirata, mentre la voce di Beltran sfuma dolcemente, in un addio lungo una vita, in una landa nebbiosa, come nell'ultima foto. Disco importante, prezioso, tutto da ascoltare, leggere e ammirare, in un'immersione nelle emozioni.
