Chiara Raggi Zenta
2026 - Musica di Seta
Poesia, radici, gente comune: ingredienti difficili da coniugare, perché si rischia di scivolare nel luogo comune, nel cliché, nei nostalgismi di bassa lega (appunto...). Invece Chiara Raggi, sensibile cantautrice ed energica sostenitrice delle sue colleghe con l'etichetta Musica di Seta, riminese dal lato materno e santarcangiolese da quello paterno, riesce a evitare ogni ostacolo, e, in Zénta, mette se stessa, le proprie radici, i suoni dell'infanzia, i ricordi e la poesia di Annalisa Teodorani, che è anche ospite con la sua voce e alcune poesie.
Ma non basta: stavolta Raggi ha affidato la produzione di questo nuovo lavoro discografico a Gianluca Morelli (LandLord, Collettivo Frontera), che ha costruito attorno a ogni canzone un'atmosfera originale e coinvolgente. Le chitarre di Raggi si fondono col sintetizzatore, con suoni elettronici e loop, come in Aira da nòiva, e restituiscono tutta l'eterna contemporaneità dei temi trattati. Dopo La natura e la pazienza e In punta di corde, con Giovanna Famulari, la cantautrice attinge a ricordi, personali e letterari, e sceglie il vernacolo romagnolo per comunicare in modo musicale, ancestrale si direbbe, grazie alla sua struttura fonetica, resa celebre dalle poesie di Tonino Guerra, Raffaello Baldini, Gianni Fucci.
Insieme a lei, impreziosiscono il lavoro il pianoforte e i synth del riminese Enrico Giannini, due cantautori, anch'essi riminesi, Massimo Marches alla chitarra resofonica, acustica e mandolino nella dolcissima e poetica Dò t ci?, e Daniele Maggioli alla voce in Voula, il fisarmonicista Stefano Zambardino in Aria da nòiva e, sempre in Voula, la Banda 21 Rulli, la prima banda inclusiva della Romagna diretta da Marco “Kino” Capelli.
Da Voula occorre partire per capire lo spirito del disco: al parlato, che elenca una serie di imposizioni che limitano la libertà di una donna ("fa la brava...non sporcarti...stai zitta...farmi arrabbiare...mangia e sta' zitta...non ti vergogni?..."), si oppone il cantato, che - importante: Raggi e Maggioli, come fossero entrambi i genitori - invita a volare lontana "dalla gabbia", a fare "quello che ti senti", sulle ali di un violino che si innesta sul ritmo cadenzato dei passi di chi si allontana dalle prigioni delle convenzioni e delle paure. Perché è questo che la cantautrice desidera comunicare: è possibile volare liberi, solo se si conoscono le proprie radici, le si rispettano, ma, anche se ne prendono le distanze ogni qualvolta le si giudichino degli ostacoli alla nostra realizzazione. Raggi infatti afferma: "Zénta mi connette intimamente a mio padre, alla storia della mia famiglia - in paese i Raggi sono “i Ribuglioun”, coloro che si ribellano - e in questo viaggio musicale mi sono ribellata fortemente in primis a me stessa, all’idea di dover fare tutto da sola, di dover tenere tutto sotto controllo."
Il percorso della cantautrice tra i ricordi è lucido e per niente nostalgico, e usa il dialetto per arricchire di venature antiche sensazioni e sentimenti attuali, segnando il tempo del passato con la consapevolezza del presente, come in Ta t'arcòrd, deliziosa ballata d'autore, fresca e immediata, elenco di momenti trascorsi, ma mai perduti; sul tutto, una voce versatile e limpida, che passa dall'ironia all'energia, dalla dolcezza di una ninnananna per una burdèla, la figlia, all'intensità di parlati densi di poesia, come quello in Mer Amoigh (Mare amico): "Il rumore della notte sta nel fondo di una conchiglia vuota, là dove si raccoglie il mare, che non vedi ma sai che c’è, e lo senti quando cambia il vento".
Ascolto raffinato e popolare, suonato e cantato col cuore di chi sa la strada verso casa. Indimenticabile.
Ma non basta: stavolta Raggi ha affidato la produzione di questo nuovo lavoro discografico a Gianluca Morelli (LandLord, Collettivo Frontera), che ha costruito attorno a ogni canzone un'atmosfera originale e coinvolgente. Le chitarre di Raggi si fondono col sintetizzatore, con suoni elettronici e loop, come in Aira da nòiva, e restituiscono tutta l'eterna contemporaneità dei temi trattati. Dopo La natura e la pazienza e In punta di corde, con Giovanna Famulari, la cantautrice attinge a ricordi, personali e letterari, e sceglie il vernacolo romagnolo per comunicare in modo musicale, ancestrale si direbbe, grazie alla sua struttura fonetica, resa celebre dalle poesie di Tonino Guerra, Raffaello Baldini, Gianni Fucci.
Insieme a lei, impreziosiscono il lavoro il pianoforte e i synth del riminese Enrico Giannini, due cantautori, anch'essi riminesi, Massimo Marches alla chitarra resofonica, acustica e mandolino nella dolcissima e poetica Dò t ci?, e Daniele Maggioli alla voce in Voula, il fisarmonicista Stefano Zambardino in Aria da nòiva e, sempre in Voula, la Banda 21 Rulli, la prima banda inclusiva della Romagna diretta da Marco “Kino” Capelli.
Da Voula occorre partire per capire lo spirito del disco: al parlato, che elenca una serie di imposizioni che limitano la libertà di una donna ("fa la brava...non sporcarti...stai zitta...farmi arrabbiare...mangia e sta' zitta...non ti vergogni?..."), si oppone il cantato, che - importante: Raggi e Maggioli, come fossero entrambi i genitori - invita a volare lontana "dalla gabbia", a fare "quello che ti senti", sulle ali di un violino che si innesta sul ritmo cadenzato dei passi di chi si allontana dalle prigioni delle convenzioni e delle paure. Perché è questo che la cantautrice desidera comunicare: è possibile volare liberi, solo se si conoscono le proprie radici, le si rispettano, ma, anche se ne prendono le distanze ogni qualvolta le si giudichino degli ostacoli alla nostra realizzazione. Raggi infatti afferma: "Zénta mi connette intimamente a mio padre, alla storia della mia famiglia - in paese i Raggi sono “i Ribuglioun”, coloro che si ribellano - e in questo viaggio musicale mi sono ribellata fortemente in primis a me stessa, all’idea di dover fare tutto da sola, di dover tenere tutto sotto controllo."
Il percorso della cantautrice tra i ricordi è lucido e per niente nostalgico, e usa il dialetto per arricchire di venature antiche sensazioni e sentimenti attuali, segnando il tempo del passato con la consapevolezza del presente, come in Ta t'arcòrd, deliziosa ballata d'autore, fresca e immediata, elenco di momenti trascorsi, ma mai perduti; sul tutto, una voce versatile e limpida, che passa dall'ironia all'energia, dalla dolcezza di una ninnananna per una burdèla, la figlia, all'intensità di parlati densi di poesia, come quello in Mer Amoigh (Mare amico): "Il rumore della notte sta nel fondo di una conchiglia vuota, là dove si raccoglie il mare, che non vedi ma sai che c’è, e lo senti quando cambia il vento".
Ascolto raffinato e popolare, suonato e cantato col cuore di chi sa la strada verso casa. Indimenticabile.
