Bill Callahan My Days of 58
2026 - Drag City
Why do men sing? Una domanda che Bill Callahan ci pone nel lunghissimo brano che apre il suo nuovo disco, My days of 58 - con la sua voce arrochita dagli anni e dalle esperienze, così simile a quel Lou Reed che cita nella canzone - che arriva dopo Ytilaer, del 2022, e il live Resuscitate!, del 2024. Suoni ossimorici, distorti e armoniosi nello stesso tempo; le chitarre di The man I'm supposed to be dialogano con i versi proattivi di un uomo che vuole prendere sul serio la vita, ridendo in faccia alla morte; oppure, in Pathol O.G., i fiati danno appunto fiato, per sei minuti, a una sorta di testamento spirituale, di confessione spoken word sulla fatica di vivere, e sull'obbligo presunto di salire la scala, sociale o esistenziale. Infine, in And Dream Land, la conclusione sconfina in un inedita commistione tra punk e jazz, grazie alla miracolosa batteria di Jim White, con cui il cantautore ha registrato la base di tutte le tracce, per poi chiamare i musicisti e ricostruire in sala di incisione l'atmosfera libera di un live, tra sperimentazioni e improvvisazioni.
Denso di riferimenti spirituali o filosofici, o piuttosto surreali o metafisici, il disco guida l'ascoltatore in un percorso all'interno non solo dell'anima e dei pensieri del cantautore, ma anche in ciascuno di noi, che popola la Lonely city di questo globo abbandonato a se stesso. All'atmosfera sospesa contribuiscono in maniera consistente e convinta i musicisti di cui Callahan si circonda, dal chitarrista Matt Kinsey, al sax e al corno di Dustin Laurenzi, e ancora Richard Bowden al fiddle, il pianista Pat Thrasher, il bassista Chris Vreeland, il pedal steel lunare di Bill McCullough, da gustare in West Texas o Highway Born, e il trombonista Mike St. Clair, che donano intensità e densità quasi materica a ogni canzone.
Eppure, i brividi veri arrivano quando Callahan ci apre il suo cuore, con confessioni autobiografiche come in Empathy, sbilenca lettera al padre, ruvida e densa di calore, profonda riflessione sul passaggio del tempo e sulla trasformazione da figlio a padre. A tanta intima forza corrisponde indubbiamente un'identica fragilità, dovuta a una recente diagnosi di cancro al colon, fortunatamente al primo stadio, che però ha costretto il cantautore a essere operato e a guardarsi dentro, a ristabilire priorità e indagare a fondo nella propria vita. Il cantautore, a 58 anni (vedi il titolo...), non deve più dimostrare niente, ma abbandonarsi alla creazione pura e semplice, guidata da una mente sempre lucida, e da un senso musicale che spazia con consapevolezza nella storia, la propria e quella dei propri riferimenti. Si ascolti ad esempio Computer: i suoni waitsiani, sospesi tra quelli elettronici e quelli analogici, permettono alla sua voce di spiccare nella domanda"Hey human...are you human?" e ci spingono a cantare con lui "I'm not a robot and I never will be", perché "solo perché una cosa esiste, non significa che dovrebbe esistere": una sfida ai cultori dell'autotune...
C'è spazio per tutto, in una vita: per il lutto e la gioia, per i grandi dolori e le piccole gioie, che è il caso di celebrare, come in Lake Winnebago, con la deliziosa seconda voce di Eve Searls, o nella canzone on the road dal sapore country Highway Born, col controcanto del piano, o ancora nell'ariosa Stepping Our For Air, dall'interplay jazzy, tra uso percussivo del piano, fiati in grande evidenza e la chitarra a ricamare trame sottili. Callahan sa cantarla tutta, la vita, e ci invita a farlo anche noi, con la pensosa leggerezza di chi ha temuto di perderla. Un'ora di puro piacere, di pensieri profondi, di emozioni, che si chiude con l'ipnotica The World is Still, atmosfera antelucana, sospesa e meditativa, in attesa di un nuovo giorno, o di una nuova pagina di vita, tutta da scrivere.
"E quando morirò, seppellitemi lontano, così potrò fare un ultimo lungo viaggio, lungo l'autostrada"(Highway born): il più tardi possibile, Bill. Abbiamo bisogno di te, ancora un bel po'. Noi sappiamo perché gli uomini cantano: perché hanno un'anima come la tua.
Denso di riferimenti spirituali o filosofici, o piuttosto surreali o metafisici, il disco guida l'ascoltatore in un percorso all'interno non solo dell'anima e dei pensieri del cantautore, ma anche in ciascuno di noi, che popola la Lonely city di questo globo abbandonato a se stesso. All'atmosfera sospesa contribuiscono in maniera consistente e convinta i musicisti di cui Callahan si circonda, dal chitarrista Matt Kinsey, al sax e al corno di Dustin Laurenzi, e ancora Richard Bowden al fiddle, il pianista Pat Thrasher, il bassista Chris Vreeland, il pedal steel lunare di Bill McCullough, da gustare in West Texas o Highway Born, e il trombonista Mike St. Clair, che donano intensità e densità quasi materica a ogni canzone.
Eppure, i brividi veri arrivano quando Callahan ci apre il suo cuore, con confessioni autobiografiche come in Empathy, sbilenca lettera al padre, ruvida e densa di calore, profonda riflessione sul passaggio del tempo e sulla trasformazione da figlio a padre. A tanta intima forza corrisponde indubbiamente un'identica fragilità, dovuta a una recente diagnosi di cancro al colon, fortunatamente al primo stadio, che però ha costretto il cantautore a essere operato e a guardarsi dentro, a ristabilire priorità e indagare a fondo nella propria vita. Il cantautore, a 58 anni (vedi il titolo...), non deve più dimostrare niente, ma abbandonarsi alla creazione pura e semplice, guidata da una mente sempre lucida, e da un senso musicale che spazia con consapevolezza nella storia, la propria e quella dei propri riferimenti. Si ascolti ad esempio Computer: i suoni waitsiani, sospesi tra quelli elettronici e quelli analogici, permettono alla sua voce di spiccare nella domanda"Hey human...are you human?" e ci spingono a cantare con lui "I'm not a robot and I never will be", perché "solo perché una cosa esiste, non significa che dovrebbe esistere": una sfida ai cultori dell'autotune...
C'è spazio per tutto, in una vita: per il lutto e la gioia, per i grandi dolori e le piccole gioie, che è il caso di celebrare, come in Lake Winnebago, con la deliziosa seconda voce di Eve Searls, o nella canzone on the road dal sapore country Highway Born, col controcanto del piano, o ancora nell'ariosa Stepping Our For Air, dall'interplay jazzy, tra uso percussivo del piano, fiati in grande evidenza e la chitarra a ricamare trame sottili. Callahan sa cantarla tutta, la vita, e ci invita a farlo anche noi, con la pensosa leggerezza di chi ha temuto di perderla. Un'ora di puro piacere, di pensieri profondi, di emozioni, che si chiude con l'ipnotica The World is Still, atmosfera antelucana, sospesa e meditativa, in attesa di un nuovo giorno, o di una nuova pagina di vita, tutta da scrivere.
"E quando morirò, seppellitemi lontano, così potrò fare un ultimo lungo viaggio, lungo l'autostrada"(Highway born): il più tardi possibile, Bill. Abbiamo bisogno di te, ancora un bel po'. Noi sappiamo perché gli uomini cantano: perché hanno un'anima come la tua.
