Aguirre Belle Epoque
2023 - Snowdonia
Chi lo ha detto che il prog è morto? Se si dovesse riassumere in poche parole questo disco, mi verrebbe di iniziare così questa recensione ascoltando il primo brano dell’album degli Aguirre Belle Epoque. E invece la musica evolve in direzione obliqua con la seguente Bambola chimica, rivelando l’anima pop che sfugge ai canoni a cui siamo abituati, e subito qualcosa sfugge e ritorna, appare e scompare attraverso un testo che ci ricorda una certa scuola fiorentina, fatta da gruppi come Diaframma, Moda e Litfiba. Devo ricredermi di traccia in traccia, però; procedendo in senso antiorario, tornano respiri persino vicini alle suggestioni inglesi di Peter Hammill, costruzioni su tappeti tastieristici che conservano memoria di certe canzoni progressive degli anni d’oro.
Tuttavia non vi traggano in inganno le mie parole; c’è moltissima originalità in ogni angolo: una vera sorpresa è L’anacoreta, che miscela un testo surreale e suggestioni disparate nell’arrangiamento (da cui si evince una ricerca che va ben al di là del pop): musica colta che non vuole essere presa troppo sul serio, insomma.
Già a questo punto potrei dirvi che gli Aguirre convincono e si ritagliano uno spazio che li rende riconoscibili. Mi piace l’accostamento di certi accordi dissonanti, associati a testi asciutti e complessi insieme.
Tanto per dare una connotazione a un progetto talmente inusuale, vale la pena di dire che questo è il secondo album degli Aguirre, e che il loro esordio risale al 2012; sono serviti ben dieci anni per poter ascoltare il seguito della narrazione di un percorso a tappe, costellato di influenze (ovviamente non solo prog) pensate da Giordano De Luca, Martino Cappelli, Alice Salvagni e Giulio Maschio.
Di più non dico: cercatelo e ascoltatelo, ne vale la pena, se non altro perché trattasi di prodotto artigianale fatto a mano: certamente con tanta passione.
Tuttavia non vi traggano in inganno le mie parole; c’è moltissima originalità in ogni angolo: una vera sorpresa è L’anacoreta, che miscela un testo surreale e suggestioni disparate nell’arrangiamento (da cui si evince una ricerca che va ben al di là del pop): musica colta che non vuole essere presa troppo sul serio, insomma.
Già a questo punto potrei dirvi che gli Aguirre convincono e si ritagliano uno spazio che li rende riconoscibili. Mi piace l’accostamento di certi accordi dissonanti, associati a testi asciutti e complessi insieme.
Tanto per dare una connotazione a un progetto talmente inusuale, vale la pena di dire che questo è il secondo album degli Aguirre, e che il loro esordio risale al 2012; sono serviti ben dieci anni per poter ascoltare il seguito della narrazione di un percorso a tappe, costellato di influenze (ovviamente non solo prog) pensate da Giordano De Luca, Martino Cappelli, Alice Salvagni e Giulio Maschio.
Di più non dico: cercatelo e ascoltatelo, ne vale la pena, se non altro perché trattasi di prodotto artigianale fatto a mano: certamente con tanta passione.