Michele Gazich

Michele Gazich

FolkClub (Torino)


29/11/2014 - di Elena Bertoni
Un locale mitico, il FolkClub di Torino, per l’ultimo concerto del 2014 di un grandissimo artista italiano. Michele Gazich infatti, dopo un anno per lui molto intenso dal punto di vista umano e professionale,  si è presentato sul palco lo scorso sabato, davanti ad un centinaio di spettatori,  per raccontare la sua bellissima “Una Storia di mare e di sangue”.

Dopo un semplice ma sentito “Buonasera amici..” il concerto inizia con Guerra Civile,  splendido brano tratto dal primo lavoro Dieci canzoni di Michele Gazich con La nave dei folli , dove “..…Dio  sopravvive nei dettagli, nelle crepe dei centri commerciali…”, con Michele al violino e Marco Lamberti alla chitarra.   Poi, dopo che gli altri componenti della band sono saliti sul palco, Michele prende per  mano l’attentissimo pubblico per condurlo nel suo epico ed emozionante viaggio attraverso la storia della sua famiglia , proponendo quindi  interamente, e nella stessa sequenza, tutti i brani del suo ultimo disco “Una Storia di mare e di sangue”  uno dei dischi più belli pubblicati in Italia nel 2014, iniziando dalla title-track e facendo precedere ogni brano da una breve introduzione per spiegarne il contesto ed il significato.

Così siamo a Istabul nel 1870 con Il mare oltre il giardino, cantata assieme alla bravissima Francesca Rossi, e pare proprio di essere circondati da atmosfere e profumi orientali per poi, con un cambio di ritmo che si fa più vivace e che ricorda quello delle terre dell’est, arrivare a Zara per assistere al corteggiamento e alle nozze della bisnonna di Michele con Oci bei oci de bissa, cantata in dialetto veneto.

Dopo questa atmosfera di festa, ci ritroviamo su una nave diretta in America dove la nonna  di Michele si reca per raggiungere il marito andato là a cercare  fortuna, accompagnati  dalla viola di Michele, da un brano struggente e da parole ricche di poesia, Preghiera de la zente zaratina.  Eccoci quindi arrivati in America con Un sogno americano con Michele scatenato con il suo fiddle che “…racchiude tutti i miei viaggi e le mie storie..” per una ballata dal ritmo trascinante, tanto che viene naturale battere i piedi a tempo. Il sogno però finisce quando il nonno minatore diventa cieco ed il clarinetto di Alessandra Rossi ci guida in Finisterre,  una esplorazione delle tenebre mentre il violino di Michele grida lo strazio di quest’uomo che non vede più.

Il pubblico è rapito dalle atmosfere e dall’intensità delle storie raccontate, tra privato e Storia, e regala agli artisti lunghi e convinti applausi.

Così si ritorna a Zara, con il Valzer dei trent’anni, un valzer che racconta gli anni tra il ‘15 e il ‘45, parla degli Asburgo, del fascismo, della guerra, per arrivare poi a Venezia, in Venezia 1948, con un brano che grazie alla presenza della tromba esprime tutto il dolore e lo struggimento di questi profughi da Zara e dall’Istria,  confinate nei campi profughi. Perché non siamo rimasti a bere latte sotto gli ulivi?, è una poesia in musica, il cui testo è fatto solo di domande poste da chi è dovuto migrare e ancora una volta il violino ci aiuta a comprendere la disperazione ed il dolore di questi profughi. Con la casa nella neve termina la prima parte di questo favoloso viaggio nella musica e nella poesia.

La magia riprende dopo il breve intervallo con Michele che regala altre perle ad un pubblico sempre più attento ed entusiasta. Ed ecco Collemaggio, dedicata ai terremotati dell’Aquila, Come Giona, quasi recitata da Michele Gazich su un tappeto sonoro creato dal ritmo ossessivo del violoncello,  ripetuto per tutto il brano, per poi sfumare nel finale con la sola voce di Michele che recita in latino, Fuoco nero su fuoco biancoL’angelo ucciso dedicata a PierPaolo Pasolini, uno schiaffo che ci arriva accompagnato dalla dolcezza della melodia, mentre Il latte nero dell’Alba, tratta da una poesia di Paul Celan, che è il latte che gli ebrei bevono prima di andare a morire, è di una intensità tale da fare quasi male.

Il concerto si chiude, purtroppo, dopo quasi due ore con Ultima canzone d’amore, amore che ha ispirato tutto e che sopravviverà alle canzoni e anche al suo autore.

Emozionante, intenso, grandissimo Michele Gazich e bravissimi i suoi compagni sul palco: Marco Lamberti, “maestro dell’anima”, alla chitarra, Alessandra Rossi , che “sa insegnare al vento dove soffiare” al clarinetto, Francesca Rossi, “la donna in grado di trasformare il suono in luce” al violoncello e voce e Pietro Campi alla chitarra, tromba e flauto in legno.

A questo punto altre parole sarebbero inutili, se potete non perdetevi  un concerto di Michele Gazich, è un grande momento di spiritualità, di riflessione, di poesia, di affermazione di grandi e veri valori, di bella musica, puro cibo e arricchimento per la nostra  anima che pochi artisti oggi sono veramente  in grado di offrirci.

 
Foto di Giuseppe Verrini