Lyle Lovett

Lyle Lovett

Festival Villa Arconati


21/07/2011 - di Gianni Zuretti
Il gentleman Lyle Lovett ha generosamente dichiarato, durante il suo show, di aver molto apprezzato il set di apertura di Joan As Policewoman (di cui ha ampiamente riferito Vito Sartor su queste pagine), a questo proposito ci pare doveroso aggiungere che questi coraggiosi accostamenti, tra suoni più attuali e i vecchi suoni dei mostri sacri, seppur frutto di buone intenzioni, finiscono inevitabilmente per far soccombere i primi rivelando, spesso, l’assoluta povertà della scena contemporanea a discapito del sano vecchio cantautorato che, replicherà pure una lezione vecchia come il mondo, ma quanta classe, che eleganza, quali suoni!

Lovett e la band quando sono apparsi, dopo il laborioso cambio palco (ma perché parte del pubblico di Joan Wasser se ne è andato? Se fosse rimasto avrebbe potuto comprendere che forse “studiando” i classici il percorso di assimilazione della musica è, per loro, lungo e tutto da colmare) dicevamo di Lovett& band, parevano un team di consulenti della Ernst & Young in missione a Villa Arconati così com’erano, tutti vestiti con rigoroso abito grigio e cravatta d’ordinanza, davvero carini.

Fin dai primi suoni si è capito che la nostra sfida al alle condizioni climatiche di una bella serata ma sin troppo fresca, ci avrebbe ricompensato con una prestazione straordinaria, che concerto! Probabilmente Lyle Lovett in Italia, al di fuori degli addetti ai lavori, è conosciuto da pochi amanti del cinema a stelle e strisce per le sue apparizioni in pellicole di qualità oppure, molto più banalmente, per essere stato il marito di Julia Roberts, in realtà stiamo parlando dell’artista texano come di uno dei più rappresentativi nel campo della musica cosiddetta Americana, un genere  frutto di quel sapiente mix tra country, folk, bluegrass, blues e gospel. La sua ultima apparizione con John Hiatt (lo scorso anno) era stata semplicemente strepitosa e pareva difficile bissare l’intensità e il livello qualitativo di quella mirabile serata al Conservatorio ma a Villa Arconati, accompagnato da un combo costituito da cinque fantastici musicisti, Lovett è salito in cattedra ed ha comunicato ai presenti che non c’è Mellencamp che tenga, lui si che riesce da venticinque anni a riprodurre quella incredibile patina, presente nei suoi dischi in studio, anche dal vivo.

Dicevamo di una band stellare capitanata dal drummer più richiesto d’America, Russ Kunkel, che con una sezione ritmica duttile e pastosa con (Krauss al contrabbasso e Gilmer alle percussioni) ci ha deliziato per tutto il concerto ma molto merito anche ai due giovani pards di Lyle, il violinista, cantante  Luke Bulla e il chitarrista, mandolinista, cantante Keith Sewell, davvero due talenti al servizio del leader che lasciano intravedere qualità per un futuro roseo.

Lovett appare nella solita splendida forma e disponibilità e sciorina tutto il suo sapere che attraversa i generi della musica americana e alla fine la sensazione di aver assistito ad un manuale sulla stessa è evidente, le sue ballate strappano il cuore, come lui stesso dice “una canzone country ti può rendere triste ma una bluegrass ti può uccidere”, fortunatamente non abbiamo visto nè tristi nè morti ma persone dannatamente coinvolte e sempre più estasiate, con tanto di siparietto tra Lyle e lo spettatore che ha chiesto (e puntualmente è stato soddisfatto) Friend of the devil; mai sentita una versione così coinvolgente senza la chitarra di Jerry Garcia!

Come dicevo si è passati dal gospel di I Will Rise Up, alle ballate da lacrima, cariche di malinconia (vero marchio di fabbrica del Nostro) come North Dakota, If I Had a Boat, alla versione molto bluesata di My Baby Don’t Tolerate che mette in mostra l’eccellenza della band, ai pezzi country energetici, ai bluegrass suonati come tradizione vuole tutti in circolo senza batteria e percussioni, ai pezzi finali, una cover di Townes Van Zandt, White Freight Liner Blues e il traditional da pelle d´oca Ain’t no More Canes on the Brazos, show stupendo!.

Con la performance di Lyle Lovett cala anche il sipario su una discreta 23 esima edizione del Festival di Villa Arconati, ancor più apprezzabile in considerazioni dei tempi magri che stiamo vivendo, forse proprio per questo motivo qualche scelta è stata più orientata alla partecipazione numerica di pubblico (a garanzia dell’incasso) piuttosto che al valore artistico di qualche ospite (italiano), anche se ne comprendiamo la correttezza (per allargare l’offerta) e la necessità. La mancanza della copertura dei posti ci ha privato di uno degli ospiti più attesi (Cassandra Wilson), in ogni caso la fortuna ha baciato la temerarietà dell’organizzazione, forse questo capitolo dovrebbe essere oggetto di attenta valutazione per il prossimo anno, in fondo stiamo parlando di una delle rassegne più belle e importanti in Italia.

foto di Vito Sartor


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