Tra le mie passioni segrete ci sono sicuramente i Finley; una passione che ho tenuto nascosta negli ultimi anni e che penso sia giusto palesare. La band made in Legnano dal 2005, è attualmente in giro con il tour che celebra i vent’anni del loro disco d’esordio Tutto è possibile, pubblicato il 31 marzo 2006: per l’occasione hanno scelto di portare sul palco l’album completo, eseguendolo come da tracklist. I Finley hanno fatto tappa all’Atlantico di Roma il 20 marzo.
La mia storia con la band inizia nel 2006 e quella, che poteva sembrare una semplice fissa musicale di un’adolescente, si è trasformata nella mia prima vera esperienza di fan. Insomma, più che una band – come per molti miei coetanei - i Finley sono una parte fondamentale della mia crescita (spoiler: ho continuato a seguirli fino alla laurea), ma, purtroppo, anche la band che, per negligenze varie, ho visto solo pochissime volte e, di queste, solo una volta in concerto. È per tutti questi motivi che avevo un’incredibile voglia di tornare adolescente per un po’ e vivere nuovamente col pensiero quelle giornate al liceo in cui, al posto di seguire i docenti, parlavo con il mio fidato compagno di banco. Ho scelto di essere felice per una sera e di raggiungere l’Atlantico per festeggiare i vent’anni di quest’album, partecipando a questa operazione nostalgica, che è diventata consuetudine negli ultimi anni.
La prima cosa che faccio appena arrivo all’Atlantico è guardarmi intorno: tra il grande parterre di spettatori trovo un pubblico omogeneo di trentenni (e anche maggiori) su cui si affacciano i primi capelli bianchi, i volti stanchi da una giornata di lavoro e gli occhi illuminati da un’elettrizzante attesa. Fasce brandizzate con il nome della band avvolgono le fronti e t-shirt con i diversi loghi che ne hanno caratterizzato gli anni si rincorrono tra il pubblico: non so se mi sento dire che sono tornata a casa, ma di sicuro sento di essere nel posto giusto.
Alle 21.15 le luci dell’Atlantico si spengono per fare posto alla Marcia di Radetzky di Strauss, sulle cui note salgono sul palco Dani (batteria), Ivan (basso), Ka (chitarra) e infine Pedro (voce). Come promesso, iniziano il concerto con la prima traccia del loro primo album, l’omonima Tutto è possibile, per lasciare poi il posto a Sole di settembre, accompagnata da un’intensa luce rossa che avvolge tutto il locale. Il coro è all’unisono, non ci sono cellulari in aria, ma solo mani che ondeggiano muovendosi a ritmo di musica e persone che saltano: il pubblico infatti è formato principalmente da una generazione che ha assorbito i telefoni durante la sua crescita e ha vissuto la musica in modo sia analogico sia digitale.
Da lì, come anticipato anche dai Finley nel loro video promo sul tour, la scaletta è dapprima uno scorrere di tutto il primo album - quello che gli e ci ha cambiato la vita – per poi passare in rassegna brani estratti dai successivi e dall’ultima pubblicazione Pogo mixtape vol.1.
In questa operazione Amarcord, le canzoni sembrano acquistare un sapore diverso: sanno di nostalgia ma senza accezioni negative, riacquistano la bellezza che in questi anni di ascolto mancato hanno perso (ad esempio Run Away, Addio, Sirene o Scegli me). Il momento spartiacque è dato da un lungo, energico e coinvolgente medley fatto di cover (la loro versione di Dentro alla scatola di Mondo Marcio, Nirvana, Linkin Park, Blink 184 e altri), in cui l’atmosfera e il pubblico si scaldano maggiormente. Quest’ultimo infatti accenna anche un timido pogo che troverà sfogo qualche brano più avanti, in particolare su Adrenalina, quando la voce di Pedro ordina al pubblico di creare un corridoio per poi correre gli uni verso gli altri (operazione che ci è costata qualche livido!). Per questo e altri piccoli momenti – inclusi i simpatici siparietti tra cantante, chitarrista e pubblico - quello che lascia il live è la sensazione di essere a una festa e non a un concerto: si respirano libertà e sincerità, si urla e si salta (finalmente!) instancabilmente dalla prima all’ultima canzone, sentendosi quasi parte di un rito collettivo che ci ha catapultati tutti in quel momento della vita in cui i compiti erano l’unico problema da svolgere.
Poche le frasi dette sul palco e che seguono un copione già scritto ma lasciano spazio anche a parentesi più sincere. “Se siamo qui, ancora, dopo venti anni, è grazie a voi che ci avete preso per mano dal primo momento. Molti sono rimasti, altri sono andati via, altri ancora ci hanno preso per mano e ci hanno lasciato ma sono tornati” afferma il cantante poco tempo dopo l’inizio del live. Una frase sicuramente vera che racchiude la maggior parte degli spettatori (inclusa la sottoscritta, nell’ultima), che, se presenti lì quella sera, è proprio per ricordare la propria adolescenza nella sua complessità ma anche leggerezza, nei suoi momenti più allegri o cupi e nei suoi primi amori e delusioni, lenite con le loro canzoni.
Tra i punti forti del live ci sono sicuramente le luci, che riescono a riempire ogni centimetro del palco enfatizzando tutti gli energici beat scanditi dalla batteria, e la capacità del gruppo di essere rimasta la stessa a livello sia fisico sia di attitudine sul palco. I Finley hanno saputo mostrarsi impeccabili da un punto di vista sia canoro sia musicale, riuscendo a omaggiare quell’etichetta da loro creata – l’ “hard pop”, ovvero una via di mezzo tra il pop e il rock – e mostrando la stessa energia che ne ha caratterizzato le esibizioni negli anni. Il pubblico è cresciuto e maturato, ma i Finley sembrano rimasti immuni allo scorrere del tempo a tal punto che durante l’esibizione Pedro afferma: “in questi vent’anni non è cambiato niente”; gli fa eco Ka con uno spontaneo “siamo rimasti gli stessi cogl**ni!”
E così, passando da brani come Il tempo di un minuto, Ad occhi chiusi o Meglio di noi non c’è niente, alle più recenti come Killer, I miei amici o Pogo, Pedro e Ka, rimasti soli sul palco, si concedono un piccolo momento acustico in cui intonano strofa e ritornello di alcuni altri singoli noti: Ricordi, Per la vita che verrà, Un’altra come te, per chiudere poi con Gruppo Randa (brano che ha dato il nome all’etichetta stessa della band). L’unica pecca di tutto il live è la totale assenza di canzoni estratte dagli altri due bei lavori, Fuoco e Fiamme (2012) e Armstrong (2015).
Sulle note di Domani con il suo infinito “pappaparappapara”, dopo due ore di concerto la band saluta il pubblico, ripetutamente ringraziato per l’accoglienza durante il concerto, e si congeda con una frase di Pedro che, seppur possa risuonare retorica, per chi questi brani li ha vissuti e ci ha legato una parte di sé, fa un certo effetto: “Ricordatevi che sotto questo palco troverete sempre un posto in cui tornare a casa.”
Torno (fisicamente) a casa col sorriso e senza voce, ripensando a tutti quei concerti a cui non sono mai stata. Torno a casa felice e penso che, tra un pogo e un altro e i ripetuti salti, ho fatto bene a mettere le scarpette: una serata liberatoria e pura come questa, ci voleva proprio!
SCALETTA
Tutto è possibile
Sole di settembre
Fumo e cenere
Addio
Diventerai una star
Per sempre
Scegli me
Sirene
Run Away
Medley
Il tempo di un minuto
Killer
Adrenalina
I miei amici
Medley Acustico
Porno
Ad occhi chiusi
Perdonaci
Meglio di noi non c'è niente
A me piace il punk rock
Should I Stay Or Should I Go
Domani