Vinicio Capossela

Vinicio Capossela

Udine/Teatro Nuovo


17/11/2019 - di Tiberio Snaidero
 “Un concerto di perfetta coerenza filosofica e politica, dall’inizio alla fine” gli dice nel backstage Paolo Rumiz, mettendolo poi in guardia sul carattere non-dionisiaco del popolo friulano, a carico del quale gli sussurra all’orecchio qualche parola che nella pancia del Teatro Nuovo di Udine lo scrittore triestino sa che è meglio non dire a voce alta. Capossela lo ascolta con affabile cortesia ma si vede che non è d’accordo. L’amore dei friulani per la possessione estatica, bacchica e dunque dionisiaca lui l’ha sperimentato di persona la sera prima del concerto, quando qualche sapiente guida locale lo ha trascinato per le osterie di Prepotto a fare il pieno di Refosco. Ha un sorriso per tutti, Vinicio, ma l’abbraccio più caloroso lo riserva ai genitori di Giulio Regeni, coi quali pochi minuti prima ha srotolato sul palco lo striscione che pretende verità sulla criminosa vicenda che ha condannato il loro figlio sventurato ad una morte orribile. Uno striscione che non campeggia più sui palazzi di quelle amministrazioni locali che hanno voluto compiacere i rigurgiti bestiali della pancia del proprio elettorato di riferimento; gli stessi che hanno impedito a tanti senatori di  provare vergogna quando in Parlamento si sono rifiutati di rendere omaggio a Liliana Segre; i medesimi che inducono le “teste di morto” a strizzare l’occhio alla brutalità di quei rappresentanti delle forze dell’ordine che invece di rispettare i diritti di un arrestato lo ammazzano di botte, come accaduto a Stefano Cucchi; quelli, infine, che spingono i famelici sputtanatori della Rete a far morire di vergogna le loro vittime, come successo alla povera Tiziana Cantone.

Di tutto questo Vinicio Capossela ha parlato esplicitamente nello spettacolo tenuto al Giovanni da Udine la piovosissima domenica del 17 novembre, il cui maltempo ha fatto slittare di ben (!) nove minuti l’orario d’inizio del concerto. Quando alle 18:39 Capossela entra col viso mascherato, indossando una lunga tunica nera sopra un camicione bianco il cui colore  fa da pendant alle calzature, i milleduecento spettatori che riempiono il Teatro Nuovo esplodono in un applauso pieno di entusiasmo. Sarà il primo dei numerosi, chiassosi tributi di ammirazione che la platea udinese riserverà nelle due ore e mezzo di concerto all’artista nato in Germania da genitori irpini. Lo spettacolo fa parte del tour legato al disco recentemente premiato col Premio Tenco: Ballate per uomini e bestie. E, come il disco, inizia con la canzone dedicata ad ‘Uro’, il grande bovino ora estinto di cui restano rappresentazioni in molte pitture rupestri del Paleolitico. Il disco ‒ e di conseguenza il concerto che Vinicio sta portando nei teatri italiani ‒, è un viaggio, come spiega lo stesso Capossela al termine del primo pezzo, tra uomini e bestie o, per meglio dire, tra il sentimento di un’umanità sempre più a rischio di estinzione e il rigurgito di bestialità che sembra dominare la nostra era Antropocenozoica. Ad ogni canzone fanno da sfondo le splendide immagini a tema che scorrono alle spalle dell’ensemble: gli scheletri che ballano durante la ‘Danza macabra’ e poi lupi, orsi, maiali e giraffe ad accompagnare il bestiario in musica che costituisce la cifra delle Ballate di Capossela. Il quale non esita a ballare lui stesso con gli scheletri e a farsi di volta in volta lupo, orso, maiale e lumaca con l’aiuto di una serie fantasmagorica di copricapi che sono uno spettacolo nello spettacolo. Copricapi non solo zoomorfi ma pure pseudo-militari, e poi ancora colbacchi, cappellacci da magico Alverman ed elmi da centurione. Il pubblico apprezza, risponde alle sollecitazioni del demiurgo, lo ascolta riflettere sulla morte («L’ultimo tabù della società dei consumi»), stigmatizzare la letale peste dei social networks, attribuire al ‘Testamento del porco’, nella terra del prosciutto di San Daniele, il valore di «pezzo autobiografico collettivo». E poi le dediche, tutte a loro modo politiche: a Tiziana Cantone, a Stefano Cucchi, a Liliana Segre.

La coerenza dello spettacolo non è soltanto filosofica e politica. È pure musicale. L’ensemble formato dal chitarrista  Alessandro “Asso” Stefana, dal batterista Niccolò Fornabaio, dal contrabbassista Andrea La Macchia, dal violinista Raffaele Tiseo e dal suonatore di strumenti medievali (tra i quali spicca uno strepitoso organistrum) Giovannangelo De Gennaro riproduce infatti in modo esatto i suoni prodotti nel disco ma è pure capace di rendere in modo fresco e contagiosamente gioioso pezzi storici del canzoniere caposseliano quali ‘Maraja’ e ‘L’uomo vivo’, introdotti da Vinicio con un goliardico: «E ora un po’ di circo!».  L’affiatamento è pari al piacere di suonare insieme e ognuno dei cinque musicisti è ben consapevole del ruolo sussidiario che ricoprono rispetto all’istrionico capobanda. Quando nei bis viene suonata, in omaggio alla cultura musicale del Friuli, una resiana, il pubblico, commosso, balza in piedi, balla, urla e fischia la propria approvazione.

Uno spettacolo ottimo, quello di Udine, punteggiato dalle frequenti dichiarazioni d’amore di Capossela per la terra friulana, impreziosito da una scenografia elegante e raffinata, ravvivato da costumi stravaganti e buffissimi, scandito da un gruppo di musicisti eccellenti, reso indimenticabile dalla generosità di un artista poliedrico, carismatico, sensibile e militante.

Vinicio Capossela Altri articoli