Tedeschi Trucks Band

Tedeschi Trucks Band

Milano - Arcimboldi / Trieste - Teatro Politeama Rossetti


17/04/2019 - di Giovanni Sottosanti
Adesso lo sai. Hai imparato che quelli non erano semplici biglietti concerto con su scritto Tedeschi Trucks Band, Teatro Arcimboldi, Milano e Teatro Politeama Rossetti, Trieste. In realtà sono veri e propri lasciapassare per la Felicità, libretti d`istruzione per il Paradiso, viaggio di sola andata verso l`Assoluto. Non sei uscito indenne da queste due serate, non era umanamente possibile. Ti porti a casa un frullato di emozioni, colori, suoni, sorrisi e abbracci. Ma soprattutto un senso di ripienezza e al tempo stesso di leggerezza, unite alla meraviglia e allo stupore quasi fanciullesco di quando scopri l`essenza stessa della Bellezza.

La Prima Galleria degli Arcimboldi si affaccia sulla maestosità di una formazione che abbraccia il palco in tutta la sua interezza, come una squadra di calcio occupa la propria metà campo. Una squadra di calcio con tanto di dodicesimo, tanti sono, tra chitarre, basso, batterie (due!), tastiere, fiati e coriste. Dodici elementi che si muovono all`unisono e separatamente, come un unico corpo con tante anime differenti. Avevo assistito al loro concerto di due anni fa all`Alcatraz e ho riscontrato una crescita esponenziale di tutta la band come coesione, potenza espressiva e forza d`insieme. Su tutti ovviamente i due coniugi Susan e Derek, lei ormai band leader a tutti gli effetti, front woman bella e spigliata, vocalist calda e trascinante. Lui un tutt`uno con la sua Gibson, perfetta reincarnazione di Duane, suona spesso di lato alla batteria o quasi di spalle al pubblico, per nulla protagonista, umile e defilato, non dice una parola. Parla con le mani, creando magia e stupore ogni volta che sfiora le corde della chitarra, ogni nota al suo posto, sempre equilibrato, mai prolisso, ridondante e onanista come tanti suoi colleghi giovani fenomeni.

Ogni elemento della band ha il suo spazio e i propri tempi, ognuno emerge in un momento preciso dello show, secondo gli schemi di un perfetto gioco corale. Pompa l`hammond, stantuffa il basso, rullano le batterie e picchiano senza sosta, fiati e cori viaggiano in corsia di sorpasso. E poi ci sono Mike Mattison e Alecia Chakour, loro due hanno la licenza di osare e spingersi oltre, perché è stato cucito loro addosso parte del repertorio della band e le voci nere dei due possono volare fino in cielo. Signs, High Time apre il concerto come l`ultimo disco Signs, seguono I Look Worried e Part Of Me, entrambe estratte da Made Up Mind, per poi tornare a Signs con When Will I Begin.

Il suono è subito totale, ampio, una travolgente energia avvolge tutto il teatro, difficile restare seduti, inevitabile applaudire dopo ogni brano con entusiasmo sempre più crescente. Colpisce una volta di più la grande capacità e l`estrema disinvoltura nel passare da un genere all`altro, abbracciando rock, southern, soul, blues, r&b, gospel, folk, jazz e New Orleans style. Dopo Right On Time, la prima cover in scaletta lascia senza fiato, perché Mike Mattison si lancia in una stellare versione di Down In The Flood di zio Bob. Non c`è sosta, prima I`m Gonna Be There, poi il crescendo entusiasmante che da Bound For Glory e Midnight In Harlem, passa attraverso Don`t Keep Me Wonderin` degli Allman Brothers fino a More & More di Little Milton.

E non è finita qui, per il semplice motivo che Angel From Montgomery andrebbe vietata ai deboli di cuore, con la voce di Susan a raggiungere vette inarrivabili e Sugaree dei Grateful Dead che si unisce alla splendida melodia di John Prine. I Pity The Fool di Bobby Blue Bland e Soul Sacrifice di Santana non mollano la presa, prima che I Want More chiuda il set principale.

Nei bis la scelta ricade ancora su cover di qualità eccelsa, I Walk On Guilded Splinters e Space Captain, con Dr. John e Joe Cocker a duellare senza esclusione di colpi, fino all`ultimo assolo e all`ultima goccia di sudore tra soul e trascinante r&b. Stupore ed estasi!

 

La seconda puntata trova splendida ambientazione nel Teatro Politeama Rossetti di Trieste, un vero e proprio gioiello incastonato nel cuore della città giuliana. La platea è ad un passo dal Paradiso e i dodici prodi indicano a tutti le scale per arrivare fino in cima. Serata diversa dalla precedente, meno gioco di squadra e più libertà ai solisti, in particolare Susan prende in mano le redini della Band per disegnare la strada di un`altra cavalcata trionfale. Cambia la scaletta, impreziosita da perle d`autore sempre sorprendenti, leggi la trascinante Keep On Growing di Derek and the Dominos, una torrida The Sky Is Crying in cui la chitarra di Derek chiama a raccolta Elmore James, Albert King e Stevie Ray e suggella il tutto con assoli da tramandare ai posteri. Bird On A Wire mantiene calda la temperatura e anche il grande Leonard Cohen applaude convinto al cospetto del cantato di Susan. Dal repertorio autografo compaiono Idle Wind, Let Me Get By, Hard Case e Don`t Drift Away non in scaletta la sera precedente, Sweet Inspiration arriva invece dall`album Already Free a nome Derek Trucks Band.

Il meraviglioso soffitto del teatro riempie tutto l`insieme di ulteriore bellezza e nel momento in cui nei bis risuonano Statesboro Blues di Blind Willie McTell e Let`s Go Get Stoned dei Coasters, capisci che è stata suggellata anche la seconda puntata nel meraviglioso mondo della Tedeschi Trucks Band! Stupore ed estasi again!

Foto di: Giovanni DANIOTTI

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