The
FLAMING LIPS
VELVET (RN) - 15 MARZO 2003
Era il 1989 quando leggenda vuole che Wayne Coyne e soci misero per l’ultima volta piede in Romagna. L’aneddoto narra di uno storico equivoco che finì per far conoscere ai Flaming lips la cucina romagnola invece che il palco dello Slego. Quattordici anni più tardi un migliaio di persone non si è voluto lasciar sfuggire l’occasione di assistere al grande ritorno. Questa volta niente equivoci, in compenso una frenetica attesa, decisamente eccitante. Nel corso della serata Wayne ricorderà più volte quel giorno dell’89 per sottolineare il fatto di essere tornato, come se avesse mantenuto una solenne promessa o sciolto un nodo che si era legato al dito (che fosse semplicemente rimasto folgorato dalle meraviglie della nostra cucina?).
Ha aperto la serata la Brendan Benson band in maniera certamente apprezzabile, il loro college-rock si dimena su ritmi accelerati, senza alcun timore reverenziale e gran sfoggio di tecnica ed energia… una prova davvero meritevole. Poi lo stage è rimasto vuoto, dando spazio al gran fermento per i lunghi preparativi che dovevano dare vita al Gran Varietà Flaming Lips. Lo si sperava, lo si intuiva, ma soprattutto lo si respirava nell’aria di quei minuti che sarebbe stato un live assolutamente bizzarro.
Di lì a poco un’esilarante prima conferma: l’ingresso trionfale e carnevalesco della band e delle presunte ballerine, tutti travestiti da animali, un intero zoo sul palco. Mentre palloni gonfiati giganti rimbalzavano ovunque tra il pubblico l’atmosfera s’infiammava: La cine-proiezione a tutto sfondo esibiva la presentazione dello show in pompa magna tra un delirio sintetico di suoni. Quando la batteria ha interrotto tutto ciò con l’inconfondibile attacco di ‘Race for the prize’ un poderoso sussulto ha attraversato tutto il locale, l’eccitazione si è trasformata in uno sfrenato entusiasmo: i Flaming Lips stavano suonando, l’attesa si era conclusa,
lo show era cominciato, coinvolgendo con tanto sfarzo tutti i presenti, splendidamente ignari di quello che ancora doveva succedere. ‘Fight test listen’ ci introduceva alle spaziali melodie dell’ultimo album, mentre tutti gli occhi erano puntati su una sola persona: Wayne Coyne… uno spettacolo totale, un ossesso in completo color panna e camicia bianca, il leader indiscusso di questa serata. Lo ricordo dare calci ai palloni e tirare coriandoli senza sosta, saltare ed incitare un pubblico da corrida, urlare al megafono con una luce stroboscopica appesa al collo… lo ricordo intonare ‘happy birthday’ mentre vuotava una boccetta di sangue finto sulla sua faccia e giù sul completo immacolato: grottesco? folle? divertente? geniale? semplicemente Wayne Coyne.
Tanta stravaganza scenografica sarebbe stata poca cosa se non esaltata splendidamente dalla musica dei Flaming Lips, così ‘Yoshimi battles the pink robots’ ci catapultava nelle atmosfere futuristiche dell’omonimo ultimo album, malvagi robots rosa che Yoshimi avrebbe sconfitto per la gioia del pubblico che la sosteneva in coro. Allo stesso modo l’incedere spaziale di ‘Do you realize?’diventava l’apice soave che ci trasportava magneticamente attraverso queste sonorità. Ogni brano era presentato in maniera particolare ed era piacevolmente imprevedibile quello che continuamente veniva proiettato sullo sfondo del palco: da uno studio giornalistico uno scoop ci introduceva alle sbilenche e scanzonate melodie della storica ‘She don’t use jelly’ (dall’album ‘Trasmission from the satellite heart’ del 1993) ed io cominciavo ad agitarmi sul serio, insieme a tutti quelli che mi circondavano. Completamente coinvolgente ‘ Waitin’ for a superman ’... anche se in compenso arrivavano i mitici Teletubbies (omaggio all’infazia di ‘A spoonful weights a ton’) che insieme a varie bandiere della pace e tutto il resto davano vita ad una vera festa multicolore, il live più variopinto a cui mi sia mai capitato di assistere.
Mentre immagini dal cosmo accoglievano la band per il bis finale intuivo che Wayne ci avrebbe raccontato di quella affascinante teoria, ahimè non testata, secondo la quale il processo chimico che avviene nel nostro cervello quando proviamo la sensazione di essere innamorati è lo stesso processo che ha innescato il Big Bang, l’origine dell’universo accelerato… e Wayne ce l’ha raccontata attraverso le ammalianti note di ‘What is the light?’ che si sono affievolite lasciando il solo pulsare della grancassa e di un occhio policromatico proiettato: la rappresentazione visiva dell’introspettiva melodia di ‘the Observer’, piccolo capolavoro strumentale, così struggente da divenire a tratti inquietante. Tutto sembrava concludersi in un'atmosfera solenne, con l’immagine dell’universo che continuamente si espande e si allontana… quell’occhio che prima ci osservava era ormai a migliaia di chilometri sopra le nostre teste. Il palco, questa grande band e questo meraviglioso pubblico erano solo un puntino di luce bianca da lassù. Luce bianca che conteneva tutti i colori, un infinita varietà di colori, come la musica dei Flaming lips contiene quell'impressionante varietà di suoni, e di emozioni.
VELVET (RN) - 15 MARZO 2003
Era il 1989 quando leggenda vuole che Wayne Coyne e soci misero per l’ultima volta piede in Romagna. L’aneddoto narra di uno storico equivoco che finì per far conoscere ai Flaming lips la cucina romagnola invece che il palco dello Slego. Quattordici anni più tardi un migliaio di persone non si è voluto lasciar sfuggire l’occasione di assistere al grande ritorno. Questa volta niente equivoci, in compenso una frenetica attesa, decisamente eccitante. Nel corso della serata Wayne ricorderà più volte quel giorno dell’89 per sottolineare il fatto di essere tornato, come se avesse mantenuto una solenne promessa o sciolto un nodo che si era legato al dito (che fosse semplicemente rimasto folgorato dalle meraviglie della nostra cucina?).
Ha aperto la serata la Brendan Benson band in maniera certamente apprezzabile, il loro college-rock si dimena su ritmi accelerati, senza alcun timore reverenziale e gran sfoggio di tecnica ed energia… una prova davvero meritevole. Poi lo stage è rimasto vuoto, dando spazio al gran fermento per i lunghi preparativi che dovevano dare vita al Gran Varietà Flaming Lips. Lo si sperava, lo si intuiva, ma soprattutto lo si respirava nell’aria di quei minuti che sarebbe stato un live assolutamente bizzarro.
Di lì a poco un’esilarante prima conferma: l’ingresso trionfale e carnevalesco della band e delle presunte ballerine, tutti travestiti da animali, un intero zoo sul palco. Mentre palloni gonfiati giganti rimbalzavano ovunque tra il pubblico l’atmosfera s’infiammava: La cine-proiezione a tutto sfondo esibiva la presentazione dello show in pompa magna tra un delirio sintetico di suoni. Quando la batteria ha interrotto tutto ciò con l’inconfondibile attacco di ‘Race for the prize’ un poderoso sussulto ha attraversato tutto il locale, l’eccitazione si è trasformata in uno sfrenato entusiasmo: i Flaming Lips stavano suonando, l’attesa si era conclusa,
lo show era cominciato, coinvolgendo con tanto sfarzo tutti i presenti, splendidamente ignari di quello che ancora doveva succedere. ‘Fight test listen’ ci introduceva alle spaziali melodie dell’ultimo album, mentre tutti gli occhi erano puntati su una sola persona: Wayne Coyne… uno spettacolo totale, un ossesso in completo color panna e camicia bianca, il leader indiscusso di questa serata. Lo ricordo dare calci ai palloni e tirare coriandoli senza sosta, saltare ed incitare un pubblico da corrida, urlare al megafono con una luce stroboscopica appesa al collo… lo ricordo intonare ‘happy birthday’ mentre vuotava una boccetta di sangue finto sulla sua faccia e giù sul completo immacolato: grottesco? folle? divertente? geniale? semplicemente Wayne Coyne.
Tanta stravaganza scenografica sarebbe stata poca cosa se non esaltata splendidamente dalla musica dei Flaming Lips, così ‘Yoshimi battles the pink robots’ ci catapultava nelle atmosfere futuristiche dell’omonimo ultimo album, malvagi robots rosa che Yoshimi avrebbe sconfitto per la gioia del pubblico che la sosteneva in coro. Allo stesso modo l’incedere spaziale di ‘Do you realize?’diventava l’apice soave che ci trasportava magneticamente attraverso queste sonorità. Ogni brano era presentato in maniera particolare ed era piacevolmente imprevedibile quello che continuamente veniva proiettato sullo sfondo del palco: da uno studio giornalistico uno scoop ci introduceva alle sbilenche e scanzonate melodie della storica ‘She don’t use jelly’ (dall’album ‘Trasmission from the satellite heart’ del 1993) ed io cominciavo ad agitarmi sul serio, insieme a tutti quelli che mi circondavano. Completamente coinvolgente ‘ Waitin’ for a superman ’... anche se in compenso arrivavano i mitici Teletubbies (omaggio all’infazia di ‘A spoonful weights a ton’) che insieme a varie bandiere della pace e tutto il resto davano vita ad una vera festa multicolore, il live più variopinto a cui mi sia mai capitato di assistere.
Mentre immagini dal cosmo accoglievano la band per il bis finale intuivo che Wayne ci avrebbe raccontato di quella affascinante teoria, ahimè non testata, secondo la quale il processo chimico che avviene nel nostro cervello quando proviamo la sensazione di essere innamorati è lo stesso processo che ha innescato il Big Bang, l’origine dell’universo accelerato… e Wayne ce l’ha raccontata attraverso le ammalianti note di ‘What is the light?’ che si sono affievolite lasciando il solo pulsare della grancassa e di un occhio policromatico proiettato: la rappresentazione visiva dell’introspettiva melodia di ‘the Observer’, piccolo capolavoro strumentale, così struggente da divenire a tratti inquietante. Tutto sembrava concludersi in un'atmosfera solenne, con l’immagine dell’universo che continuamente si espande e si allontana… quell’occhio che prima ci osservava era ormai a migliaia di chilometri sopra le nostre teste. Il palco, questa grande band e questo meraviglioso pubblico erano solo un puntino di luce bianca da lassù. Luce bianca che conteneva tutti i colori, un infinita varietà di colori, come la musica dei Flaming lips contiene quell'impressionante varietà di suoni, e di emozioni.