live report
Dallo Sciamano Allo Showman Ponte Di Legno (bs)
di Christian Verzeletti
Concerto del 13/08/2005
DALLO
SCIAMANO ALLO SHOWMAN
13 agosto 2005
PONTE DI LEGNO (BS) “Dallo sciamano allo showman”, festival dedicato alla canzone umoristica d’autore, è giunto quest’anno alla sua terza edizione e, visti i consensi raccolti in precedenza, ha moltiplicato ulteriormente i propri riti: il programma, che comprende mostre, concerti, convegni e incontri culturali, si è esteso da luglio a settembre distribuito in vari centri della Valle Camonica.
Gli eventi del mese di agosto hanno avuto luogo a Ponte di Legno con la serata del 13 che ha messo in scena tre modi diversi di esercitare l’arte occulta della canzone d’autore.
Per quesioni di storia e di anagrafe, ha aperto Giorgio Conte: evitati i cerimoniali introduttivi, Conte si è posizionato al centro del palco, seduto su uno sgabello, portando con sé la sua sola chitarra.
Il set è stato breve e piuttosto arcaico, come nella miglior tradizione della nostra canzone: chitarra e voce sono però risultati quanto mai efficaci per ipnotizzare il numeroso pubblico nell’arco di cinque canzoni. Sin dall’inizio Conte ha fatto ricorso a tutto il suo mestiere di intrattenitore, giocando con un cavo, introducendo e interrompendo i pezzi, duettando col pubblico e ironizzando su sé stesso.
Da buon istrione ha prima toccato l’anima dei presenti con i sentimenti di “A innamorarsi”, poi ne ha sollevato il morale con lo scioglilingua di “Te lo farei notare” e con il fischio di “Quando te ne andrai”. Esilarante e sornione, non si è trattenuto dal lanciare qualche piccola invettiva, come la pernecchia signorile di “Gnè Gnè”, una canzone di protesta che ha sbeffeggiato veline e calendari, prima di concludere con una “Non sono Maddalena” fuori programma.
È quindi toccato a Daniele Silvestri, che si è proposto in trio con Maurizio Filardo alla chitarra e Massimiliano Pischedda al contrabasso: la formula, nominata per l’occasione “Lavori in corso”, ha prescritto ai presenti un ricettario leggermente più ampio con sette brani in scaletta. Splendido l’inizio con una “Strade di Francia” rallentata nel canto, ma sfiorata dal contrabbasso e punteggiata da una chitarra swing. Assai più showman contemporaneo che sciamano, Silvestri si è poi divertito con qualche pezzo sostenuto da una ritmica programmata: l’ironia non è mancata anche se a tratti ha ammiccato troppo con la musica leggera. Complice qualche piccolo furto, prima nei confronti di un pezzo popolare come “1000 lire al mese” e poi del flamenco, il cantautore romano ha chiuso comunque in crescendo dimostrando di saper giocare e scherzare con i riti della canzone senza perderne il controllo.
L’ultima fase della celebrazione è stata affidata al Parto delle Nuvole Pesanti: da buoni calabresi in perenne movimento, questi suonatori migranti hanno compiuto sul palco i loro preparativi personali e strumentali, quasi che il rito della musica non stesse cominciando ma continuando.
“Riempire gli spazi” e “Banaltango” hanno avviato una processione di canzoni lunga e coinvolgente, come in una festa di paese con la banda guidata dagli invasati Voltarelli e De Siena. Rispettivamente tamburello e voce, cajon e chitarra, grancassa e fisarmonica, i due hanno innescato una serie di interpretazioni tese e sarcastiche, colme di parodie ma anche di attenzioni al sociale: “Gli amici degli amici” morsa da una tarantella, ha fatto da traino a “L’imperatore”, attaccatta dalla batteria e da una serie di percussioni battenti che hanno sollevato nubi di polvere dal palco. Sulla stessa linea “Onda calabra” inframezzata da un folle siparietto sull’emigrazione e sulla Germania.
Tanta energia è stata bilanciata dalla perizia chitarristica di Amerigo Sirianni e dai sax di Raffaele Brancati davvero toccanti nell’esecuzione di “Cantare” che ha chiamato in causa lo spirito di Modugno. I giri balcanici di “Ciani” hanno portato verso un finale davvero sciamanico: in “Raggia” le percussioni di Salvatore De Siena e Gennaro De Rosa hanno rievocato le danze in cerchio degli indiani americani, sollevando polvere ed energia corale, mentre “Un gelato al limone” ha soddisfatto anche gli appetiti più carnali.
Alla fine, senza che nessuno se ne accorgesse, lo spettacolo ha passato la mezzanotte e superato i limiti imposti dal programma, come fosse stato guidato da un’entità incarnatasi sul palco tra una canzone e l’altra.
GIORGIO CONTE:
A innamorarsi
Te lo farei notare
Aria terra e mare
Gnè Gnè
Non sono Maddalena
DANIELE SILVESTRI TRIO:
Strade di Francia
Le cose in comune
Frasi da dimenticare
L’uomo intero
Me fece mele a chepa
1000 euro al mese
Il flamenco della doccia
IL PARTO DELLE NUVOLE PESANTI:
Riempire gli spazi
Banal tango
Gli amici degli amici
L’imperatore
Il lavavetri
Onda calabra
Gilles
Cantare
Via da questa miseria
Ciani
Raggia
(andrebbe bene) Un gelato al limone
13 agosto 2005
PONTE DI LEGNO (BS) “Dallo sciamano allo showman”, festival dedicato alla canzone umoristica d’autore, è giunto quest’anno alla sua terza edizione e, visti i consensi raccolti in precedenza, ha moltiplicato ulteriormente i propri riti: il programma, che comprende mostre, concerti, convegni e incontri culturali, si è esteso da luglio a settembre distribuito in vari centri della Valle Camonica.
Gli eventi del mese di agosto hanno avuto luogo a Ponte di Legno con la serata del 13 che ha messo in scena tre modi diversi di esercitare l’arte occulta della canzone d’autore.
Per quesioni di storia e di anagrafe, ha aperto Giorgio Conte: evitati i cerimoniali introduttivi, Conte si è posizionato al centro del palco, seduto su uno sgabello, portando con sé la sua sola chitarra.
Il set è stato breve e piuttosto arcaico, come nella miglior tradizione della nostra canzone: chitarra e voce sono però risultati quanto mai efficaci per ipnotizzare il numeroso pubblico nell’arco di cinque canzoni. Sin dall’inizio Conte ha fatto ricorso a tutto il suo mestiere di intrattenitore, giocando con un cavo, introducendo e interrompendo i pezzi, duettando col pubblico e ironizzando su sé stesso.
Da buon istrione ha prima toccato l’anima dei presenti con i sentimenti di “A innamorarsi”, poi ne ha sollevato il morale con lo scioglilingua di “Te lo farei notare” e con il fischio di “Quando te ne andrai”. Esilarante e sornione, non si è trattenuto dal lanciare qualche piccola invettiva, come la pernecchia signorile di “Gnè Gnè”, una canzone di protesta che ha sbeffeggiato veline e calendari, prima di concludere con una “Non sono Maddalena” fuori programma.
È quindi toccato a Daniele Silvestri, che si è proposto in trio con Maurizio Filardo alla chitarra e Massimiliano Pischedda al contrabasso: la formula, nominata per l’occasione “Lavori in corso”, ha prescritto ai presenti un ricettario leggermente più ampio con sette brani in scaletta. Splendido l’inizio con una “Strade di Francia” rallentata nel canto, ma sfiorata dal contrabbasso e punteggiata da una chitarra swing. Assai più showman contemporaneo che sciamano, Silvestri si è poi divertito con qualche pezzo sostenuto da una ritmica programmata: l’ironia non è mancata anche se a tratti ha ammiccato troppo con la musica leggera. Complice qualche piccolo furto, prima nei confronti di un pezzo popolare come “1000 lire al mese” e poi del flamenco, il cantautore romano ha chiuso comunque in crescendo dimostrando di saper giocare e scherzare con i riti della canzone senza perderne il controllo.
L’ultima fase della celebrazione è stata affidata al Parto delle Nuvole Pesanti: da buoni calabresi in perenne movimento, questi suonatori migranti hanno compiuto sul palco i loro preparativi personali e strumentali, quasi che il rito della musica non stesse cominciando ma continuando.
“Riempire gli spazi” e “Banaltango” hanno avviato una processione di canzoni lunga e coinvolgente, come in una festa di paese con la banda guidata dagli invasati Voltarelli e De Siena. Rispettivamente tamburello e voce, cajon e chitarra, grancassa e fisarmonica, i due hanno innescato una serie di interpretazioni tese e sarcastiche, colme di parodie ma anche di attenzioni al sociale: “Gli amici degli amici” morsa da una tarantella, ha fatto da traino a “L’imperatore”, attaccatta dalla batteria e da una serie di percussioni battenti che hanno sollevato nubi di polvere dal palco. Sulla stessa linea “Onda calabra” inframezzata da un folle siparietto sull’emigrazione e sulla Germania.
Tanta energia è stata bilanciata dalla perizia chitarristica di Amerigo Sirianni e dai sax di Raffaele Brancati davvero toccanti nell’esecuzione di “Cantare” che ha chiamato in causa lo spirito di Modugno. I giri balcanici di “Ciani” hanno portato verso un finale davvero sciamanico: in “Raggia” le percussioni di Salvatore De Siena e Gennaro De Rosa hanno rievocato le danze in cerchio degli indiani americani, sollevando polvere ed energia corale, mentre “Un gelato al limone” ha soddisfatto anche gli appetiti più carnali.
Alla fine, senza che nessuno se ne accorgesse, lo spettacolo ha passato la mezzanotte e superato i limiti imposti dal programma, come fosse stato guidato da un’entità incarnatasi sul palco tra una canzone e l’altra.
GIORGIO CONTE:
A innamorarsi
Te lo farei notare
Aria terra e mare
Gnè Gnè
Non sono Maddalena
DANIELE SILVESTRI TRIO:
Strade di Francia
Le cose in comune
Frasi da dimenticare
L’uomo intero
Me fece mele a chepa
1000 euro al mese
Il flamenco della doccia
IL PARTO DELLE NUVOLE PESANTI:
Riempire gli spazi
Banal tango
Gli amici degli amici
L’imperatore
Il lavavetri
Onda calabra
Gilles
Cantare
Via da questa miseria
Ciani
Raggia
(andrebbe bene) Un gelato al limone