Artisti Vari

live report

Artisti Vari RoBot17 - ?Syntax Error, il linguaggio dell'errore

di Elisa Valmori

Concerto del 09/10/2026

# Artisti Vari#Elettronica

Nato nel 2008, il RoBOt Festival di Bologna è ormai divenuto una tappa fissa per i cultori della musica elettronica.

Quest’anno l’evento si snoda in luoghi sinergici - anche insoliti - del capoluogo emiliano, come Palazzo Re Enzo, le sale dell’Ex Ospedale dei Bastardini, il MAST. il Dumbo, e l’Estragon, per una serie di live e djset che attraversano il multiforme linguaggio dell’elettronica, tra opere più concettuali che poi, a tarda ora, lasciano spazio a vibrazioni da club.

E’ il sistema in errore, o forse, lo siamo noi? E’ la riflessione che muove l’edizione del RoBot17 di quest’anno,?SyntaxError, in un presente in cui i codici mutano troppo velocemente per poterli interpretare. E allora, non rimane che arrendersi all’errore, inteso non come fallimento, ma come nuova grammatica per decifrare e ricostruire il mondo che ci circonda.

Il piccolo dedalo di ruvide stanze dell’Ex Ospedale dei Bastardini, in pieno centro a Bologna - proprio di fronte al Palazzo di Giustizia -, è certamente un luogo più raccolto rispetto ad altre realtà (ad esempio, la cittadella industriale del Dumbo) per godere delle esibizioni previste per la serata del 9 ottobre 2026.

La piccola Sala Tagliapietre, nell’atmosfera ancora rilassata delle 19.30, accoglie la performance audiovisiva del compositore e sound designer Luca Maria Baldini insieme all’artista visivo Salvatore Insana, Nessun cielo è senza luce, che attraversa gli aspetti più radicali e universali del pensiero francescano, declinato in una chiave moderna. L’opera, suddivisa in capitoli (i più toccanti, Capitolo 2, Definisci Bambino; Capitolo 3, Il Selvaggio; Capitolo 7, Non dimenticatevi dei dimenticati) prende forma in drammaturgie sonore che traggono la voce da strumenti analogici, elettronici e dal baglamas suonato con l’archetto, che si eleva dissonante in disperate rapsodie, quasi piangendo. A raccolta, canti gregoriani e voci artificiali si intrecciano all’elettronica, sullo sfondo di immagini tratte da mondi naturali, umani e non umani, in un racconto che affronta, con la medesima intensità, sia la meraviglia dell’universo non umano, che la tragedia della guerra e della povertà, proprie della dimensione umana, invocando l’urgenza del messaggio francescano originario di sorellanza e fratellanza.

Con un cambio di registro, si presenta sul palco l’eclettico ed esuberante sound designer Aho Ssan (all’anagrafe, Niamkè Désiré), parigino di origine Ghanese, le cui origini artistiche affondano in un mondo in cui musica elettronica e hip hop, culture digitali e dimensione politica popolano lo stesso alveo: oscuri agglomerati sonori che si infittiscono e si sciolgono, pieni e vuoti tagliati da interferenze elettroniche industriali, prima fragili ed improvvisamente incendiarie, danno vita ad una tensione in cui tutto acquista un senso rigoroso.

Le sue composizioni, intense e a tratti apocalittiche, sembrano scandagliare i costrutti sociali distruggendoli dall’interno attraverso il suono digitale, in un tumulto violento, quasi primordiale, fatto di distruzioni e ricostruzioni. Aho Ssan promuove un messaggio sonoro in cui nulla è lasciato al caso, in grado di raggiungere la pancia prima, e la profonda coscienza poi, accendendo la parte più oscura e remota di sé.

Nel frattempo, nella Sala Degli Innocenti, il collettivo mascherato Baronato Quattro Bellezze (che si presenta con il nome di un luogo, ovvero di un eclettico bar nel cuore di Roma) inizia un set misterioso che durerà ininterrottamente per quasi quattro ore, svolgendo il sacro compito della “musica da osteria” (come la definisce il collettivo) senza vincoli di genere, in cui tutto è affidato all’improvvisazione in un viaggio psichedelico tra suoni cupi, voci lente e riverberi a profusione, attraversando anche sonorità funk e raggae, con movenze platealmente teatrali nelle voci sintetizzate. Il collettivo indossa maschere di personaggi misteriosi e grotteschi che, calati tra i muri consumati dal tempo, avvolti dalle tenebre, appaiono profondamente inquietanti. 

I Front de Cadeaux - with Gabor - sono definiti i pionieri del genere "supreme rallentato", che nasce da una tecnica in cui i vinili vengono suonati a 45 giri anzichè nel modo "corretto", ovvero a 33 giri. Questo significa che le tracce suonano molto più lente, rimandando al background del duo, legato all'hip hop e al trip hop, ed evidenziando frequenze più basse che divengono quindi più sensuali.

Il duo italo-belga, formato da Hugo Sanchez (di Roma) e DJ Athome (di Bruxelles), dà vita ad un intero set fatto di bpm bassi e musica lenta, che sovverte il ritmo naturale dell’universo dei clubber, disarmandolo senza incalzarlo. I corpi si abbandonano alla trance estatica, quasi ipnotica, sedotti dall’assenza di tempo, che si deforma, mentre il corpo adotta movenze melliflue che si adattano al beat, rallentato, in un lascivo slow motion. Tutto intorno lo spazio si diluisce, rompendo gli i clichè della performance fisica tipica dei club, in una sorta di illusione che raggiunge la psichedelia. 

L’ora è tarda, pronta ad accogliere l’ultima esibizione della serata, quella del musicista e produttore italiano Matteo Vallicelli, già batterista di numerose band punk e post punk (tra cui i The Soft Moon, Smart Cops e Wildmen), che trova la sua dimensione nella musica elettronica con un lavoro solista che si inabissa in mondi sonori d’ispirazione new wave, che rimandano alla library music delle origini, dall’italo disco alle colonne sonore dei film anni 80, popolando il dancefloor di un’atmosfera che si fa cangiante e immaginifica, perfetta per accogliere, e poi, salutare la notte.

Quanto, sei bella e multiforme, Bologna.