Michele Gazich

Michele Gazich

Torino / Folk Club


08/10/2016 - di Riccardo Santangelo
Gli attori sul palco si muovono lentamente. I gesti sono calcolati e posati. Non c’è spazio a sufficienza per andare oltre al minimo. Se si vuole andare oltre, bisogna farlo in altro modo. Il pianoforte, graditissima e inusuale presenza in un locale di dimensioni così ridotte, occupa quasi metà dello spazio, lasciando poco posto ai quattro musicisti. Per cui se vuole andare oltre, bisogna affidarsi soltanto alla musica e alle parole.

 Così si presentava l’altra sera  l’ambiente del Folkclub di Torino, storico locale nato nel 1988, per il concerto d’apertura del tour di Michele Gazich e compagni, per la presentazione del disco La via del sale, appena pubblicato per la Fono Bisanzio. Con la sala gremita di spettatori attentissimi, e a volte fin troppo silenziosi nelle pause tra un brano e l’altro dovute agli spostamenti controllati, Gazich ha subito stregato la platea con il suo violino, che da tradizione mitteleuropea, riesce a “cantare” in qualsiasi lingua, aiutando, se ce ne fosse bisogno, la comprensione dei testi delle canzoni.

Accanto a lui, come se fosse una presenza vigilatrice, si è presentato alle chitarre (e buzouki) il fido “maestro dell’anima” Marco Lamberti, che magistralmente a saputo accompagnare e incalzare il suono del violino. Altra presenza graditissima e fondamentale è stata quella di Francesca Rossi, che con il suo violoncello ha saputo inserirsi nella tela sonora in modo a volte fin troppo discreto, ma sempre con carattere deciso e puntuale. Infine dal vivo si è potuta ammirare la straordinaria vocalità di Rita Lilith Oberti, vera novità nel mondo sonoro di Gazich. Se sul nuovo disco la presenza della voce della cantante piacentina è una sorpresa “inquietante” (e circoscritta solo a un brano), sentirla dal vivo accentua la sensazione di profondità e ruvidezza. In più Gazich, da esperto arrangiatore, ha coinvolto la Oberti nel canto di altri pezzi, facendo acquistare a essi una struttura diversa dalla presentazione su disco.

 Così in quasi due ore di concerto il musicista bresciano, pur non avendo avuto modo di esprimersi liberamente nei movimenti, ha saputo incollare gli astanti alle proprie sedie, proponendo soprattutto brani dal ultimo disco (come Barcellona, Sicilia, La biblioteca sommersa, Dia de shabat, La via del sale, Storia dell’uomo che vendette la sua ombra, Una lettera dalla barricata), scelta che alla fine ha dato modo di avere un quadro completo della complessità e bellezza del suo ultimo disco.

 Se già così il concerto di Michele Gazich è parso intenso e ben strutturato, speriamo di avere la possibilità di apprezzarlo in altre occasioni, magari con l’apporto degli strumenti etnici (zampogna a chiave del Sannio e piffero dell’Appennino) presenti sul disco, e attori fondamentali del progetto di costruzione di un new folk italiano tanto caro a Gazich.

Foto di: Riccardo Santangelo