Baustelle

Baustelle

Brescia


07/04/2001 - di Christian Verzeletti
BAUSTELLE BRESCIA 07 Aprile 2001

Il primo impatto con i Baustelle è un po' spiazzante: li vedo aggirarsi per il Donne Motori e mi chiedo "ma da dove saltano fuori questi?". Tutti avvolti in abiti neri, sguardi lunghi e distaccati, con al centro Francesco, il cantante, un volto emaciato che sporge dall'esile corpo sostenuto dalle mani perennemente in tasca. Rachele sembra una pupa da cartoni animati giapponesi e Fabrizio un personaggio del gruppo TNT. L'apparente gusto retrò è però subito motivato dalla musica: "La canzone del riformatorio" e "Martina" aprono il concerto scoprendo le intenzioni di questi ragazzi di Montepulciano. Vengono in mente Pulp, Belle and Sebastian, ma le canzoni mi entrano sotto la pelle come se avessero un suono tutto loro, forse sono i continui riferimenti al sesso che creano strani pruriti. Francesco sembra accorgersene, "Questa canzone parla di quand'ero un maniaco non ancora convinto": "Gomma" mi tira verso il palco poco alla volta e all'assolo di chitarra mi trovo di fronte ai suoi occhialoni opachi. Tastiere e chitarre vanno dappertutto, ma sono i cori che sollevano le canzoni e le fanno fluttuare come nuvolette leggere. Gli accordi accennati dell'elettrica introducono "Madamoiselle boyfriend", una nuova canzone, che Francesco e Rachele cantano uno verso l'altro come in un silenzioso e lento gioco erotico che continua con "Io e te nellappartamento". Ormai non faccio nemmeno più caso agli atteggiamenti un po' glamour, mi lascio rapire dal gioco dei Baustelle come quando da adolescente accettavo di giocare anche a nascondino pur di riuscire a restare solo con la ragazza dei miei sogni. "Noi bambine non abbiamo scelta" ha un assolo d'organo che sa di Procol Harum, "La canzone del parco" mescola qualche accenno hip hop a un suono di chitarra che sembra venire da un film di Tarantino. È chiaro che i Baustelle mettono in atto una ricostruzione del pop creando un gioco di rimandi che riesce a liberarli da classificazioni e paragoni: ogni volta che iniziano una canzone mi vanno a toccare corde del passato che già appartengono ad altri brani, ma, prima che me ne accorga, mi trovo a sussurare le melodie con addosso il lieve brivido della prima volta. Un pezzo strumentale giocato sulle alternanze tra il piano e la chitarra apre nuove malinconie, lunghi pomeriggi d'un tempo che trova sfogo ne "Le vacanze dell'83" ("quel bastardo che mi ha fregato la ragazza di cui ero innamorato e che ovviamente ero pronto a sposare"). L'antipatia per Battiato è dimenticata e, se il mio corpo non fosse chiuso nella sua statidica timidezza, mi metterei a saltare, cosa che poi alcuni fanno anche davanti a me presi dal crescendo noisy del finale. "Il musichiere 999" è una lunga e piacevole carezza e ormai non sto più nemmeno a segnarmi i titoli, nè a chiedermi da dove viene quel suono o se la melodia l'ho già sentita in un film, in una vecchia pubblicità o chissà dove. Mi lascio sollevare e basta. Il piano introduce "Reality", sì, proprio quella de "Il tempo delle mele"(!), Francesco sbaglia l'attacco impalato davanti al testo, ride, forse fa parte del gioco, poi prosegue e, proprio come il film, che era stupido ma non potevi non averne visto almeno qualche pezzo, riesce a catturare il pubblico con la sua voce normalissima. Il segreto dei Baustelle sta proprio qui nell'andare a toccare sensazioni, immagini e pensieri che tutti prima o poi hanno vissuto, dimenticato e nascosto. "Può una ragazza d'oggi uccidersi" chiude la serata con un sorriso amaro e ironico, lasciandomi di stucco: queste canzoni vorrei afferrarle, stringerle, piantarle lì sul palco e continuare a sentirle, ma se ne sono già andate.

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