Lo Stato Sociale

Lo Stato Sociale

Roma, iFEST, Parco Simon Bolivar


03/07/2014 - di Arianna Marsico
Un concerto de Lo Stato Sociale non è solo un concerto. La formazione bolognese porta in giro per l’Italia un vero e proprio  spettacolo itinerante, in cui il loro rock contaminato di elettro-pop fa ballare e riflettere. Le ossessioni pseudo –alternative di questo “grande paese” e la carrellata di casi umani che in fondo ognuno di noi ha visto almeno una volta vengono ridicolizzati. E’ una risata che nasce con un velo di amarezza. In veste live Lo Stato Sociale è una sorta di boyband, i ragazzi mi passino il paragone, all’insegna dell’ironia. Ma ad essere cantate non sono storie melense al limite del diabete (o anche oltre). Sono i nostri tic e le nostre storie ai tempi dell’IKEA.

Piccoli incendiari non crescono è preannunciata da un amarcord del liceo (ed alzi la mano chi non ha mai avuto almeno un pensiero incendiario). Sono così indie fa ballare proprio tutti. Ed è matematicamente certo che ognuno dei presenti sia incappato almeno una volta in uno dei cliché, per snobismo,voglia di distinguersi, puro vezzo (“Sono così indie che il blog è fuori moda (fuori moda!), sono così indie che flickr è fuori moda (out!), sono così indie che twitter già era per sfigati, adesso è da redattori, sì, ma da redattori dell`Espresso (neanche di Panorama, no, no, proprio dell`Espresso!)”).

Quello che le donne dicono rovescia la canzone di Fiorella Mannoia in un ritmo irresistibile degno del trenino all’inizio de La grande Bellezza. La musica non è una cosa seria tra ritmi rock-steady porta lontano, dove “ dove obbedire è lecito, ribellarsi è cortesia”. Ladro di cuori col bruco diventa l’inno di chiunque, almeno una volta, si sia sentito completamente fuori luogo ad una festa od in un locale,come successo a Lodovico Guenzi, che lo ricorda  ricorda prima di iniziare a cantare. Ed è un qualcosa che , in questo microcosmo di storie vissute, proprio non può mancare. Dozzinale fa da ideale introduzione a Mi sono rotto il cazzo. Il brano che ha maggiormente contribuito a dare notorietà al gruppo si carica anche di un’ulteriore carica sociale. Non c’è solo la saturazione verso chi è “codardo con l’amore degli altri” . “Sarebbe bello bruciassero meno fabbriche e crollassero meno scuole e mandassero a fanculo Marchionne” è il fuoriprogramma regalato sul palco, la frecciata contro chi (e certo il nome scelto è esemplificativo ma non esaustivo di tutta la casistica disponibile), almeno in parte,è codardo non con l’amore ma con la vita degli altri. Non sarò di certo Lester Bangs, ma ho apprezzato la rabbia sincera. Arriva poi  In due è amore in tre è una festa, presentata sempre da Lodovico come “una cazzata gigante” che parla della “mia storia d’amore con una ragazza calabrese”. Chissà, forse è proprio per quello che si conclude un po’ alla Rino Gaetano. Arriva C`eravamo tanto sbagliati e poi il punto più alto del concerto. In Questo è un grande paese i ragazzi sopperiscono all’assenza de Er Piotta cantando tutti insieme e ballando con stacchetti davvero alla Take That. E si ride tantissimo… tranne per un secondo, quando cantano che “la polizia non ammazza ma porta una sfiga epocale”. Che è quella fatta dagli sbirri “che brindano alla morte delle zecche”, cantati nella successiva Senza macchine che vadano a fuoco.

Il finale è affidato a Cromosomi, allegro calderone  di Montale e Marx con la noia moderna. L’ultimo verso “Odio il capitalismo” chiude la festa. Perché, nonostante l’ironia e la rabbia giustamente presenti, la musica deve essere una festa. Per non perdere di vista l’obiettivo: amori e vite liberi dal logo IKEA (e da ogni altro).

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