live report
FMM Sines A Sines la world music perde i suoi confini
di Graziano Tullio
Concerto del 23/07/2026
«Entri o rimani fuori?» La domanda arriva quasi subito. Sto andando a Sines da Lisbona insieme a una giovane coppia spagnola conosciuta poche ore prima attraverso una piattaforma di car sharing. Dentro o fuori cosa? Solo una volta arrivato alSines capisco il senso di quella domanda.
Il Festival Músicas do Mundo è ormai uno dei punti di riferimento dell'estate musicale portoghese. Nato quasi trent'anni fa a Sines, una piccola città affacciata sull'Atlantico conosciuta soprattutto per aver dato i natali a Vasco da Gama, oggi richiama artisti e pubblico da tutto il mondo.
Il cuore del festival è il castello medievale dove si tengono i concerti principali – a pagamento, ma comunque a prezzi decisamente accessibili. Il festival però continua sulla spiaggia con concerti gratuiti, nel centro delle arti della città, perfino sugli scalini delle chiese dove qualcuno ha deciso di fermarsi a suonare un sax mentre un artigiano vende strumenti costruiti a mano accompagnato da una cassa che diffonde psytrance. Tutto convive, tutto succede nello stesso momento, senza apparire disordinato.
E, come se non bastasse, maxi-schermi trasmettono i concerti del castello all'esterno delle mura, per i passanti distratti, per i musicisti di strada che si divertono a improvvisare sulle note dei concerti trasmessi e per i gruppi di giovanissimi che preferiscono ballare per strada appena dei sorrisi si incrociano. A Sines il festival non coincide con il recinto che lo ospita. È forse il festival più democratico che abbia mai frequentato.
Quando finalmente entro nel castello, penso di essere arrivato per ascoltare quella che continuiamo ostinatamente a chiamare world music. Dopo due giorni, mi accorgerò che quella definizione non basta più.
Il primo concerto è quello dei The Cavemen. Basso, batteria e due voci. Nient'altro. In qualsiasi altro festival una formazione così essenziale rischierebbe di sembrare fragile. Qui succede il contrario. Lo spazio del castello sembra restringersi attorno a loro. Il basso costruisce un groove irregolare, continuamente sospeso tra dolcezza e tensione. Le due voci si rincorrono tra unisoni, risposte antifonali e piccole ornamentazioni ereditate dall'highlife, ma senza alcuna intenzione di riprodurne una versione autentica. L'highlife non viene esposto come un reperto da museo, ma continua a trasformarsi davanti ai nostri occhi con inflessioni acute, inserti di spoken word, continui cambi d’intensità che producono un effetto quasi inatteso: migliaia di persone immobili. Si ha la sensazione di assistere a una conversazione privata tra i due fratelli, nella quale il pubblico è stato silenziosamente invitato a entrare.
A seguire sale La Niña. Quando attacca Figlia d' 'a Tempesta basta voltarsi verso le prime file per vedere la comunità italiana arrivata da Lisbona, Porto e da altre città portoghesi che canta ogni parola, si abbraccia, sorride complice, come se il castello di Sines si fosse trasformato in una piazza di Napoli. È un piccolo cortocircuito geografico. Una lingua che per molti spettatori resta incomprensibile diventa improvvisamente uno spazio condiviso. Sul palco La Niña ride, scherza, cerca continuamente il dialogo con la diaspora, ma senza rinunciare a parlare di temi universali: la maternità, il corpo, la violenza, la libertà, l'identità femminile. Le percussioni convivono con sintetizzatori ed elettronica, le coriste ampliano continuamente lo spazio sonoro, trasformando il concerto in una celebrazione collettiva.
Con Made Kuti il discorso cambia. Il cognome porta inevitabilmente con sé il peso dell'eredità di Fela Kuti, ma sarebbe ingiusto considerarlo soltanto un erede. La maturità della band emerge fin dai primi minuti. L'afrobeat continua a poggiare sul groove ipnotico che lo ha reso celebre, ma Made vi innesta un linguaggio jazzistico molto più libero nelle lunghe sezioni improvvisate. L'omaggio a Fela arriva naturalmente con Trouble Sleep Yanga Wake Am, accolto con un entusiasmo che sorprende lo stesso Made. Il momento più impressionante arriva però nel finale, con Story: il lungo assolo di sax, sostenuto dalla respirazione circolare, non è un virtuosismo fine a sé stesso, ma un dispositivo drammatico. La tensione cresce lentamente fino a esplodere portando parte del pubblico a salire sul palco.
Se Made Kuti dimostra che un'eredità può continuare a produrre futuro, Aïta Mon Amour compie un'operazione ancora più radicale. Il progetto della cantante marocchina Widad Mjama e del produttore tunisino Khalil Epi nasce dall'Aïta, il canto popolare tramandato per generazioni dalle cheikhat. Ma già prima della prima nota è evidente che non si tratta di una ricostruzione filologica. «Ai nostri fratelli e alle nostre sorelle in Palestina.» È con questo saluto che Widad apre il concerto. La politica entra in scena prima ancora della musica. Alla sua sinistra il lotar, l'oud, il violino maghrebino e le percussioni tradizionali continuano a custodire il respiro dell'Aïta. Alla sua destra, Khalil Epi costruisce un paesaggio elettronico fatto di bassi profondissimi, riverberi e texture sintetiche che sembrano allargare continuamente lo spazio del castello. Voce ed elettronica crescono lentamente fino a raggiungere un'intensità quasi insostenibile. Per lunghi minuti il pubblico resta immobile, come se ogni movimento potesse spezzare quell'equilibrio precario. Solo nell'ultimo respiro arriva la liberazione, un'esplosione collettiva che assomiglia più a una catarsi che a un applauso.
A questo punto è ormai chiaro che su quel palco nessuno sta semplicemente riproponendo una tradizione. Tutti la stanno usando per raccontare il presente. Ed è esattamente quello che fanno anche i cileni Calle Mambo, probabilmente il concerto più festoso dell'intero festival. Sul palco convivono fiati, percussioni e strumenti provenienti da tradizioni diverse dell'America Latina. Cumbia, huayno, cueca, ritmi andini, ska e persino qualche eco balcanica si intrecciano con una naturalezza sorprendente. Ma basta ascoltare i testi per capire che dietro quella festa c'è molto di più. Le canzoni parlano della terra, delle comunità contadine, della difesa dell'acqua, della natura e delle ingiustizie sociali. Ogni ritornello viene accolto come un invito a ballare, ma anche come un gesto di appartenenza. È difficile trovare un confine tra celebrazione e resistenza.
L'ultimo tassello di questo percorso arriva con A Garota Não, che porta sul palco la nuova canzone d'intervento portoghese. All'inizio il castello ascolta in un silenzio quasi religioso. Poi quel rispetto si trasforma lentamente in rabbia, desiderio di giustizia e partecipazione. Centinaia di braccia si alzano mentre il pubblico canta all'unisono:«Privatizar os comboios, privatizar as autoestradas, privatizar os hospitais, privatizar os aeroportos, privatizar a puta que nos pariu a todos.» La critica sociale continua a trovare spazio nella musica portoghese contemporanea, dimostrando che anche la tradizione della canzone di protesta può restare viva senza trasformarsi in un monumento. Poco dopo arriva una sorpresa inattesa: Killing in the Name dei Rage Against the Machine. La distanza tra José Afonso, il rock americano degli anni Novanta e la nuova canzone d'autore portoghese scompare improvvisamente.
I concerti nel castello finiscono. Esco di nuovo a perdermi nell'energia della città e mi torna in mente la domanda che quella giovane coppia spagnola mi aveva rivolto durante il viaggio: entrare nel castello o restare fuori, risparmiando il costo del biglietto e vivendo comunque il festival?
Dentro le mura si gode effettivamente della straordinaria empatia degli artisti. Il modo in cui percepiscono la sensibilità di chi hanno davanti e la trasformano in musica. Il sorriso di La Niña quando riconosce qualcuno che condivide le sue stesse radici. La curiosità di Made Kuti quando si accorge che il pubblico conosce ancora il lascito del nonno. La sfida silenziosa dei The Cavemen, quasi a voler scoprire chi riuscirà a restare immobile davanti alla loro energia. Sì, vale la pena entrare nel castello, per godere di quella rara vicinanza tra artisti e pubblico che oggi è sempre più difficile trovare nei grandi festival.
Perso in questi pensieri, mi siedo sul muretto accanto alla piccola chiesa bianca affacciata sull'Atlantico. Poco alla volta mi ritrovo dentro un piccolo cerchio di persone raccolte attorno a una ragazza tedesca dai lunghi capelli biondi, accompagnata soltanto dalla melodia che un giovane musicista capoverdiano costruisce con la propria voce.
Un momento di intimità inatteso, di quelli che difficilmente trovano spazio nel programma ufficiale, ma che mi regala uno dei momenti più intensi dell'intero festival. Forse è proprio questo il significato di “world music”, nel 2026. Una musica che abbatte le mura, che rende inutile distinguere tra dentro e fuori, lasciando soltanto la bellezza dell'incontro.