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Intervista Gang - Il futuro ha un cuore antico
Gang

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Il futuro ha un cuore antico


31/12/2004 - di Christian Verzeletti
Concludiamo il 2004 con un’intervista ai Gang che quest’anno, insieme alla Macina di Gastone Pietrucci, hanno realizzato un disco che non è entrato in alcuna play-list, ma che ha un’importanza fondamentale a livello popolare, oltre che rock: “Nel tempo e oltre, cantando” avrebbe meritato più considerazione, anche solo per il fatto di proseguire una vena autorale della canzone italiana che quest’anno ha riservato qualche sorpresa. E poi le parole di Marino, “scritte a puntate andando su e giù per l’Italia”, ci sembrano l’augurio più sincero e più fiero che si possa fare ai nostri lettori, visto come sono tese ed imperniate verso il futuro.
  
   Il futuro ha un cuore antico

      
Intervista ai Gang Concludiamo il 2004 con un’intervista ai Gang che quest’anno, insieme alla Macina di Gastone Pietrucci, hanno realizzato un disco che non è entrato in alcuna play-list, ma che ha un’importanza fondamentale a livello popolare, oltre che rock: “Nel tempo e oltre, cantando” avrebbe meritato più considerazione, anche solo per il fatto di proseguire una vena autorale della canzone italiana che quest’anno ha riservato qualche sorpresa. E poi le parole di Marino, “scritte a puntate andando su e giù per l’Italia”, ci sembrano l’augurio più sincero e più fiero che si possa fare ai nostri lettori, visto come sono tese ed imperniate verso il futuro.
Mescalina: Marino, chi vi segue e conosce la vostra storia, sa tutte le traversie che avete passato in questi anni e ha atteso un vostro disco con la stessa ostinazione con cui voi avete continuato …
Marino Severini: Sono più che convinto che la scelta che abbiamo fatto e che stiamo facendo sia quella giusta. Questo non significa che le cose che per noi oggi sono diventate facili. Anzi, il contrario. Per riuscire a fare un disco, devi sbatterti molto di più di un tempo, per trovare i soldi e una situazione dove è possibile lavorare e arrivare alla realizzazione di un progetto … ma ogni scelta vera e giusta comporta più fatica, è normale. Ciò però avviene con una serenità e, una convinzione, una determinazione finalmente ritrovate. Chi cerca di tenere il piede in due staffe e insiste a ribadire un alibi per legittimare le proprie posizioni contraddittorie è solo un’opportunista, uno che si “fa i cazzi suoi” o meglio quelli dei suoi padroni e la musica che fa ne risente, eccome …

Mescalina: Non a caso l’ultimo disco si intitolava “Controverso” ed è quello che avete fatto in questi ultimi anni, remando contro le cosiddette logiche discografiche e le ottusità del sistema musicale …
Marino Severini: Ci siamo liberati di un rapporto con la WEA, una multinazionale responsabile della stupidità, dell’ignoranza, della sottocultura, del coattismo oggi dilagante nel nostro paese. È stato il primo passo per ricominciare.

Mescalina: In mezzo c’è stato anche un libro …
Marino Severini: La pubblicazione del libro “Banditi senza tempo” ci ha permesso l’incontro con tante realtà che non avremmo incontrato girando con la band. Io e Sandro con qualche amico del luogo abbiamo raccontato il libro, suonato qualche canzone in tanti posti d’Italia e ovunque sono stati momenti indimenticabili, ricchi di emozione. È stato come sedersi accanto al fuoco e raccontarci attraverso le storie dei protagonisti delle nostre canzoni contenute nel libro: Ilaria Alpi, Sacco e Vanzetti, Pio La Torre, la Banda Bassotti, Fausto e Iaio, Chico Mendes, i fratelli Cervi ecc. ecc. … Storie salvate da canzoni e da quelle emozioni che le canzoni sanno riaccendere. Quindi mantenere vive quelle storie, renderle eterne e attraverso quei percorsi rivedere i nostri, quelli comuni, fatti di vittorie e di sconfitte, di sorrisi e di lacrime. Per dirci e dire che siamo ancora vivi e lo saremo perché nel futuro ci saremo e con noi le nostre storie. Il fuoco che ci scalda e ci fa ritrovare anche al tempo del “Grande Freddo” è il mito di sempre: la grande marcia, il cammino fatto e quello che si farà, che si chiama Emancipazione per la conquista della Dignità e non per consumare di più e avere due o tre “beni” in più … La Dignità ci fa diversi dalle Merci e quindi Uomini, la Dignità non le Merci. Quindi un libro “Banditi senza tempo” utile perché vi indicherà anche tanti altri libri da leggere e da discutere per avanzare.

Mescalina: E molte collaborazioni anche con giovani come Malavida, Andrea Parodi, Ratoblanco …
Marino Severini: Storie da una parte significa per noi anche instaurare rapporti con tanti e tanti gruppi, bands, autori di canzoni che sono fuori dai reticolati del mercato e che ci fanno l’onore grande di esserci amici e compagni di viaggio. Abbiamo risposto sempre con curiosità, interesse e varietà agli inviti. Come quando ti invitano ad un pranzo, e noi abbiamo trovato sempre molto ma molto di più di quanto abbiamo portato. Ringrazio tanto tutti, ma soprattutto la sorte che ci ha fatto incontrare tanta bellezza. Abbiamo collaborato con tante realtà e continueremo. Oltre a quelle che citi, abbiamo partecipato alla realizzazione di una canzone bellissima, “L’uomo che piantava gli alberi” dei Ratti Della Sabina, all’ultimo disco dei Del Sangre. Saremo nel prossimo lavoro di Graziano Romani; con Alessio Lega, autore che apprezzo e che stimo moltissimo, scriveremo delle nuove canzoni … ma anche con molto molti altri, strada facendo. Nel prossimo anno daremo vita con molti di questi gruppi a diversi progetti, per ora se ne parla…

Mescalina: Magari qualcuno al vostro posto avrebbe preferito “tornare” con un best …
Marino Severini: Il “best” corrisponde ad una logica promozionale, ad un’idea di “marketing” lontanissima dal nostro modo di “intendere e volere”. È una fase di una logica idiota e mercantile, più da distruggere che non da conservare o subire.

Mescalina: Proprio questa costanza nei confronti della realtà e della storia vi ha spesso portato a degli scambi, a delle collaborazioni, in una parola a delle “amicizie”, di quelle dove si cammina insieme: è nato così questo disco? Cammini che si incontrano?
Marino Severini: “Nel tempo e oltre, cantando” nasce da tutta una serie di intenzioni e di presupposti. Da identità, da stili, da modi di essere e di fare. “Il futuro ha un cuore antico” (C. Levi). È bene allora che, quando il futuro o meglio le vie di accesso al futuro sono bloccate, si cerchi di aprirle per proseguire rispetto a quel cammino di cui parlavo prima. La cosa non è semplice, non è facile. Qualcuno può semplicemente pensare in modo infantile che tutto è bloccato per volontà dei potenti, dei padroni, dei cattivi, del mercato, dei mass media, di Berlusconi e la sua ciurma, della sinistra confusa e arrendevole o peggio traditrice … Tutto vero, ma c’è un ma. Qualcosa che ti dice che non basta. C’è qualcosa che è andato perso durante il tragitto e che bisogna andare a ritrovare poiché senza quella cosa non ha senso continuare il viaggio o almeno si può continuare ma a patto che si cambi direzione e l’arrivo non è quello che ci siamo o c’è stato promesso. Ecco il ritorno, indispensabile e necessario, che non sarà più andare indietro ma l’unico modo per andare avanti e ritrovare noi stessi, ritrovarci. E con noi la nostra cultura, il senso del cammino quindi l’identità che è il percorso, movimento, i bisogni veri. Ci ritroveremo altri, diversi da ciò che siamo quindi nuovi e pronti, disponibili al nuovo e alla lotta, rigenerati. Prendiamo il rock: se noi non dovessimo restituirgli l’anima, il confronto con le sue radici, cosa sarebbe oggi? Intrattenimento, merce, rottura infinita di coglioni … banalità su banalità. E allora apriamo questa ferita, questa crisi e cominciamo come per ogni crisi un ritorno sul cammino fatto e su come oggi noi lo valutiamo. Il rock inteso come musica popolare più importante del ‘900 non può non essere confrontato con il maestro Woody Guthrie, ma anche con Giovanna Daffini o con De Andrè per ciò che riguarda il caso italiano … Questo per salvarlo da ciò che oggi è diventato: puro fatto estetico, una questione unicamente di stile svuotato di contenuto, di spirito, di anima, una cosa “buona solo per vendere” … Sta avvenendo la stessa cosa che è avvenuta con Casadei rispetto alla musica folk, tanto per intenderci …questo è quanto MTV e i padroni della musica stanno facendo al rock in Italia e non solo. Solo chi sente la crisi deve portare il rock dall’analista e ripercorrere pian piano il cammino, la strada fatta. Questo per salvarlo e farlo tornare alla Grande Energia. Per far sì che ritrovi un identità, che sappia di nuovo da che parte stare e in un ambito culturale possa ritrovare una sua organicità, per dirla con Gramsci, e una funzione, un ruolo, un posto; tornare ad essere utile se non indispensabile. Non cambierà il mondo, ma può dare di nuovo, nutrimento spirituale e culturale a chi cerca di cambiarlo.
“Nel tempo e oltre, cantando” è tutto ciò nel senso che va alla ricerca e scopre un territorio nuovo, quello della Memoria. Lì si incontrano strade diverse come quelle nostre, della Gang e quella della Macina. Un territorio che non è solo geografico, visto che siamo entrambi marchigiani, ma culturale e politico. L’ambito politico è quello della lotta, del conflitto in atto in questo paese rispetto alla memoria.
C’è da una parte un’Italia che vuole dimenticare e con le armi dell’idiozia e della menzogna impone una memoria pacificata e nazionale. Un’altra, la nostra, ritiene che senza la memoria dell’esilio forzato, della regressione, dello sfruttamento, della violenza subita non si avrà né si potrà partecipare alla edificazione del futuro. Dovremmo rinunciare alla nostra identità, dovremmo tornando indietro cancellare le nostre tracce, questo non sarà mai.

Mescalina: Oltre a scambiarvi le canzoni tu e Gastone vi scambiate anche i ruoli e le voci … roba che fa venire da ridere se si pensa a cosa sono oggi i duetti nei dischi rock (?)!
Marino Severini: Nel caso del nostro rapporto con Gastone Pietrucci e la sua Macina la cosa è molto semplice: scambiarci le canzoni e i “posti a tavola” ha significato per noi che il nostro repertorio è entrato di diritto in un ambito vastissimo quello della cultura popolare che ha preceduto lo stesso momento stilistico del rock. Il testimone, il custode della tradizione popolare lo ha cantato inserendolo in un Canzoniere. È stato un riconoscimento da parte del “capo del villaggio”, del Cantastorie per eccellenza. Il nostro è stato un atto di umiltà e riconoscendo il valore della tradizione e del cantore siamo stati riconosciuti ma più che noi lo sono state (e questo è importante) le nostre canzoni. Lo scambio più importante è questo e ciò contribuisce a ridare vita non solo ai nostri percorsi ma alla figura in parte storica in parte mitica del “cantastorie”. Colui che tiene unita una comunità conservando e rivitalizzando la memoria. È lui che riafferma l’identità e tranquillizza i più giovani circa la loro parte, cioè il futuro. Così è sempre stato tranne che nel presente dove la figura del cantastorie è stata contrastata e fatta scomparire dalla civiltà dell’immagine. Questo è accaduto anche per un’impreparazione, una scarsa attitudine al nuovo, all’incontro con l’Altro, alle opportunità del Nuovo Mondo da parte dei cantastorie stessi.

Mescalina: Potremmo parlare del concetto di folk, ma poi si rischia che qualcuno fraintende, abituati come siamo con generi e definizioni … però questo aspetto, questa radice c’è sempre stata nella vostra musica … qua è “solo” più esplicita, suonata in maniera più marcata …
Marino Severini: Più che uno stile nel nostro percorso c’è sempre stato un metodo tipico della musica popolare cioè quello sincretico dettato dall’esigenza di costruire con i frammenti, con ciò che restava. Incontro e confronto come possibilità di crescita, di scoperta anche dei propri limiti e delle proprie capacità per superare la sconfitta , la trincea, il ghetto … Con i frammenti costruire qualcosa di nuovo ma sempre utile. In questo metodo la cultura popolare da sempre ha ritrovato la possibilità di non scomparire ma di tornare viva e utile. Utile a cantare le storie, non la storia, perché come scrive Portelli le storie sono il nostro rapporto con la storia e da ciò nasce una storia diversa da quella dei vincitori, dei potenti, di coloro che hanno ormai e denaro e mass-media quindi potere. È la storia dei vinti ma non per questo servi. Questo dà alle canzoni un carattere di eternità mitico oltre che storico. Le storie cantate fanno ritrovare storia e mito. Non le rendono universali perché sono di parte, partigiane, sanno da che parte stare, hanno coscienza, consapevolezza, memoria. Canzoni che vanno nel tempo, lo attraversano, camminano lente ma vanno comunque oltre la storia stessa.

Mescalina: Una voglia di esserci, nella storia, nel presente e nel futuro … un filo che potremmo dire va da Woody Guthrie a Joe Strummer e che continuate a tenere teso ….
Marino Severini: A noi è toccato Joe Strummer anziché Dylan, Elvis, o Gesù Cristo, o Giovanni Battista o Jerry Rubin o Lazzaretti … Poiché è profeta colui che ha il dono o meglio il fiore della parola. E con essa annuncia ciò che ci sarà o potrebbe esserci oltre l’orizzonte: la Terra Promessa. E lo fa ricordando ciò che la terra era all’inizio cioè il Paradiso. La storia si muove a cerchi, il profeta tira il sasso nell’acqua e ad ogni cerchio ne corrisponde un altro e un altro ancora sempre più grande fino all’ultimo che si rompe sulla riva e allora ecco che c’è bisogno di un altro sasso e di un’altra mano che lo tira … tutto qua. Ecco chi è stato Joe lo Strimpellatore.

Mescalina: A proposito, non avete pensato alla possibilità di un tributo italiano a Joe Strummer visto le affinità umane e artistiche che vi legano a lui?
Marino Severini: Di un tributo a Joe Strummer se ne parla da diverso tempo con molte bands italiane che “hanno risposto alla chiamata” … penso che si farà, speriamo presto.

Mescalina: In un certo senso si può dire che la musica dei Gang ha dato fastidio? Forse proprio per questo suo non avere paura di farsi valore culturale e politico … oggi quasi tutti non vogliono che essere politically correct …
Marino Severini: Rispetto al fatto che le nostre canzoni si siano conquistate un valore culturale e politico rispondo con le parole di uno dei protagonisti della cultura popolare italiana che è Gianni Bosio: “Il lavoro culturale è spinto dalla logica della non integrazione a costruirsi le armi per difendere la possibilità di sopravvivere. Il lavoro culturale non può che trasformarsi in lotta politica per la propria difesa e poiché la lotta politica diventa il livello più alto di ogni lavoro culturale”.

Mescalina: Alla base poi c’è anche un lavoro sulla parola, che non va dimenticato … proprio perché ci siamo poco abituati ormai: avete preso delle filastrocche iterative, canti in ottava rima, canti di questua ecc. …
Marino Severini: La parola va ripresa soprattutto oggi che l’immagine è egemone. E l’immagine è autoritaria, non fa alcuna domanda, non fa una richiesta del senso, la parola sì. La parola è indispensabile al fine di creare un nuovo immaginario, la parola rende partecipi e sviluppa la propria immaginazione. È una pratica e una disciplina per un ordine (o disordine?) nuovo. Ed è sempre dal Caos che nasce e rinasce la Creazione. La parola va conquistata, non si può comprare col denaro al supermercato. Il fatto è che come scrive Mario Castronuovo in “Ellin Selae” “le parole sono in esilio e l’esilio delle parole è uno dei volti più terribili della nostra odierna povertà”. Perché le parole dovrebbero essere conquistate se già ci sono? Come supporre che al mercato in mezzo a una cassa di peperoni per procurarmene un po’ dovessi cominciare col seminarli … Occorre tornare alla magia della parola così diventeranno chiavi che aprono porte e mondi … Possedere le parole vere e non quelle artefatte, falsificate, prese in prestito dal mondo del denaro. Molti canti ci restituiscono queste parole vere, anzi questi canti costituiscono “il fiore” della parola …

Mescalina: Non credi che la tradizione italiana sia troppo spesso poco valorizzata? Basta sentire la profondità di queste canzoni della Macina che per chi è fuori dalle Marche sono quasi del tutto sconosciute …
Marino Severini: La tradizione italiana o meglio la cultura popolare italiana non solo non è assolutamente valorizzata ma è stata violentemente rinnegata, emarginata e sepolta. L’Istituto Ernesto De Martino e il Circolo Gianni Bosio sono stati i momenti culturali più importanti rispetto alla ricerca, allo studio, all’emancipazione della cultura popolare italiana, lo restano tuttora. Questo stato di cose che ormai persevera da tempo è dovuto secondo me a molteplici fattori: primo l’abbandono totale delle istituzioni vergognosa è la latitanza dei politici, tutti, rispetto almeno alla salvaguardia di una ricchezza che è enorme e ineguagliabile. Scandaloso è il fatto che l’Istituto De Martino anni fa sia stato costretto ad emigrare da Roma a Castelfiorentino dopo enormi difficoltà perché non era più in grado di pagare l’affitto dei locali … Questo è segno di grande inciviltà. Punto.
Poi c’è anche un atteggiamento ghettizzante da parte di molti ricercatori, studiosi che come sempre nel ghetto hanno cercato di preservare, di rendere incontaminata la cultura popolare. Magari affidandola ai palati fini dell’alta borghesia, di salotti bene un po’ come è successo la jazz italiano. Facendo così l’hanno mummificata, l’hanno svuotata di contenuto e identità e non facendola incontrare con il nuovo l’hanno soffocata, spenta. Peggio è l’altro atteggiamento quello folkloristico che ha consegnato invece la cultura popolare alla “sagra” preservando il mito del “buon selvaggio”, dell’uomo a-storico.
Dai salotti buoni alle feste della porchetta passando poi per il saccheggio del liscio tutta la cultura popolare vera è stata annientata. Lodevole è invece l’esperimento della scuola di Testaccio opera di Giovanna Marini. Importante tutto il lavoro fatto da artisti e gruppi durante gli anni ’70 che hanno fatto i conti con la musica e la cultura popolare: bastano alcuni nomi dal Canzoniere del Lazio alla Nuova Compagnia di Canto Popolare fino al Canzoniere Internazionale e Italiano (ne faccio alcuni per indicare una tendenza ma la lista è lunghissima) e De Andrè e De Gregori …
“Le radici e le ali” per noi è stato il proseguimento di quel lavoro enorme che era stato fatto in Italia in quegli anni. Basti pensare ai collaboratori: Sparagna, Antonello Ricci, Mauro Pagani, Antonello Salis, Daniele Sepe .. Con quel disco del 90/91 abbiamo cercato di reinverdire il metodo polare, far incontrare e mettere insieme i frammenti della musica popolare italiana e non solo incollandoli con un atteggiamento e uno spirito rock e restituendo al tutto una dignità politica. Da lì è ricominciata per noi e molti gruppi in Italia una strada nuova che ancora stiamo percorrendo.

Mescalina: Il disco si chiude con “Eurialo e Niso” proprio per ribadire quel concetto di storia e di amicizia che dicevamo prima? Quello che vi lega anche alla Macina?
Marino Severini: Ciò che dà legame al progetto con la Macina e a tanti altri progetti e tanti altri gruppi più che l’amicizia è il senso di appartenenza, la cosa che abbiamo sempre cercato in questo nostro viaggio e che oggi posso dire di aver trovato o meglio ritrovato. Penso sia questo il tesoro vero, le relazioni che fanno rivivere una cultura e la conducono verso il futuro. Non altro, altro ripeto è solo la Merce.

Mescalina: Grazie della disponibilità e della pazienza.
Marino Severini: Grazie tante per questa intervista: le domande sono interessanti, belle anche rare visti i tempi … accade sempre meno di poter dialogare su certe tematiche. GRRRRRAZZZZIEE e Buona Fortuna!

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