Mimmo Cavallo

interviste

Mimmo Cavallo Il Sud alla riscossa

30/01/2013 di Vittorio Formenti

#Mimmo Cavallo

Il Sud alla riscossa. La recente pubblicazione del libro “Siamo meridionali”, dedicato a Mimmo Cavallo dalla penna di Antonio D’Errico, ci ha procurato la ghiotta opportunità di incontrare e parlare con un artista non facile da incontrare tutti i giorni. Mimmo si è prestato con grande disponibilità ed apertura, trasformando l’intervista in una vera e propria conversazione libera, densa di elementi in continua alternanza tra dimensione professionale ed umana. Non è stato semplice sintetizzare per iscritto un rapporto che tutto è stato tranne che asettico. Ci abbiamo messo il massimo dell’impegno; il risultato è quello che segue, speriamo di non deludervi. Buona lettura.
Mescalina : recentemente è uscito il libro “Siamo Meridionali” dedicato a te e scritto da Antonio D’Errico. Partiamo da qui; a chi è venuta l’idea?

Mimmo: mi ha chiamato lui. L’idea di fare un libro l’avevo da un po’ ma mi sarebbe piaciuto scriverlo personalmente; ritengo infatti che un testo scritto dal diretto interessato abbia sempre un significato  particolare. In questo caso il lavoro, che ha toccato molti  temi interessanti ed anche profondi, è però risultato più un’intervista che ha sondato il sottoscritto solo dalla cintola in su. Questo non toglie assolutamente senso al lavoro che, come ripeto, è risultato ricco e penetrante; per sondare aspetti più viscerali si sarebbero dovuto scrivere altre pagine.

Antonio mi ha contattato a seguito della conoscenza che avevo di  suo fratello (Gerardo, comandante di Polizia Carceraria – nda)  dopo due concerti che avevamo organizzato presso le carceri di Alba ed un secondo posto che non ricordo.

Mescalina : ho presente il periodo, iniziative molto interessanti.

Mimmo: certo; a quel tempo conoscevo il responsabile delle carceri in Lombardia che mi aveva sollecitato  ritenendo che a Bollate ci fosse una situazione particolarmente favorevole per un’iniziativa artistica. Mi venne l’idea di fare un disco con la collaborazione di carcerati. Vi lavorai quasi un anno ma la cosa si rivelò impraticabile; mancanza di mezzi, persone che lavoravano con te e poi sparivano perché venivano trasferite mandando così in fumo mesi di attività, altri che chiedevano di partecipare senza però essere in grado di suonare; arrivai ad un punto in cui era difficile dire di no a persone che soffrivano molto la mancanza di libertà ma, dall’altro lato, io avevo l’obiettivo di realizzare il disco e le due cose divennero non conciliabili.

Mescalina : fu così che conoscesti Antonio?

Mimmo: sì, come ti dico lui mi chiamò e io accettai. Non voglio dirti che divenne come il divano di Freud ma certamente si parlò di molte cose, di periodi  anche lontani, talvolta si toccavano aspetti dai  quali  istintivamente ti ritraevi; c’è stato anche il problema che io non ricordavo tutto e mi capitava di  fare confusione con date, sequenze di fatti invertite che Antonio mi faceva notare ma che non sempre riuscivo a ricostruire. Rileggendo mi sono reso conto di qualche particolare qua e là che poi  ho commentato con Antonio il quale, naturalmente, aveva ricostruito il tutto sulla base dei colloqui; sai com’è, di vicissitudini ne ho avute molte.

Mescalina : il meccanismo interattivo tra te e l’autore risulta articolato. La prima parte del libro vede una maggior presenza tua, con Antonio che pare esercitare una maieutica dal retroscena; la seconda parte invece si avvicina di più ad una struttura di  intervista come dici tu. E’ un fatto voluto o è stata una conseguenza di uno sviluppo temporale differito?

Mimmo:  è perché i tempi sono stati  diversi. L’interazione è sempre stata naturale, senza schemi particolari predeterminati . Premetto che io sono capace di scrivere ma non mi ritengo un gran parlatore.

Probabilmente la prima parte del libro è particolare perché ho inteso iniziare con ciò che è stato per me, così come credo per tutti, un periodo fondamentale: quello adolescenziale e pre-adolescenziale che io passai nel paese di origine.

Fu un’epoca in cui vissi molto  la dimensione del mito; i racconti in famiglia, le storie esposte da “dentro” il camino e non “davanti”. Le case avevano i camini molto grandi per cui ci si poteva stare tutti insieme al caldo ed ascoltare vicende di spiriti volanti, capre che parlavano e così via. Se poi tieni presente la storia delle nostre zone capirai che, quando si guarda il mare, ci si ricorda della Magna Grecia, dell’Africa; questo radica un rapporto di  tipo  mitico con il territorio.

Nei primi tempi successivi a quando emigrai tenevo nascosti questi aspetti; volevo evitare di essere visto come uno diverso, che veniva da fuori, intendevo integrarmi e farmi accettare, cosa che riuscii ad ottenere grazie al gioco del pallone.

Purtroppo il problema persiste ancora, anche se con incidenza molto inferiore, e quindi l’intensità della prima parte è probabilmente dovuta a questa esperienza ed alla fatica che mi ha comportato.

Devo dire che la musica in questo senso mi ha aiutato molto; in questo ambito la diversità è apprezzata, ricercata;  i musicisti vanno in Africa per ricercare ritmi dispari particolari, io me li sento nel sangue. 

Mescalina: da qui nacque “Siamo Meridionali”?

Mimmo: certamente. Io scrivevo spesso di queste cose ma non le presentavo inizialmente a colui  che divenne poi il mio produttore. Nel primo incontro  presentai lui alcuni brani dimessi, tristi, alla Tenco per intenderci. Lui mi chiese se avessi qualcos’altro ed io gli presentai dei pezzi in dialetto, vivaci e direttamente espressione della mia terra.

Lui ne restò entusiasta; iniziò così una vicenda artistica che sto proseguendo ancora adesso con il progetto che ho in corso per il disco sulla tradizione della “taranta”, tipica della realtà popolare della mia zona e che conosco molto bene.

A sette anni avevo vissuto appieno  questa realtà; ricordo le vecchiette che danzavano, i fazzoletti sventolati, i musicisti amici di mio padre, i cosiddetti “camicia fresca” perché erano considerati dei vagabondi; sai, il mio paese è una realtà molto inquadrata, per certi versi differente rispetto ad altre situazioni del circondario; lì devi lavorare, altrimenti sei considerato appunto un bighellone. 

Mescalina : il libro evidenzia bene questo tuo intento relativo alla tua infanzia. Forse anche l’autore l’aveva percepito, vista la libertà che lascia nell’esposizione. Altrettanto interessante è la sezione finale dedicata al tuo lavori con Pino Aprile ed alla tua visione storica del Risorgimento, certamente non da testi ortodossi. Anche questo è stato un argomento nella tua agenda?

Mimmo: non proprio. Antonio veniva con delle domande secondo una scaletta sua; non ho interferito su  questo aspetto anche se è ovvio che, in base ai temi, il discorso evolveva in una determinata maniera. Circa l’ortodossia o meno di certe tesi io ritengo che a questi argomenti vada levato il burka che maschera la verità; non sono io che lo dico, molti storici sostengono certe teorie (il Sud saccheggiato dal Nord, Garibaldi non propriamente eroico,…nda) in modo documentato; basta emanciparsi dai soliti cliché dati per buoni a priori.

Peraltro anche diversi studiosi del Nord hanno guardato con favore a queste tesi; impossibile credere che in mille si potesse portare a termine, da soli, detta impresa contro una realtà consolidata come era il Sud a suo tempo. Pensa che questi spunti io li trovai scritti addirittura in certi depliants promozionali  in Sicilia, giusto per dirti come in realtà erano date per acquisite.

La verità è che non c’è nulla di invisibile come i monumenti; quando passi davanti al Colosseo, o anche al Duomo in Milano, nemmeno te ne accorgi, lo dai per scontato.  Spesso uno preferisce ritagliare ed incollare piuttosto che accettare e mantenere quello che vede; in questo argomento mi hanno aiutato alcuni libri usciti nel tempo, dando conferma ad una impressione che già avevo maturato.

Mescalina : quindi, come dici, hai trovato più una conferma alle tue idee piuttosto che una nuova apertura.

Mimmo: certo. Nel 1981 io avevo già scritto Uh Mammà, che presentava in una certa luce i Piemontesi che scendevano ad occuparci. Erano però aspetti difficili da trattare a suo tempo; la mia Casa Discografica mi faceva partecipare, mio malgrado (io ero vicino a certa sinistra estrema che comunque già in quell’epoca non mi convinceva completamente),  a manifestazioni musicali politicizzate (era il periodo di Craxi), pertanto non c’erano le condizioni per portare fino in fondo queste considerazioni come invece oggi si può fare.

In definitiva a me piaceva, e piace ancora, la musica; io ubbidivo alle indicazioni della casa discografica e quindi razionalizzare questi temi era fuori dall’ordine del giorno. 

Mescalina : a questo proposito, di frequente venivi affiancato a Bennato.
 

Mimmo: vero e questo mi ha sempre fatto innervosire. Era come dire che se andavo in bagno a fare i miei bisogni (in realtà l’espressione di Mimmo è stata più “diretta” – nda) assomigliavo alla PFM.  Certamente la mia musica può richiamare in qualche aspetto quella di altri ma, nella fattispecie, Bennato si basava più sul blues e su di un giro armonico standard, io ho sempre fatto altro.

La verità è che chi parla di musica é, per la stragrande maggioranza, un incompetente; quei pochi che ci capiscono qualcosa sono di sovente al soldo di qualcuno; è difficilissimo avere riscontri ragionati e fondati.

Mescalina : il periodo di  pausa che hai avuto nella tua carriera è quindi stato frutto di  delusioni indotte dall’ambiente?

Mimmo: diciamo meglio che quando ho capito che per me era difficile avere “il posto” decisi di autolicenziarmi. Non ho mai avuto mire di ricchezza o ambizioni di successo; ho sempre voluto solamente sopravvivere facendo quello che mi  piaceva e mi risultava spontaneo. Così ad esempio  ho prodotto in autonomia il mio ultimo lavoro “Terroni” e mi sono trovato benissimo. Certo è che se raggiungi più persone è meglio per chiunque; non solo per un fatto economico ma soprattutto perché,  pur scrivendo per se stessi, gli artisti hanno sempre necessità di un riscontro.

Mescalina : tu hai lavorato con e per molti artisti importanti; ricordiamo per esempio Mia Martini e comunque altri citati anche nel libro. Cosa fu per te? Un’attività per conto terzi o un modo diverso per realizzare la tua arte?

Mimmo: nel caso di Mimì fu un fatto soprattutto di radici. Al di là delle sue indubbie qualità artistiche Mia aveva un legame profondo con la sua terra e questo ci univa parecchio.

Io non sono fatalista ma ho spesso avuto la sensazione che certe cose dovessero accadere, così come l’incontro con lei che accadde dopo  aver conosciuto la sorella Olivia, come descritto nel libro.

E’ curioso ma questo senso delle cose l’avevo fin da piccolo; pensa che quando giocavo con gli amici dicevo loro che un giorno sarei comparso in televisione, avevo la convinzione che questo sarebbe accaduto, così come l’incontro con Mimì.

Mescalina : e con Zucchero?

Mimmo: in questo caso è stato diverso. Io ho sempre avuto dei brani che non erano completamente adatti al sottoscritto e quindi cercavo un interprete; una sera a cena da amici incontrai la responsabile del suo ufficio stampa e chiesi lei se era possibile far avere qualcosa a Zucchero. Mi disse che bastava inviargli il materiale e lui l’avrebbe ascoltato. Mi pareva un modo gentile di eludere una risposta affermativa; io spedii ugualmente le mie bozze e constatai con piacere, e anche con sorpresa, che non solo le aveva sentite ma che l’avevano impressionato positivamente al punto che mi chiamò per collaborare.

Le cose accadono così; il pubblico ha per certi versi una visione distorta del nostro mondo che, in realtà, funziona in modo assai più normale di quello che si possa pensare.

Ricordo Dalla che, in occasione dei miei esordi all’inizio degli anni ’80, mi abbracciava domandandomi “ Ma ti chi sei, Gesù?”; in effetti a scopo promozionale erano state fatte fare delle valigette in cartone da una ditta specializzata di Firenze nelle quali erano inseriti una bottiglia di vino, noci, fichi secchi ed una nota culturale di presentazione. Ne furono fatte 1.500 per i giornalisti e questo impressionò Lucio.

Dico questo, che sembra una divagazione, per far capire che ci conosciamo l’uno l’altro in modo diverso rispetto alla visibilità che il pubblico può avere di noi; si  capisce chi vale e chi no, indipendentemente dal successo che si può ottenere e che sovente è legato al momento ed all’opportunità; questo è uno spaccato che la gente, per ovvi motivi, non può avvertire ma che nell’ambiente può consentire di creare certi rapporti anche professionali. 

Mescalina : con questo vuoi dire che il pubblico vive la realtà musicale al di là dei valori?

Mimmo: spesso è così. La gente va a sentire il jazz, dice “che bello”, ma in realtà ci capisce poco, come quando molti vanno a teatro. Ma come fai ad apprezzare il jazz, così come altra forme d’arte complesse come l’arte astratta, se non hai i rudimenti? Non voglio naturalmente generalizzare ma è certo che il metro con cui il pubblico valuta gli artisti è diverso, e per certi versi più superficiale, di quello che noi abbiamo all’interno del nostro ambiente. 

Altra cosa che detesto è l’uso della musica come elemento ausiliario; io odio i negozi con la musica di sottofondo, così come non concepisco l’ascolto mentre si sta facendo altro. Ritengo che la musica domini, quando sento qualcosa io sto lavorando, non mi sto distraendo o rilassando. 

Mescalina : ciò che stai esprimendo, che fa evidentemente parte della tua sensibilità e della tua visione artistica, ritieni sia espresso e percepibile dal libro pubblicato?

Mimmo: non saprei valutare appieno. Quando normalmente scrivo un brano lo lascio per un po’ da parte, lo faccio sedimentare e poi lo riguardo per rendermi conto se vale o meno. Non ho ancora effettuato questo riesame con il libro in questione ; alcune cose certamente non ci sono, Antonio talvolta mi rappresenta con toni meno crudi rispetto a quelli del mio essere; certamente la visione dell’autore va rispettata e rappresenta una lettura significativa della mia realtà ma non è l’unica e, probabilmente, nemmeno Antonio voleva arrivare ad un ritratto completo.

Le mie origini sono più “selvatiche”; sono uno che da piccolo  ammazzava una rondine con la fionda per poi portarla da mia nonna; lei con un’unghia ne apriva il petto e mi  faceva mangiare il cuore. Queste sono le mie radici reali; l’immagine è forse da Grand Guignol ma anche il mio chitarrista mi esprimeva il suo apprezzamento dicendomi che io “puzzavo di stalla”. Io ho vissuto la separazione e sono stato davvero solo, ho dormito davvero all’addiaccio in Campo dei Fiori con gli indiani metropolitani.

Questa dimensione radicale, arcaica, mitologica, forse un po’ esoterica ed anche religiosa (nel senso di religiosità e non di religione) mi appartiene profondamente ma non traspare completamente; su questo piano non c’è stata intesa completa con l’autore e, per dirla tutta, nemmeno l’ho forzata per evitare fraintendimenti.

Mescalina : è un aspetto che non si dedurrebbe dalla lettura, che scorre fresca sui contenuti che risultano molto spontanei.

Mimmo: non lo metto in dubbio, Antonio ha certamente sondato bene quella parte che ti dicevo. Manca questo mio aspetto che riguarda dalla cintola in giù, il mio lato viscerale che, bada bene, ho sempre vissuto come curiosità verso le cose; desideravo conoscere e sperimentare, non consumare..

Fin da piccolo ero affascinato dai personaggi non ordinari del mio paese, come la prostituta Ninetta o come  Veronica che passeggiava con una gallina; il mio essere vero passa anche per queste cose.

In qualche modo credo che il peggior criminale, detto metaforicamente,  sia stato S. Francesco; per fare del bene occorre conoscere anche il male altrimenti è impossibile operare delle scelte.

Riconosco che scrivere in questo senso diventa difficile, contrariamente a quello che pensano in molti; ho amici che lavorano in banca o sono medici, si lamentano per la noia del proprio lavoro e mi invidiano dicendo che anche a loro sarebbe piaciuto fare quello che faccio io. Ma che ne sanno? Mica è tutto rose e fiori! Fare certe cose fino in fondo significa anche soffrire o, per lo meno, aver sofferto.  E’ una costante: gli altri ti vedono in modo parziale, distorto, si fanno delle idee basate su luoghi comuni o sull’incapacità di entrare in sintonia.

Mescalina : vuoi quindi dire che chi legge questo libro  potrebbe avere un’immagine distorta di te?

Mimmo: francamente non saprei, non è stata una mia preoccupazione. La cosa si è sviluppata senza problemi fino alla conclusione perché non ho voluto imporre la mia prospettiva; ho lasciato scorrere, come credo sia stato giusto, la penna dell’autore; in fin dei conti è lui il vero padre dell’opera e gli riconosco l’aver comunque messo in rilievo alcuni aspetti importanti quali quelli della mia adolescenza o quelli relativi alla mia visione della storia del Sud; sono elementi collegati direttamente al mio essere.

Il libro quindi lascia delle immagini e delle impressioni significative; ricordo che, in occasione di una presentazione del lavoro, un  mio amico (al quale il libro era piaciuto molto) lesse dei passaggi che mi colsero piacevolmente di sorpresa; mi chiedevo come avessi fatto a far uscire certe cose.

Ritengo quindi che il tutto abbia certamente un suo senso; una maniera molto dignitosa per cercare di arrivare a tante persone.

Mescalina : alla fine del libro parli di quello che sarà il tuo prossimo lavoro, relativo al mondo della taranta. Il disco non è ancora uscito, o almeno così ci risulta; che ci puoi dire al riguardo?

Mimmo: sulla taranta ho già detto prima. Il progetto è un ritorno al passato ma in chiave di riscoperta; la cosa mi interessa sia in chiave di presentazione di una dimensione tutto sommato poco nota a livello nazionale sia per l’avvicinarsi del periodo estivo, nel quale la dimensione rituale della taranta diventa quasi irrinunciabile.

Occorre sapere che in realtà ci sono due tipi di taranta.

Prescindiamo da forme posticce quale quella resa nota da alcuni musicisti moderni come il batterista dei Police (Stewart Copeland); questa forma ha assunto tinte improprie di tipo esoterico, magico, dionisiaco o, al contrario, è stata coniugata come una danza da schermaglia amorosa.

In realtà la taranta del Basso Salento riguarda l’atto che mima il duello, nell’Alto Salento (che è la mia zona) si riferisce invece all’intervento che toglie il veleno; questa seconda è la forma originale, tipicamente pagana, mentre la prima ha subito un intervento di “revisione” culturale da parte della componente religiosa che, nell’intento di parafrasare le  tradizioni precedenti, ha messo di mezzo San Paolo come garante della guarigione.

Numerose sciocchezze sono state pronunciate circa il senso della taranta originale; taluni sostengo che rappresenti la liberazione della donna ma non è assolutamente vero. Fin da quando ero piccolo tutti intervenivano e ballavano , non solo le donne; il senso autentico rappresentato riguarda la liberazione dalla sofferenza ed in questo senso esprime un percorso di emancipazione. 

Mescalina : si tratterà quindi di un’opera folk?

Mimmo: non solo. Il mio essere artistico ha tre lati.

Il primo è quello etnico, indubbiamente attinente alle mie radici e che mi fa vedere cose antiche anche quando magari sono dell’altro ieri.

Il secondo è quello rock, che certamente trasparirà nel cd.

Il terzo è quello ameno o, forse più prosaicamente, cazzeggiante. Ho numerosi pezzi che tirano a questa sfumatura e che emergono soprattutto dal vivo.

Mi rendo conto che la cosa può apparire come un’insalatona ma tutto sommato non mi importa; io sono fatto così. Mi ricorda quello che tanti mi dicono circa il mio nome; io mi chiamo Cosimo ma tutti mi chiamano Mimmo; tanti mi dicono : “tu sei bravo, davvero, peccato che ti chiami Mimmo Cavallo….”, come se fosse contro l’aspettativa di serietà. In realtà va benissimo così, io mi voglio anche divertire.

Se tieni presente che Mimmo è un vezzeggiativo di radice latina che intende “bimbo” trovo la cosa particolarmente calzante.
 

La conversazione si ferma qui per via di un impegno professionale che chiamava Mimmo ad altri posti, anche se con mezz’ora di ritardo. Questo ci ha lusingato profondamente perché Mimmo ha regalato questo tempo a noi ed ai nostri lettori e siamo convinti che sia tempo ben utilizzabile.

Davanti a noi abbiamo avuto, per più di 70 minuti, una persona che è anche un artista e non viceversa; speriamo di essere riusciti a renderne l’effetto.

Se sì il grazie va a Mimmo; se no la colpa è solo nostra.