Nini Maria Giacomelli

interviste

Nini Maria Giacomelli Un incontro con Nini Giacomelli: le persone, le canzoni, la memoria, la vita

28/10/2026 di Laura Bianchi

#Nini Maria Giacomelli#Italiana#Canzone d`autore

Per la serie "Le persone dietro e dentro la musica", ho incontrato al Tenco Nini Maria Giacomelli, una donna eccezionale. Ci sono autori che conosciamo attraverso le canzoni, senza sapere quanto ci sia dietro il loro lavoro, le loro intuizioni, gli incontri che hanno cambiato una storia. Nini è una di loro: autrice, animatrice culturale, da sempre attenta a ciò che accade intorno alla musica e alle persone che la fanno. Dalla scrittura per grandi interpreti all'impegno per la canzone d'autore, fino al lavoro culturale in Valle Camonica, il suo percorso attraversa mondi diversi senza perdere il filo delle relazioni, quelle con artisti come Ornella Vanoni, Sergio Staino o Sergio Secondiano Sacchi, ma anche quelle che continuano a nascere attraverso le canzoni e i progetti culturali. L'occasione per parlarne è anche la mostra "Bobo e la Valle dei Segni", a Finalborgo, aperta dal 31 ottobre al 21 novembre: un incontro sorprendente tra l'universo di Sergio Staino e le incisioni rupestri della Valle Camonica. Perché i segni cambiano nel tempo, ma continuano a raccontare chi siamo.

Laura Bianchi: Innanzitutto, grazie per la tua disponibilità a spendere del tempo con me, nonostante i tuoi numerosi impegni… Hai raccontato che la tua avventura come autrice di canzoni è cominciata quasi per gioco, durante una pausa dal lavoro, quando alcune colleghe ti hanno sfidata a scriverne una. Ti ricordi il momento in cui hai capito che quella sfida poteva cambiare la tua vita?

Nini Giacomelli: Grazie a te, per questo incontro, che inquadrerei sia come arte dell’incontro, sia dell’incontro ad arte, sia, perché no?,come incontro d’arte. All’inizio ho pensato che si ripetesse per me la storia di Heidi che scende dai monti. Che fosse uno scherzo. Mi sono resa conto che non era così quando, dopo avere collaborato a due brani del CD di Ornella Vanoni Duemilatrecentouno parole, mi sono ritrovata alla SIAE di Milano per l’esame (allora si faceva un esame di ammissione, che assegnava il compito di una parodia e di una canzone). Aprendo la busta, scoprii che mi toccava la parodia di Come stasera mai, di Sergio Endrigo. Amavo Endrigo, ma non conoscevo la canzone. Pensai “ci provo”. Ecco. Fu allora che, scendendo le scale della sede SIAE di Milano, capii che forse la musica mi avrebbe lasciato vivere quella lucida follia che mi accompagna da sempre.  

L.B.: Il primo indirizzo a cui spedisti i tuoi testi fu quello di Ornella Vanoni. Una busta, una canzone e una destinataria che sembrava irraggiungibile. Quanto c'è di incoscienza, e quanto di ostinazione, nelle occasioni che cambiano un'esistenza? 

N.G.: Quella è proprio stata una scommessa fine a se stessa. Mi è sempre piaciuto scrivere, ma non avevo mai pensato a testi di canzoni, non avevo sogni di questo tipo. Per contro, qualche volta si dilettava a cimentarsi in quell’impresa uno dei miei fratelli, Federico, che era un vulcano di creatività e adrenalina ed è mancato tragicamente a ventun anni. Mi piaceva osservare quel suo lato creativo. Pensavo in ogni caso che da Ornella non sarebbe arrivata risposta alcuna... Non potevo di certo immaginare che quindici giorni dopo mi sarei trovata a casa sua a lavorare con lei e con il suo team.Quindi direi molta incoscienza, e forse, ma più avanti, anche un po’ di ostinazione, non troppa però: sono pigra e contemplativa. 

L.B.: Un’altra grande palestra è stata anche la collaborazione con Sergio Bardotti, autore, produttore e uomo di musica dalla straordinaria sensibilità. Che cosa ti ha insegnato sul modo di scrivere una canzone e che cosa, invece, hai sempre voluto preservare di tuo?

N.G.: Sergio Bardotti è stato un grande Maestro: severo ed esigente sul lavoro, era però anche un caleidoscopio di allegria fuori dal lavoro. I primi compiti a casa sono state le traduzioni di Brel e di Brassens. Poi sono arrivati i brasiliani, e lì mi sono ubriacata di bellezza. Frequentare Chico Buarque, Toquinho, Carlinhos Vergueiro è stata non una scuola, ma una università. Ne sono grata ogni giorno al cielo. Ricordo quando in Brasile, nella villa di Chico, giocavamo a quattro sul suo campo da tennis, e a ogni battuta corrispondeva un’etimologia strana. Una ricchezza infinita, e non solo lessicale. C’era qualcosa di solare che ti entrava dentro. Era come sfiorare la meraviglia in tutte le sue sfaccettature più intime. Bardotti mi insegnava a guardare per raccontare. Del resto, io leggevo da quando avevo imparato a compitare. Ci sfidavamo a chi trovava prima un dizionario curioso, qualcosa che stimolasse idee, progetti. Di mio, ho sempre preservato l’andare in profondità con leggerezza. Il tenere i piedi per terra e i sogni in tasca. Il viaggio, l’andare. L’incontro. 

Con Chico Buarque, Vergueiro, Bardotti

L.B.: Hai scritto per interpreti molto diversi fra loro, da Ornella Vanoni a Gianni Morandi, da Massimo Ranieri a Simone Cristicchi, fino ad artisti internazionali. Quando scrivi, immagini già una voce precisa oppure cerchi parole capaci di appartenere a chiunque le canti?

N.G.: Con Bardotti,e dalla sua inquietudine artistica, ho imparato a partire dal testo per la musica e dal testo sulla musica, in particolare nelle traduzioni, che non devono mai tradire l’originale, e questo è stato un insegnamento importante. Ora scrivo più raramente, in genere con qualche amico musicista con il quale sento di avere affinità (Alessio Lega, Joan Isaac), e solitamente preferisco partire dal testo. Scrivo su un’idea, su un’emozione, come è stato per Ninna Nanna in fondo al mare, una composizione che ha avuto una storia davvero singolare. Era una filastrocca in un cassetto. L’ho tirata fuori per l’imprevista richiesta di una giornalista Rai (Cinzia Terlizzi), poi è passata ad Alessio Lega, che l’ha musicata, a Ginevra di Marco, che ha voluto cantarla, all’orchestra multietnica di Arezzo, che l’ha arricchita di suoni fantastici e ad Ascanio Celestini, che l’ha recitata per il CD. Questa coralità ha rischiato un Premio Tenco anni fa, aggiudicandosi il secondo posto… Non mi piace scrivere canzoni su misura per questo o quel cantante. Mi piace raccontare,scrutando i sentimenti, a volte da fuori, a volte da dentro. Se il vestito è bello, qualcuno lo indosserà. 

L.B.: Amico è e Grazie perché sono entrate nella memoria collettiva, attraversando generazioni e interpreti. Quando una canzone smette di appartenere a chi l'ha scritta e diventa patrimonio di chi l'ascolta? Che cosa succede a un testo quando cambia voce, epoca e contesto? Può assumere un significato che neppure tu avevi immaginato?

N.G.: Per Amico è, direi che diventa di chi la canta: in questo caso un mondo, dai piccoli ai grandi. A quarant'anni di distanza da quando è uscita, la si canta ancora negli stadi, negli incontri con il Papa, ovunque. Tradotta in oltre sette idiomi, è stata anche registrata su ben 4 Cd da Céline Dion. Grazie perché diventa del pubblico che l’ascolta. Uscita dalla penna, una canzone non è già più di chi l’ha scritta, è nell’aria. Ogni volta diventa un racconto diverso, una storia al bivio, un sentimento nuovo. Mi incuriosiscono le sfumature che possono affiorare da una frase che, cantata da voci diverse, dà colori nuovi al suo significato. Percorsi, strade di voci e suoni. Ognuno mette la propria storia e la propria anima cantando un brano. Gli interpreti di lungo corso spesso liberano le maree del cuore e si lasciano travolgere.

Con Renato Zero e Dario Baldan Bembo

L.B.: Hai lavorato anche con musicisti e autori di culture diverse, fra cui Chico Buarque e Vinicius de Moraes. Tradurre, adattare o riscrivere una canzone significa soprattutto rispettare le parole originali o riuscire a restituirne l'anima, anche tradendole un po'?

N.G.: Tradire mai! Ho lavorato con autori che mai avrebbero accettato il tradimento di un loro testo, da  Vinicius a Chico Buarque a Charles Aznavour, per il quale, insieme a Bardotti, ho tradotto l’ultimo CD in italiano: Momenti sì, momenti no. Non avrebbero mai permesso che le metriche dettate da lingue diverse interferissero nella traduzione, che doveva essere il più letterale e rispettosa possibile. Tradurli è stata una scuola di stile, di eleganza, di poiesis. Loro stessi hanno avallato la traduzione. Conservo ancora orgogliosamente un foglio con un testo per Aznavour sul quale mi ha scritto a matita BRAVO NINI!

Con Charles Aznavour

L.B.: Chissà che emozione... e c'è una tua canzone che senti particolarmente vicina, magari una meno conosciuta, che avresti voluto che fosse ascoltata di più? E se dovessi sceglierne una per raccontare chi sei, quale sarebbe?

N.G.: Tutte le canzoni che ho scritto portano con loro ricordi particolari. Sono molto legata, per due motivi, a L’inventore, cantata da Ornella Vanoni (in Stella Nascente, NDR). Il primo motivo è perché era stata musicata da un caro amico, Piero Cazzago, il secondo perché era il mio addio a "un amore finito e sfinito". Un’altra canzone che sento molto vicina è Se, musicata da Joan Isaac e dedicata alla perdita di mio nipote. Se invece dovessi scegliere una canzone che mi somiglia, direi I grandi cacciatori, sempre cantata da Ornella.

L.B.: La tua scrittura non si è fermata alle canzoni: hai lavorato per il teatro, la televisione, i libri per ragazzi e la formazione. Che cosa ti permette di passare da un linguaggio all'altro senza sentirti divisa in tante autrici diverse?

N.G.: La voglia di comunicare attraverso la scrittura. Nei libri in particolare racconto molto del mio piccolo grande mondo. Non amo molto parlare, non ho un eloquio interessante, scrivere invece mi viene naturale in tutte le sue forme. Mi affascinano la linea, il solco, la traccia sul foglio. Scrivere mi porta in mondi sconosciuti.

Con Baldan Bembo

L.B.: Nel 1988 hai fondato a Breno il Centro Culturale Teatro Camuno, costruendo un progetto culturale lontano dai grandi centri di produzione. Quanto conta, per te, poter creare cultura nel luogo in cui si vive, invece di aspettare che arrivi da altrove? E che cosa rischiamo di perdere quando smettiamo di ascoltare le storie dei luoghi?

L.B.: Mi affascinano i racconti di Franco Arminio. L’abitare luoghi. Prendere dai luoghi e restituire in attenzione e cura. Lasciarsi affascinare e compenetrare dal genius loci. Per lavoro, sono spesso in giro, ma la mia tana è da sempre la Valle Camonica. Vivo la mia casa come fosse una persona, ne conosco i punti forti e i punti deboli. È una vecchia casa del 1300, ricca di storia e di crepe, e di pavimenti che scricchiolano. La vivo come una parte essenziale di me, mi somiglia. Se non abbiamo lo sguardo nelle piccole cose che ci circondano, credo che perdiamo un po’ di noi stessi. Qualche tempo fa scrivevo del fatto straordinario di come la nostra vita sia fatta di continui ritorni. Di luoghi quietamente sorprendenti dove ritroviamo linguaggi conosciuti, che si esprimono secondo un codice, noto magari solo a noi. Una specie di tabernacolo laico nel quale vivono materiali, colori, oggetti,cose che ci accolgono e che custodiscono quella parte di noi che non sempre abbiamo voglia di mostrare agli altri, che preferiamo tenere al sicuro nella nostra interiorità. Facciamo cultura anche nei piccoli paesi di montagna. Ne importiamo di nuova dall’Italia e dall’estero, ed esportiamo la nostra, portando con noi la Valle stessa. Un cerchio aperto al mondo che accoglie e che ci lascia andare per essere accolti. 

Disegno di Staino per Nini

L.B.: Da questa attenzione per il territorio sono nati anche Dallo Sciamano allo Showman, festival che intreccia canzone d'autore, ironia e cultura, e di recente anche due premi importanti: il Premio dedicato a Sergio Staino, celeberrimo disegnatore, e quello per ricordare Sergio Sacchi, indimenticabile direttore artistico del Premio Tenco. Che cosa ti interessa dell'umorismo nella musica? È un modo per alleggerire la realtà o, a volte, per raccontarla con maggiore precisione?

N.G.: Mi piace la leggerezza, perché è attraverso di essa che si toccano i punti più profondi, i nervi scoperti dell’esistere. Lì sta la precisione.  L’ironia, credo, è il punto più alto dell’intelligenza umana. È un’arte in cui sia Staino sia Sacchi mi erano maestri. L’ironia è il fioretto che si fa stoccata con il sorriso e ti permette di dire ciò che non potresti mai dire senza diventare offensivo. Prima di arrivarci, bisogna fare grandi esercizi di autoironia. In quella mi alleno parecchio. Lo Shomano è nato come un festival della canzone umoristica, ma, esaurito il settore, ci siamo detti che, non essendo interessati alla canzone demenziale, era meglio rientrare nei ranghi e mantenere la canzone d’autore, pur ricercando nei cantautori la vena ironica. Tra fumetti, canzoni tradotte e poesia cantata, si va avanti con il racconto a cielo aperto, iniziato diecimila anni fa sulle nostre rocce, le Incisioni Rupestri della Valle Camonica, Primo patrimonio Unesco in Italia.

L.B.: Nell’organizzazione dei festival, che cosa cerchi in una canzone quando devi ascoltarla non più soltanto da autrice, ma anche da persona chiamata a riconoscerne il valore? E trovi nelle nuove generazioni una libertà di scrittura che riesce ancora a sorprenderti? Non necessariamente quelli che hanno già successo, ma quelli in cui riconosci una scrittura originale, uno sguardo sul mondo e qualcosa da dire. C'è qualcuno che ti ha sorpresa e che consiglieresti di ascoltare? 

N.G.: Cerco l’emozione. Se una canzone non mi emoziona, non riesco a lasciarmi coinvolgere. Cerco la voglia di stupirmi e di lasciarmi stupire. Il festival è fatto di coralità, nel gruppo sono rappresentate tutte le età. Personalmente, mi ha colpito Giulia Mei, per la sua scrittura forte, il suo possesso del palco, la sua voce. E allo stesso modo Anna Castiglia. Le nuove generazioni canore, parlo dei ventenni, mi incuriosiscono molto. Le studio. Non riesco ancora a innamorarmi dei nuovi linguaggi, ma li ascolto con interesse. Faccio parte di qualche giuria nazionale e devo dire che ci sono qui e là apparizioni molto piacevoli. Dei giovanissimi, consiglierei di ascoltarli tutti più volte, di “incontrarli” e di lasciarsi “incontrare”dal loro linguaggio, così diverso dal nostro e con schemi stranianti.

Con Neri Marcoré che legge a Roma alcuni suoi racconti alla Biblioteca Angelica 

L.B.: Hai attraversato decenni di musica, cambiamenti dell'industria discografica e trasformazioni del linguaggio. Se potessi parlare alla Nini che cominciava a scrivere canzoni durante quella pausa dal lavoro, che cosa le diresti? E che cosa, invece, vorresti ancora scoprire come autrice?

N.G.: Alla Nini di allora, per quanto già sognatrice – vizio che non ho perso –, vorrei donare il coraggio del volo. Come autrice di oggi, vorrei potermi fermare, trovare un tempo quieto per scrivere un piccolo libro che ho iniziato dieci anni fa e che è ancora fermo alle prime dieci pagine.  

L.B.: Nel corso della tua vita hai incontrato persone che non sono state soltanto compagni di strada, ma hanno contribuito a costruire un pezzo della nostra storia culturale, e che sono scomparse da poco: Sergio Staino, Ornella Vanoni, Sergio Secondiano Sacchi. Con ognuno hai condiviso esperienze diverse, dalla satira alla canzone, fino all'impegno per valorizzare la canzone d'autore. Qual è il ricordo più vivo che conservi di ciascuno? E che cosa ti hanno lasciato, sul piano umano e professionale?

N.G.: Sergio Secondiano Sacchi era un vulcano in continua eruzione, una rara intelligenza vissuta trai i libri e le nuvole. Mi ha lasciato il coraggio di una visione capace di andare anche in direzione ostinata e contraria. La forza del “Progetto”. Ricordo l’ultima telefonata, poco prima della sua scomparsa. Ci sentivamo spesso, ma parlavamo di articoli, di progetti, di canzoni, di Sonia. Quel giorno gli ho confidato “Sergio, non te l’ho mai detto, ma sai che ti voglio bene?”, e la sua risposta è stata “Nini, noi due non abbiamo bisogno di dircelo”. Mi rimane in casa un quadro fatto da lui che trovo stupendo e simile al suo spirito. Si intitola La famosa finestra sul famoso mondo disegnata su un cartone. Colori che diventano case. Sergio Staino era il gioco sapiente dell’ironia, aveva (come anche la moglie Bruna) una generosità infinita e un’attenzione verso tutti, acuita, credo, dalla cecità. L’ultimo ricordo è la sua presenza a Procida. Febbricitante, era lì per promuovere con noi la mostra Pitoon – I pitoti in cartoon, frutto di un laboratorio curato da lui in Valle Camonica, nel quale erano coinvolti vari fumettisti di fama e molti giovani vignettistii. È stato un gesto di stima e di amore che non dimenticherò mai. 

Con Staino e Sacchi

L.B.: Il 31 ottobre inaugura a Finalborgo la mostra Bobo e la Valle dei Segni, che curi insieme a Bruno Luverà, e in cui sono messe in dialogo le vignette di Sergio Staino con le incisioni rupestri della Valle Camonica, che lui considerava una sorta di “proto-fumetto”. Come è nata questa intuizione e come si sviluppa il percorso espositivo? Che cosa ci racconta questo incontro fra segni lontanissimi nel tempo? E quanto c'è, in questa mostra, del tuo legame personale con Sergio?

N.G.: La mostra è nata come un peana di ringraziamento per i ventitré anni di presenza di entrambi i Sergio in valle Camonica. Infatti, da quest’anno nelle mostre di Pitoon è inserita anche una sezione dedicata a Sacchi con quattro tele giganti realizzate da Marco Nereo Rotelli e collegate anche ai Pitoti camuni. Pitoon – I pitoti in cartoon è un’idea che abbiamo avuto Bibi Bertelli ed io: proseguire il diario a cielo aperto delle incisioni rupestri camune attraverso il fumetto che le racconta e le include nel percorso umoristico. Un modo nuovo per promuovere questo immenso patrimonio (sono oltre 300mila segni!) ancora poco conosciuto al grande pubblico. L’idea è stata subito abbracciata da Sergio Bonomelli, Presidente del Sito Unesco camuno. Così sono nati laboratori curati da Sergio Staino nei quali sono stati coinvolti molti fumettisti di fama. I laboratori erano rivolti a giovani vignettisti e cartoonist e prevedano anche campus gratuiti sul territorio. Li abbiamo portati avanti per qualche anno fino ad arrivare al cartoon. La sacralità delle rocce incontra la dissacrazione del fumetto, che le racconta con linguaggi nuovi. È l’incontro di nuovi alfabeti, un dialogo tra discipline artistiche diverse. E in entrambi i casi credo che la chiave sia il bisogno umano di comunicare, di lasciare tracce, orme, segni di passaggi, di umanità. È la capacità dell’arte di creare ponti. Le mostre che ne sono nate sono state portate in giro per l’Italia e nel mondo, da San Francisco a Bruxelles, da Roma a Barcellona, a Procida Capitale della Cultura. A Finalborgo, nei Chiostri di Santa Caterina, la mostra si intitola Bobo e la Valle dei Segni ed è divisa in cinque sezioni: Pitoti (pannelli e video dedicati alle incisioni rupestri), Pitoon (disegni di Staino dedicati a Bobo Preistorico), Bobo allo Shomano (vignette disegnate da Staino durante la sua presenza in Valle), Bobo Ambientalista (con fumetti di Staino a tema), Gli Amici di Bobo (vignette dei vari fumettisti amici di Sergio Staino, come Ellekappa, Maicol&Mirco, Laura Scarpa, Joshua Held, Vanna Vinci, Alberto Stano, Simona Binni), prettamente a tema Bobo e incisioni rupestri.

Bruna Pinasco Staino, Lucia Poli, Giacomelli, Ellekappa

Nella mostra c’è la mia voglia di ricordare. In questo mondo di usa e getta, perché, se non si continua a tenere vivo il ricordo, rischiamo di sentirci dire “Staino? E chi è?”, “Sacchi? E chi è?”. Ma io, e con me tutto il gruppo del CCTC, non vogliamo che questo accada. Per questo il Premio Staino genera un concorso che ogni anno, con un tema diverso, coinvolge tutte le scuole artistiche d’Italia e non solo. E per questo, con Bruno Luverà, vogliamo dare respiro al fuoco del ricordo di due persone speciali, uniche: due portatori d’arte e di bellezza.

L.B.: Grazie a te, Nini, per questo incontro di arte e di bellezza!

FOTO DI ARCHIVIO PER GENTILE CONCESSIONE DI NINI GIACOMELLI - GRAZIE!