interviste
Ellen River Ellen River ci fa entrare nel suo mondo
Grazie per aver accettato la nostra intervista! Cerchiamo di conoscere meglio come è nata la tua passione per la musica, quali sono stati gli artisti che hanno influenzato il tuo stile…
Sono cresciuta circondata dalla musica, in senso letterale, a casa la radio era sempre accesa, echeggiava in tutte le stanze, era una radio locale che mia madre seguiva quotidianamente e che trasmetteva musica trasversale e di vari generi dagli anni ’50 agli anni ’90. Questo mi ha sicuramente aperto la mente e resa recettiva a livello di apprezzamento della diversità e della bellezza delle differenti sfumature sonore. Crescendo, la mia scuola è stata ascoltare una radio libera della zona che trasmetteva prettamente rock, ma con tutte le accezioni del caso e influenze. Con K- Rock infatti la mia passione per la musica si è radicata in modo ancora più profondo e viscerale, facendomi innamorare delle voci delle cantautrici americane. Da Dolly Parton a Tori Amos, da Sheryl Crow a Lucinda Williams, da Emmylou Harris a Shawn Colvin, Lori Carson e via così, lungo la strada lastricata di talenti pazzeschi che ho incontrato durante i miei ascolti.
D .La musica è stata una forma di terapia per te? In che modo?
L’aspetto terapeutico della musica è un qualcosa di infinitamente magico, non è uno strumento ma un mezzo di trasporto capace sì di farti evadere dalla realtà, ma anche di consentirti di viaggiare attraverso le tue emozioni, di metabolizzarle, persino di combatterle in alcune circostanze e di trasformarle in altro, renderle energia per avere la spinta di andare avanti, la bellezza di farsi permeare completamente dal sentire dove la sopraffazione diventa uno stimolo vibrante per nuova linfa vitale.
D. Hai già vinto alcuni importanti riconoscimenti, come quello de “L'artista che non c'era”. Ricordi nel tuo percorso un momento particolarmente importante?
I riconoscimenti sono sempre stati motivo di imbarazzo; per quanto ami fare musica e portarla sul palco, sono anche una persona molto riservata che si emoziona molto. Canto e mi esibisco live da tantissimi anni ormai e di momenti importanti, non per risonanza mediatica, ma per soddisfazione personale, ce ne sono tanti, ma il vero grande riconoscimento è continuare ad avere la possibilità di cantare e suonare le mie canzoni davanti a un pubblico che abbia voglia di fare il viaggio insieme a me entrando nel mio mondo musicale. Sono comunque e certamente molto, ma molto grata per i premi e riconoscimenti ricevuti.
D .Cosa ti ispira nella scrittura delle tue canzoni?
L’ispirazione vive di vita propria, non è prevedibile, ma spesso nel mio caso la scrittura scaturisce dagli stati d’animo; mi piace sempre dire che scrivo attraverso l’occhio delle emozioni ed è di fatto così. Ovviamente poi questo mondo interiore si mescola con il mondo esterno e le ispirazioni possono celarsi anche nelle piccole attività del quotidiano.
D. Il tuo album, Life, (qui la recensione) contiene molti brani che potremmo definire autobiografici: quali senti più vicini a te? Perché?
Non amo effettuare una scelta tra le mie canzoni, nel senso che ognuna di loro mi è vicina e mi parla. Posso dire però che cantarle dal vivo, soprattutto alcune, mi emoziona tantissimo. Al momento “This time around” è sicuramente una di quelle, per la sua franchezza e tenacia, per la dolcezza e per la fiducia, per la spinta positiva che porta con sè. Il fascino delle canzoni sta anche nel fatto che - in base al proprio mood, al periodo che si sta attraversando o semplicemente all’inclinazione della giornata – i brani che emozionano possono variare e scambiarsi di posto.
D. Parlaci del tuo processo creativo: nasce prima la melodia o il testo?
Non ho un processo creativo standard: l’ispirazione ha vita propria, per cui è in grado di arrivare anche nei momenti più impensabili e questo può accadere attraverso una melodia, un testo o entrambi contemporaneamente.
D. Sabato prossimo avrò il piacere di sentirti live con la tua band, al Black Inside; cosa significa per te esibirti dal vivo, e qual è il tuo rapporto con il pubblico?
Esibirsi live rappresenta un’esperienza ogni volta unica, dove mi scollego dal mondo per entrare in una dimensione permeata di emozioni, colori e immagini. Allo stesso tempo però una parte rimane ancorata al qui e ora, trovando una connessione con gli sguardi del pubblico presente; gli occhi delle persone parlano ed è bello osservare cosa hanno da dire.
D. Che ruolo hanno avuto e hanno i musicisti della tua band nel tuo progetto artistico?
I musicisti che mi accompagnano in questo viaggio sono persone speciali a cui voglio molto bene, mi sento di poter dire che c’è un grande rispetto reciproco e la voglia di condividere la musica con entusiasmo e anima. Nella dimensione live a volte ci sono musicisti che hanno anche suonato nel disco, altre volte musicisti che invece mi accompagnano solo nei concerti dal vivo. Le canzoni di “Life” sono tutte scritte e composte da me, ma nonostante questo ognuno di loro ha portato e continua a portare un pezzetto della propria anima nel progetto, che sia in studio di registrazione o sul palco.
D. Come vedi la scena musicale indipendente oggi? Pensi che la musica possa ancora cambiare la società, come aveva cercato di fare ai tempi di Dylan o Mitchell?
La scena musicale e i tempi sono drasticamente cambiati; la cosa che possiamo fare è agire nel nostro quotidiano cercando di veicolare i valori in cui crediamo. Non riesco a percepire oggigiorno un potere così dirompente della musica sulle masse come una volta. Per quanto mi riguarda a livello personale, la musica ha ancora un potere pazzesco, ma siamo talmente bombardati da messaggi e altre forme di comunicazione, attraverso social e non, che il tutto spesso risulta dispersivo e va a dissolversi nell’immenso mondo mediatico nel quale siamo immersi. Dal canto nostro possiamo continuare ad appellarci alle anime che hanno voglia di rimanere aperte e connesse.
D. C'è in vista un disco? Hai un sogno nel cassetto?
A tal deg! (in dialetto modenese significa “lo puoi ben dire, alla grande, lo puoi dire forte”).
Come risposta vale per entrambe le domande. Si cerca di tenere i sogni sempre accesi e anche i progetti, soprattutto in un momento come questo, dove l’oscurità è sempre più percettibile e a volte ci si sente svuotati e impotenti.
Grazie Ellen, e a prestissimo!,