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Intervista Edoardo Cerea -
Edoardo Cerea

Edoardo Cerea


25/12/2004 - di Andrea Salvi
Edoardo Cerea è un rocker di casa nostra, sincero e diretto come pochi. Il suo primo album “Come se fosse normale” è un esempio di come sia possibile proporre qualcosa di valido senza troppi riferimenti o debiti artistici verso chicchessia. Questa sua genuinità ce lo ha reso da subito simpatico, al punto da spingerci a cercarlo per una conversazione nella quale conoscere meglio cosa stia dietro ad un album che consiglieremmo a chiunque.

  

   Intervista a Edoardo Cerea

Edoardo Cerea è un rocker di casa nostra, sincero e diretto come pochi. Il suo primo album “Come se fosse normale” è un esempio di come sia possibile proporre qualcosa di valido senza troppi riferimenti o debiti artistici verso chicchessia. Questa sua genuinità ce lo ha reso da subito simpatico, al punto da spingerci a cercarlo per una conversazione nella quale conoscere meglio cosa stia dietro ad un album che consiglieremmo a chiunque.


Mescalina: Ciao Edoardo, credo che per inquadrare da subito la tua persona sia cosa utile rovistare nella tua biografia, dove si racconta di una serie di “deliri telefonici e autostradali”: cominciamo dal primo, l’incontro con Marco Peroni…
Edoardo Cerea: Guarda… è stato tutto così semplice e magico nello stesso tempo: ci siamo conosciuti che io cantavo blues nei locali emiliani e lui scriveva racconti e poesie (per se stesso) a Ivrea… abbiamo provato a scrivere una canzone e non abbiamo più smesso. C’è sempre stata una grande ammirazione, fin da subito è stato come se ognuno di noi due fosse profondamente onorato di collaborare con l’altro.

Mescalina: Collaborazione come quella con il musicista e produttore Mario Congiu. Come hai incontrato il protagonista del secondo “delirio”’?
Edoardo Cerea: Avevamo conosciuto Mario allo Chansonnier di Torino e abbiamo diviso con lui un concerto in una serata davvero speciale nella collina piacentina, un’estate di tre anni fa. Una tempesta improvvisa si era portata via tutto mezz’ora prima dell’esibizione, impianto, sedie e luce. Abbiamo suonato al buio per le trenta persone rimaste senza amplificazione e a lume di candela… Lì è uscita l’idea di lavorare al disco. I nostri pezzi gli erano piaciuti subito, e lui è piaciuto subito a noi. Quella sera è nata una specie di famiglia.

Mescalina: C’è chi ti definisce un interprete, chi un musicista, chi un compositore; chi più sinteticamente un cantautore atipico. Tu come ti definiresti?

Edoardo Cerea: Semplicemente, sono uno che è cresciuto immerso nella musica, anzi nelle canzoni. Uno che è nato come cantante e ha cominciato a comporre musica quando ha avuto la fortuna di trovare chi mettesse le proprie parole a sua disposizione. Parole che sento mie come se le scrivessi, perché spesso io e Marco cominciamo a immaginare un argomento insieme. Parole che lui mette nella musica come se fosse sua perché il suo background è pressoché identico al mio: l’energia romantica e a volte desolata di Springsteen, la sincerità brutale di Tenco, il fascino di De Gregori, l’anima sensuale e scura di Manuel Agnelli e così via. Oltre a questo, lui conosce un po’ meglio di me i cantautori e io un po’ meglio di lui il blues.

Mescalina: Come hai vissuto il percorso che ti ha portato a questa particolare soluzione artistica? Il tuo ruolo è certamente stimolante…
Edoardo Cerea: Sicuramente non esistono regole buone per tutti. Nel nostro caso, abbiamo sempre preso tutto con estrema serietà e ambizione, ma è stato possibile anche perché ci siamo divertiti come dei matti. A pensarci bene, in tutti questi anni abbiamo riso proprio di noi, di come la stavamo prendendo subito così seriamente...

Mescalina: Il tuo (vostro) primo album ha un titolo curioso: a cosa si riferisce?
Edoardo Cerea: Ho già avuto modo di dire che fin qui l’avventura mia e di Marco è stata una cosa un po’ magica, ma faticosissima: perché abitare a duecento chilometri uno dall’altro e autoprodurre un disco che suona come suona il nostro significa fondamentalmente dormire poco per qualche anno, perché se non sei ricco di giorno lavori. Abbiamo curato tutto in modo maniacale, in ogni piccolo particolare, con una tenacia e una pazienza che non sapevamo neanche di avere. Ci siamo divertiti tantissimo, ma è stato una sorpresa anche per noi scoprirci così ostinati. “Come se fosse normale” è un po’ il modo che abbiamo avuto noi di vivere in questi anni, sognando mentre lavoravamo di giorno e lavorando duro a quei sogni invece di riposare di notte o il fine settimana. Tutto senza altra ragione che la passione.

Mescalina: La pubblicazione di questo disco è in verità il terzo delirio…
Edoardo Cerea: Sì, perché lì è arrivata la risposta degli altri. Sempre entusiasta. Dalle prime recensioni (che abbiamo raccolto sul mio sito
www.ilmiogiocattolino.it) alle persone che venivano ai primi concerti. Alla fine abbiamo venduto quasi cinquecento dischi in pochi mesi, senza suonare granché perché nel frattempo mi sono dedicato a costruire per bene la band, a provare. Abbiamo scoperto che il disco ha una sua forza, cammina con le sue gambe e si fa voler bene. Ce lo chiedono continuamente, gente che non conosciamo e che lo ha sentito da qualche parte. Da ogni parte d’Italia, perché diverse radio lo stanno passando. Così adesso Venus lo sta distribuendo.

Mescalina: Trovo che il suo maggior pregio è il raccontare con sincerità e senza mezze misure dei semplici stati d’animo. Qui tutto par scorrere fluido, proprio “Come se fosse normale”. Anche se dovrebbe essere così per chiunque, in realtà ultimamente non pare lo sia quasi per nessuno (appunto). Non ti pare curioso tutto ciò?

Edoardo Cerea: Posso dirti una cosa: che la fluidità di cui tu parli e che ci viene riconosciuta come una caratteristica molto nostra, è il risultato di quel lavoro tenace di cui parlavamo prima. Quella semplicità per noi è stata un traguardo molto faticoso da raggiungere. A volte la differenza la fa semplicemente quante volte sei disposto a cancellare e a ricominciare da capo. La complessità c’è eccome, ma è dietro la canzone, la intuisci appena. Ecco, volendo riassumere, nei testi di Marco mi sembra che ci sia profondità e semplicità insieme. In tutta onestà la trovo una cosa abbastanza rara.

Mescalina: Parliamo allora proprio di qualche vostro brano. Qual è la storia di “Senza sicura”, che chiude il disco? Se non erro il primo pezzo che avete composto, vero?

Edoardo Cerea: Il pezzo è ispirato alla scena finale del film di Wenders “The Milion Dollars Hotel” …è la storia di un volo, di uno che è saltato giù dal tetto di un grattacielo in un momento in cui era talmente felice che voleva fermare tutto lì… E’ un inno alla vita, all’innocenza, alla purezza e in generale al coraggio di buttarsi (non necessariamente di sotto!). E’ una canzone che ha colpito molte persone.

Mescalina:
“Tre accordi” parla di un sogno… qualcuno parlava di “sogni di rock n’roll”…
Edoardo Cerea: Effettivamente il mondo è quello lì. Gli amici, la provincia, la musica rock che hai nel sangue e con cui sei cresciuto. “Tre accordi” parla in modo altrettanto ironico-amaro, ma entra nel tema specifico della difficoltà di scrivere: è come se uno di quei ragazzi che suonano per finta nella canzone del Liga una volta tornato a casa da solo nella sua stanza provasse a prendere in mano una chitarra con un quaderno sulle ginocchia, con quei riferimenti lì in testa… una bella sfida, ma anche un bel casino.

Mescalina: “Sono anche un altro” è una ballata intensa. Da dove parte e dove vorrebbe arrivare?

Edoardo Cerea: E’ una ballata musicalmente riuscita, classica fin che vuoi ma emozionante. Mario Congiu è riuscito a farla suonare più fresca che mai intrecciando chitarre, piano, archi ed elettronica. Il testo è di una sincerità per certi aspetti imbarazzante, diciamo da non ascoltare in coppia…

Mescalina: Una curiosità: da dove sbuca il resto della band che ti accompagna?
Edoardo Cerea: Nel disco Mario ha suonato piano e chitarre, alla batteria c’è Mattia Barbieri e alla tromba il grande Giorgio Li Calzi che ha suonato parti stupende come del resto Elena Diana al violoncello e Paolo Costanzo al violino. Il basso è di Stefano Schembari. Dal vivo il mio batterista è Massimo Loi e alle chitarre si aggiunge Fausto Mazza. Fondamentalmente è un gemellaggio Piacenza-Torino.

Mescalina: Il tuo curriculum parte da un passato che ti vede bluesman ad un presente più legato ai modi di certo cantautorato rock italiano. Cosa ti porti dentro da queste passate esperienze e come influiscono nel tuo attuale approccio alla musica?
Edoardo Cerea: La mia formazione è più rock che blues, ma quando cantavo e basta non volevo una cover band che facesse i successi rock del momento per tirare su una data di più. Ho messo insieme gruppi di blues con cui sono andato in giro dieci anni perché era il modo di suonare ma fare buona musica nello stesso tempo. Del blues mi resta una certa attitudine scura nella composizione, raramente leggera. Certe linee melodiche. Del rock americano che più amo la spinta in avanti, il tiro, l’attitudine mai remissiva anche dove le parole possono essere tristi. Una maniera di sentire. Dei cantautori che più amiamo io e Marco c’è tantissimo, ma più di tutto la voglia di far suonare le parole senza piegare la lingua ad esigenze ritmiche o immaginarsi dei personaggi d’importazione.

Mescalina: E qui troviamo un nome che ricorre in più punti della tua storia: quello di Tenco… anche per via del tributo "L'aria triste che tu amavi tanto", che porti in scena insieme ad una compagnia torinese. Com’è stato partecipare a questa esperienza e cosa ti ha insegnato?
Edoardo Cerea: Luigi Tenco me lo ha fatto conoscere Marco, che lo ama da anni. Per noi è un riferimento importante. Oltre a scrivere insieme, abbiamo messo in piedi un tributo che poi è stato notato e sviluppato da Assemblea Teatro di Renzo Sicco. Adesso è uscito il disco prodotto dalla Mescal che si chiama proprio “L’aria triste che tu amavi tanto” di cui sono molto soddisfatto. Ho iniziato a cantare in italiano così, qualche anno fa, e la cosa mi è servita tantissimo da ogni punto di vista. Nel modo di portare le parole, pesarle ma tenendo sempre una certa spinta in avanti che mi viene dalle mie esperienze musicali precedenti. Inoltre Marco ha appena pubblicato insieme a Gioachino Lanotte un libro su Tenco per la Ricordi. Si chiama “Luigi Tenco. Un miracolo breve” e sta andando benissimo, come tutta la collana “Le voci del tempo” di cui è curatore insieme allo storico Giovanni De Luna (www.ricordi.it). A parte tutto questo, quelle di Tenco sono canzoni che ti entrano nel cuore e si fermano per sempre.

Mescalina: A proposito di canzoni immortali, ci consiglieresti tre dischi pubblicati recentemente che andrebbero conservati?
Edoardo Cerea: Certo. “Real gone” di Tom Waits, Ivano Fossati “Live vol.3” e “Una canzone senza finale” di Giaccone-Congiu.

Mescalina: Edoardo, chiudiamo l’intervista con la domanda canonica: cosa bolle in pentola per l’immediato futuro?
Edoardo Cerea: Da gennaio-febbraio in avanti, suono. Sia in duo acustico per i locali più piccoli che con la mia band in quelli più grandi... Non vedo l’ora.

Mescalina: Ci vediamo in giro, allora!

Web Edoardo Cerea: www.ilmiogiocattolino.it

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