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Intervista Stefano Giaccone -
Stefano Giaccone

interviste

Stefano Giaccone

23/09/2003 di Andrea Salvi

#Stefano Giaccone#Derive#Voci

Stefano Giaccone è come la propria musica: sincero e gentile, mai superficiale, con lo sguardo sempre teso verso una modalità di “fare poesia” non convenzionale. Lo incontriamo per scambiare qualche riflessione sul suo ultimo lavoro discografico, con qualche interessante divagazione riguardo al suo passato, ma non solo.

  
    Interviste:

                   Stefano Giaccone

Stefano Giaccone è come la propria musica: sincero e gentile, mai superficiale, con
lo sguardo sempre teso verso una modalità di “fare poesia” non convenzionale.
Lo incontriamo per scambiare qualche riflessione sul suo ultimo lavoro discografico,
con qualche interessante divagazione riguardo al suo passato, ma non solo.


Partiamo subito dal tuo ultimo album, ti va di raccontarci come è nato questo lavoro e di che percorso è figlio?
Io non ho mai un’idea generale dell'album sulla quale costruisco i brani. È sempre l'opposto: scrivo canzoni, le suono dal vivo, taglio e cucio per... anni, e quando ne ho un numero sufficiente a quel punto cerco un filo, ragiono sul suono e il registro generale. Il percorso è legato in modo preciso alle persone con cui vengo in contatto, non solo i musicisti coinvolti.

Proprio di incontri sembra parlare la prima traccia: questo intro si riferisce ad un fatto preciso oppure è solamente una metafora che vuole rendere qualcos’altro (Tutto quello che vediamo è qualcos’altro, appunto)?
Le canzoni non raccontano mai fatti precisi, direi. “I poeti son tutti truffatori” come dice DeGregori. Intro è un insieme di varie serate e di fantasticherie ad occhi aperti. Il titolo dell'album (da Pessoa) rimanda all'inafferrabile senso, sempre un ombra, un sentore che attira ma che non possiamo fermare.

Uno dei brani più intensi di questo album parla del “Punto di fine”, cosa rappresenta per te tale concetto oggi?
Punto di fine è il tirare le somme, è il definire periodi e proponimenti. È il dirsi "Ho capito cos’è successo e chi sono". Ma è come l'ultima sigaretta di Zeno, c'è sempre un'ultima sigaretta.

Nel disco è costante una sensazione di isolamento, è questa una condizione necessaria per una serena riflessione sul proprio tempo?
No. La serenità è un dono oppure un esercizio di vita. Non ho mai smesso di cercarla ma non so dove trovarla. L'isolamento è reale. Ma non credo soltanto mio: nell'era dell'informazione istantanea, delle mille immagini al secondo, delle connessioni con tutto e tutti il genere umano mai è stato tanto isolato e solo.

Anche “Scrivimi una lettera”, uno dei brani più intensi dell’album, pare ricollegarsi a queste considerazioni. A chi rivolgi questa straziante e dolcissima richiesta?
C'è una componente molto forte nell'immaginario cristiano, che volente o nolente mi appartiene, che chiamiamo senso di colpa, fedeltà e tradimento. Attraversa la cultura cristiana da sempre, da Lorca all'IRA irlandese a Pasolini. Credo che a tutti sia capitato di trovarsi in quello stallo in cui non si è capaci di abbandonare e si chiede all'altro (o agli altri) di scrivere una lettera di fine. In senso figurato certo. Oppure siamo noi stessi a scrivere e a sentirci più leggeri, come mettere una parola finale. Ma il segno nell'anima non scompare con due parole su un foglio, no?





Già… comunque questo disco, pur trattando tematiche aspre, riesce a trasmettere una dolcezza e serenità d’animo che lo rendono molto suggestivo. In che misura questo apparente paradosso è stato ricercato in fase di scrittura e registrazione?
Difficile rispondere perché l'autore è sempre nella posizione più sbagliata per capire cosa ha fatto! Il restare in bilico sull'onda del passato che è andato, del futuro che arriva, dell'angoscia e della voglia di vedere ancora cosa succederà domani, questo "tenere la propria merda insieme" come si dice qui, è una battaglia persa eppure ineludibile.

Vuoi parlarci dei numerosi collaboratori che ti hanno seguito nella lavorazione a questo album?
Il disco è prodotto da amici fraterni storici come Gigi Giancursi dei Perturbazione e Marco Milanesio, tecnico del suono. Insieme ad un recente incontro, di qualche anno ormai, Dylan Fowler, pluristrumentista gallese. Non solo un ottimo musicista ma un’anima musicale aperta e creativa. Altre persone che, in modo diverso, sono parte della mia lunga storia di musica e coi quali desidero sempre collaborare, anche fugacemente, Claudio Villiot e Claudio Burdese. I Perturbazione poi sono da tempo una delle "case sonore" più belle e che amo visitare. L'incontro e il lavoro comune con gruppi e solisti, nuovi e vecchi, da 30 anni è sicuramente la stella in cielo che mi è più cara.

Tra gli altri ritorna il nome di Lalli che anche qui, come oramai consuetudine tra di voi, vede la partecipazione in un brano: “Fratello seduto oltre i cancelli”. Il vostro percorso artistico è speculare e si nutre oggi di elementi comuni: silenzio, riflessione, memoria… come ti spieghi ciò?
Non me lo spiego! Reputo la nostra attitudine molto simile, parallela. La sua femminilità e poetica la porta su sponde un po’ diverse ma ci piace navigare in acque comuni. La canzone che citi è un pensiero rivolto a milioni di altri... naviganti come noi!

…infatti la tua biografia è un lungo viaggio: Los Angeles, Torino, Londra, Cardiff…
Che idea del nostro paese porti con te nella condizione di italo-americano emigrato in Galles in cui ti trovi attualmente?

Non mi considero un italo-americano se non per alcuni rilievi della memoria d'infanzia, molto pronunciati ma confinati a quell'epoca. Provengo da una famiglia torinesissima, le colline e le strade del Piemonte sono da sempre partenza e approdo della mia esperienza umana, dovunque vada o viva. Come dice Melville per il capitano Achab: “non facciamo che incontrare noi stessi in tutti i mari”.
L'Italia non esiste: la amo proprio per questo. Sembra più una festa ubriaca che una parata di bandiere. Festa dove ignoranza, meschinità e violenza hanno posto accanto alla bellezza, l'arte, il saper vivere con dignità.
Ora come ora dell'Italia pubblica e "sociale", quella dei milioni di giovani che votano per la Destra e che, peggio ancora, ci credono, mi vergogno. Ma se ne andranno, devono andarsene.


Tu hai attraversato tutte le più intense stagioni della musica indipendente degli ultimi anni. Come giudichi -se c’è mai stata- la sua evoluzione da quando hai cominciato ad oggi?
Indipendente è una parola difficile. Soprattutto oggi che la musica italiana è sotto contratto e venduta da multinazionali. Non dico né buono né cattivo, faccio una constatazione. Certo, non tutta. Ma l'indipendenza non esiste aldilà di un’indipendenza morale e materiale dallo sfruttamento capitalistico. Oggi tutto ciò si esprime in periferie desolanti. Ovvio che rimane il giudizio estetico che è, vivaddio, opinabile. Da quando siamo partiti noi, quando a nessuno o pochi interessava il rock o punk italiano, ad oggi c'è un abisso di soldi, pubblicità e mezzi. Giusto o sbagliato che sia. Io non giudico, non sono un discografico né un sociologo. Scrivo solo canzoni. Anche evoluzione è parola difficile. Non sono di quelli che associa a questa parola (come a Progresso) un automatico giudizio positivo, anzi. Allora come oggi c'era chi scavava nel proprio cortile emozionale e musicale per offrire schegge non rifinite ma potenti e chi faceva solo il verso, seguendo maree e venti patinati. Ma è sempre stato cosi.

Cambiando registro invece, come vedi il ruolo del cantautore di questi tempi al di là di tutti i luoghi comuni ai quali la parola rimanda?
Ho sempre pensato che i cantautori (più certo jazz/rock "militante" e il rock demenziale degli anni 70) siano stati l'unico contributo originale in lingua italiana verso la musica pop. Nessun cosiddetto genere attraversa l'intera popolazione, e non solo gli adolescenti, come la ballata melodica più testo; dove dentro ci metto dai Massimo Volume al grande Sergio Endrigo.

Nonostante ciò mi pare che oggi più che mai sia molto difficile scrivere delle canzoni impegnate senza scadere nella mediocrità del già sentito…
È più difficile perché i cuori e le menti e le orecchie paiono tutte spaiate, ognuna presa nella rete tecnologica e morta del Mondo Nuovo, alla Aldous Huxley.
Ma se usciamo dalle veline prezzolate dell'industria dell'intrattenimento, che vuol farci credere ciò che non è vero, troviamo un mucchio di gente che scrive e ascolta buona musica, con una buona... anima.


Torniamo all’amicizia con Lalli. In una recente intervista su Mescalina ha parlato di Franti come di un’esperienza che vi ha fatto crescere liberandovi soprattutto dal senso di paura nei confronti della realtà. Tu che visione hai di quell’esperienza oggi?
Una affermazione molto interessante. Tipica di mia sorella. Molto Patti Smith! La musica e la comunità di Franti ci aveva inscritto in un cerchio vitale di poesia, lotta politica, futuro e dignità. La realtà era dentro la nostra vita.
Oggi, per me, non più. Infatti niente Franti no future, per me. Scherzo, ma solo in parte.
Oggi tutto mi fa paura e la dignità, che è poi il gusto per il domani, me la gioco da solo.

Peraltro i lavori di Franti, pur ricorrendo frequentemente trai i migliori esempi di musica alternativa italiana, non sono mai stati di facile reperibilità… so che è recentemente stato pubblicato un triplo cd contenente l’intera vostra produzione, vorresti ricordare a chi magari non ha mai avuto modo di ascoltarvi come poter venire in possesso di questo cofanetto?
Il cofanetto è stampato ormai da 3 anni da Marco Pandin per Stella Nera/Rivista Anarchica. Attualmente è esaurito ma uscirà di nuovo. Scrivere a
marcpan@tin.it o vedere la lista in rete, cercando Rivista A.

A proposito di liste, solitamente chiediamo ai nostri intervistati dei consigli per gli ascolti… ti va di farci tre titoli di dischi che stai ascoltando in questo periodo, ideale colonna sonora per chiudere quest’intervista?
Ne cito 4, va!
L’ultimo album di Bruce Cockburn, l’ultimo di Salif Keita, l’ultimo di Pat Metheny e quello solista di Beth Gibbons dei Portishead.


Ciao Stefano, e grazie mille!