Antonio Silva

interviste

Antonio Silva Un'ora con Antonio Silva: il custode del Tenco si racconta

23/06/2026 di Laura Bianchi

#Antonio Silva#Italiana#Canzone d`autore

Un altro incontro della serie "Le persone dietro e dentro la musica". Per decenni Antonio Silva è stato una presenza costante della Rassegna della Canzone d'Autore: la voce che accompagnava artisti e pubblico attraverso le conferenze stampa e le serate del Club Tenco, ma anche uno dei custodi della sua storia e della sua identità. Oggi, mentre si apre una nuova fase senza il suo ruolo di presentatore, abbiamo ripercorso con lui, in più di un'ora di chiacchierata, ricordi, cambiamenti, incontri e sfide di una delle esperienze culturali più significative della musica italiana. Con uno sguardo rivolto al passato, ma senza nostalgia.

La prima volta che ho incontrato Antonio Silva si perde nella notte dei decenni: era il 1990... e la prima intervista è stata proprio in quel periodo, per Como Radio City, con cui collaboravo; mi aveva ricevuta nel laboratorio del Liceo che dirigeva. Da allora, ho sempre seguito il suo percorso di preside e di presentatore della Rassegna della Canzone d'Autore, per brevità chiamata Tenco, e c'ero, quando, nell'ottobre 2025, salutò il pubblico del Tenco recitando commosso Itaca di Kavafis.

Eccomi qui, di nuovo, a intervistarlo, stavolta nel suo studio, stipato di dischi, cassette, PC. Dietro a lui, un manifesto di Che Guevara. Davanti, una scrivania notarile, dono del padre per la sua laurea in storia e filosofia. Tra poco compirà "vutant'ann", come dice lui in schietto dialetto milanese, ma gli occhi brillano sempre di curiosità ed entusiasmo. Una chiacchierata allegra e lunghissima, fatta di ricordi, risate e riflessioni.

N.B. Le foto in casa sua sono mie; le altre sono concesse da lui.


Laura Bianchi : Finalmente riusciamo a sederci a parlare con calma! Al Tenco sei sempre presissimo... e grazie per il tempo che mi concedi. Innanzitutto, partiamo con le emozioni: dopo tutti questi anni, c'è una canzone o un autore che continua a colpirti come la prima volta, che non riesci a sentire solo in modo professionale? non il migliore, ma quello che ti prende di più?

Antonio Silva : La risposta è immediata (canta, ndr): "Son aquellas pequeñas cosas...": è Joan Manuel Serrat! Amavo Serrat, ero innamorato in particolare della canzone Mediterraneo, perché, secondo la mia modestia, mi descriveva perfettamente: "son cantor, son embustero...", e mi dicevo, sono proprio quella roba lì! (ride, ndr) Poi, per una vicenda d'amore finita non bene, scoprii l'altra canzone, Aquellas pequeñas cosas...

L.B. : ...e l'hai portato al Tenco...

A.S. :...Sì, sì, è venuto al Tenco, ci siamo frequentati, tant'è che poi ha accettato di cantare il pezzo per me, tradotto in italiano da Sacchi, quando, nel 2008, Sergio ha deciso di produrre un disco dedicato ai Pan Brumisti, il gruppo in cui lui e io suonavamo e con cui siamo stati al Tenco; da lì è iniziata la mia avventura nel Club. E il disco si intitola proprio Quelle piccole cose...


Spostando un po' l'obiettivo, però è un uomo, non una canzone, l'altro mio artista del cuore è Guccini, perché le sue canzoni sono legate a tanti episodi della vita... "Alcuni audaci in tasca L'Unità..." in Eskimo, probabilmente sono io... Con Francesco c'è stata una lunga amicizia personale: andavamo in vacanza assieme, le nostre figlie, Teresa e Federica, si sentono periodicamente, facevamo lunghi raduni a Pàvana, a casa sua...

L.B. : Tu li conoscevi prima del tuo ingresso nel Club Tenco?

A.S. : Francesco so esattamente quando l'ho scoperto: nell'anno scolastico '70/ '71 insegnavo al ManzonI di Milano; a 24 anni io sono uscito dall'Università Cattolica e ho avuto il primo incarico la settimana dopo... una ragazza di quella classe a fine anno mi regalò L'isola non trovata e fu proprio il colpo di fulmine! Dopo qualche anno arrivo al Tenco, mi trovo lì Francesco, ed è nata un'amicizia totale. Un anno fa, l'editor del suo libro La Legge del Bar, doveva portarglielo, e ha chiesto a Francesco se avesse voglia di vedere qualcuno. E lui ha detto: "Voglio vedere Michele Serra e Antonio Silva"... è stato un grandissimo onore per me, e Serra da quell'incontro scrisse quel bellissimo ritratto, pubblicato su Repubblica.

L.B. : Quando hai capito che il Club Tenco sarebbe stato così importante per te? Tu sei entrato la prima volta con i Pan Brumisti, di cui faceva parte anche Sergio Sacchi, ma che sensazione che hai avuto? Hai pensato subito "questo è il mio ambiente, queste sono le mie persone..."?

A.S. : Subito! e ti spiego perché, con una similitudine che faccio a volte: metti un appassionato di calcio che improvvisamente si trova a cena con Pelé, Ronaldo, Maradona... impazzisce! Ecco, io sono letteralmente impazzito nel '76. Mi sono detto "questo qui è il mio

paradiso, il mio mondo, la mia terra, la mia altra vita", che mi ha affiancato poi per tutti i 50 anni...

L.B. : Già, le tue due vite... il preside, la scuola, e il presentatore, il Tenco... in che modo le hai fatte parlare? Sei stato prima un docente, poi un preside; contemporaneamente, appassionato di musica, presentatore, parte del direttivo del Tenco; sembrerebbero due mondi abbastanza diversi... hai provato un'osmosi fra i due? o li hai sempre tenuti separati?

A.S. : Ho sempre tentato di tenerle separate, soprattutto inizialmente; a scuola facevo il preside, se vuoi con lo stesso spirito con cui gestivo il palco dell'Ariston, uno spirito libertario, allegro, leggero, tollerante... ovviamente, col passare del tempo qualcuno ha saputo. Ad esempio, da quasi cinquant'anni andiamo al mare nella stessa casa, negli stessi bagni, ma solo l'anno scorso un ragazzo del bar ha scoperto per caso che io mi occupo del Club Tenco, perché sul giornale locale era uscita una notizia di non so quale serata con una mia foto; ma per 50 anni nessuno ha mai saputo che io fossi quell'Antonio Silva.

L.B.: Comunque tu hai portato tutta la tua conoscenza anche nel tuo fare il preside...

A.S.: Ma certo! A scuola ho portato Guccini, Vecchioni; Paolo Conte ha suonato a Ceriano Laghetto, quando facevo il sindaco, con l'entusiasmo dei ventotto anni... poi Davide Van De Sfroos, che mi ha detto: "io vengo ma non canto, voglio fare una lezione ai ragazzi"; l'ho portato in una quinta e ha spiegato il 5 maggio come se fosse un pezzo rap, facendo capire come dentro ci fosse musica, dal blues al tango... bravo veramente, i ragazzi in silenzio, rapiti.

L.B.: Restiamo allora nell'altra tua vita, il Tenco; qual è la leggenda più incredibile? Come il racconto che mi hai fatto un giorno, di Joni Mitchell che balla sul tavolo con te...

A.S.: Altro che leggenda, ho la foto! La vera leggenda però è che per i primi 35 anni gli artisti venivano gratis al Tenco, e non solo: si arrabbiavano se non li invitavi e alcuni chiedevano proprio di essere invitati. È stata ovviamente la grande stagione della canzone d'autore, irripetibile; tu pensa a quel famoso quartetto Conte, Benigni, De Gregori, Fossati, che cantano insieme Sudamerica... Amilcare Rambaldi chiamava Dalla, Ciampi, Paoli o Serrat e diceva: "guarda però che non ti diamo neanche una lira"... e venivano lo stesso... l'altra leggenda, molto più piccola, ma altrettanto vera, è che io non ho mai preso né una lira né un euro per la mia presenza. Ma sai la storia del mio ingaggio? Io arrivo nel 1976, e impazzisco di gioia, come ti dicevo; intanto sono sindaco a Ceriano. L'anno dopo, mentre sono in giunta, stiamo facendo una riunione, chiama Rambaldi, e mi dice, "senti ragazzo, l'anno scorso mi sei piaciuto molto, mi piacerebbe che quest'anno tornassi, e naturalmente ti diamo il doppio di quello che ti abbiamo dato l'anno scorso."; io ho avuto un momento in cui mi è venuto il dubbio: non è che qualcuno si è preso i soldi? Allora dico: "Scusi signor Amilcare, l'anno scorso non ho preso una lira". "Appunto, ti diamo il doppio, belinùn, il doppio di zero!". (ride, ndr.) Però ogni anno mandava un mazzo di rose a mia moglie...

L.B.: È anche vero che decenni fa era più facile arrivare agli artisti, pochi avevano manager o uffici stampa...

A.S.: Da un po' di tempo infatti io ho una posizione diversa sull'utilizzo di uffici stampa e social; uso a stento Whatsapp, ma non perché sono boomer, vedi che ho tre PC, e ho fatto un anno di scuola da programmatore DOS, ma credo che molti uffici stampa siano ormai padroni della vita degli artisti, e si orientino tutti sui social. Secondo me, invece, la televisione è ancora un mezzo potente, perché, nonostante i social, il Festival di Sanremo è comunque seguito da 15 milioni di telespettatori e se ne parla per settimane; trovami uno di quei sedicenti "socialisti", come chiamo quelli che frequentano i social, che abbia 15 milioni di follower!

L.B.: A questo proposito, come vedi la situazione attuale della musica d'autore?

A.S.: C'è una visione originaria e ristretta della definizione della canzone d'autore che risale agli anni Settanta, ma quella stagione è inesorabilmente finita, perché sono cambiate le condizioni sociali, politiche, le sovrastrutture, e la canzone esprime il mondo che ha davanti, in cui vive. Si è però accreditata anche un'interpretazione più larga, un "campo largo della canzone d'autore", che comprende anche nuove forme; ad esempio, ascoltavo ieri Anna Castiglia, o Giulia Mei, che stanno dentro la "canzone d'autore 2.0", o Lucio Corsi, che al Tenco mi è piaciuto tantissimo, per quello che ha detto.

In Francia c'è parecchio di buono a questo proposito, anche se sono un po' isolato nella mia passione rispetto agli altri colleghi del direttivo; penso a Bénabar, o ad Arthur H, il figlio di Jacques Higelin, premio Tenco, che comunque ha sessant'anni. Ascolto parecchio, mi arrivano centinaia di materiali, di proposte, ed è stato anche creato il Tenco Ascolta, proprio per lasciare che gli artisti si possano esprimere.

L.B.: C'è mai stato un episodio, in cui avete trovato una sostenziale differenza di vedute, e avete cercato di trovare una sintesi, nel direttivo?

A.S.: Certo, ma non credo che abbiamo ancora trovato una sintesi tra le tre anime: una nostalgica, di chi è cresciuto in quei decenni, e che è consapevole che siano irripetibili; i sanremesi, che vogliono l'Ariston pieno, anche per una questione di sussistenza economica; e quella legata ai social, che preme perché desidera che le star con molte visualizzazioni possano avere anche il nostro palco. Non abbiamo litigato, ma nemmeno abbiamo raggiunto un equilibrio. Infatti i voti dei giurati condizionano solo i sei vincitori delle Targhe, ma noi invitiamo sei o sette artisti a sera, mentre gli altri sono scelti sulla base di un tema, su idea di Sergio Sacchi; quindi le discussioni si svolgono per decidere chi invitare in modo da mantenere un equilibrio tra nomi famosi e altri meno noti, sulla scia di quanto faceva Amilcare, che in una serata metteva Guccini vicino a uno sconosciuto Baccini; così il pubblico, che viene per ascoltare il nome famoso, ha la possibilità di scoprire un Pistolazzi Ugo, per dire... Ad esempio, Lucio Quarantotto, autore del testo di Con te partirò, è arrivato sconosciuto al Tenco e ci ha incantati. Qual è il criterio che unisce le due esigenze, economica e qualità? Riempire l'Ariston, ma non con il pattume.

L.B.: Qual è la maggiore difficoltà per un cantautore oggi? la sovraesposizione social, o l'ascolto troppo superficiale, veloce?

A.S.: Daniele Sepe ha detto che l'ascolto medio di un brano su Spotify o su altre piattaforme è di diciotto secondi... non credo sia possibile capire il valore di una canzone in diciotto secondi! I musicisti vengono bruciati... ci sono quelli, come Corsi, che riescono a mantenere il successo, ma la sua durata si sta riducendo. Quindi, io consiglio di fuggire dai social, di mandarmi i CD o gli mp3 con le loro canzoni: le ascoltiamo tutte.

L.B.: E qual è stato l'artista che hai visto arrivare sconosciuto e spaurito, ma hai capito che avrebbe avuto quel successo di cui parliamo?

A.S.: È Vinicio Capossela, di sicuro. Lui aveva come manager Fantini, che al Dopo Tenco, che ai tempi era al Fata Morgana, mi dice: "fai andare su a quel ragazzo lì, Vinicio Capossela, che fa le cover di Tom Waits." Per me Tom Waits allora era Dio, e lo è ancora, qundi faccio suonare questo ragazzo, che fa le cover di Tom Waits, e poi fa delle cose sue... io lì ho avuto proprio il coup de coeur, come dicono i francesi, il colpo di fulmine; l'anno dopo mi batto perché suoni al Tenco. Viene, e lo presento dicendo: "sappiate che l'ho conosciuto l'anno scorso al Fata Morgana mentre faceva le cover di Tom Waits." Capossela diventa Capossela, ma ancora adesso, prima di andare in scena, viene in camerino da me e mi dice a mani giunte: "Antonio per favore non dire più che faccio le cover di Tom Waits..."

Così come ricordo bene anche Baccini; un pomeriggio Amilcare mi porta in un oratorio dell'entroterra sanremese dove c'è questo giovane con un suo amico che suonava la chitarra. Amilcare ne è rimasto colpito e ci siamo detti subito: "Questo è da Tenco!".

L.B.: Ecco... che cosa vi colpisce e vi fa dire "questo è da Tenco"?

A.S.: Una canzone o un artista è da Tenco se nelle sue canzoni ci sono dentro una storia e delle emozioni. Deve esserci una storia e mi deve destare delle emozioni; se parli del tuo ombelico non ci interessa... le chiamavamo appunto le canzoni ombelicali. Ma anche, se racconti una storia e fai un comizio, ma senza emozioni, non ci interessa. Sergio e io usavamo questo criterio. Che criterio usino i miei colleghi non lo so, ma non siamo lontani... poi ovviamente ci deve essere la resa sul palco, devi sapere suonare, scrivere, comporre, accompagnarti con la chitarra o col pianoforte, creare un legame col pubblico anche da solo, senza orpelli.

L.B.: Dal punto di vista del contatto umano, hai intervistato tantissime persone, anche nelle conferenze stampa. Ti è sfuggito qualcuno? Hai qualche rimpianto?

A.S.: Rino Gaetano. Ero in vacanza in Puglia, mi chiamò Rambaldi e mi disse "Vicino a te c'è Rino Gaetano che fa un concerto, vallo a sentire, me ne hanno parlato bene." Sono andato lì quella sera, ha finito lo spettacolo, gli ho parlato, l'ho invitato, ma poco dopo è morto. Grande rimpianto, perché io lo amavo e lo amo tantissimo.

L.B.: C'è qualcosa che pensavi della musica allora e che adesso non pensi più? O sei rimasto coerente?

A.S.: Ah, qui entriamo in un dibattito, nella polemica con De Gregori. È vero, l'aveva già detto Guccini, con le canzoni non si fanno rivoluzioni. Però dentro di noi c'era la locomotiva, c'era l'idea che comunque la canzone, ancorché sovrastruttura, potesse però favorire la riflessione, indirizzare. Contribuire al cambiamento. Non è che si scrivesse per fare politica, tutti noi scrivevamo su un giornaletto, sull'Unità o su Cuore... sai che ero io quello che scriveva Il Giudizio Universale?...(sorride, ndr.) Adesso invece penso che nessuno più scriva canzoni con l'idea di cambiare il mondo.

L.B.: Anche Riondino, secondo me, ha cercato di cambiare le cose. Qual è il ricordo più emozionante che hai di lui?

A.S.: E lo ha fatto, possiamo dire, usando tutti gli strumenti, che sapeva utilizzare magistralmente... di Riondino ricordo un fatto preciso, tra i tanti. Un dopo Tenco, abbiamo cominciato a parlare di religione. Poi ho saputo che suo padre era un insegnante illuminato, amico di La Pira, e lui aveva una profonda cultura e conoscenza delle tematiche religiose; così ho scoperto che questo giovane, che sembrava prendere per il culo l'universo, in realtà aveva dentro una preparazione e una sensibilità speciali, che non faceva solo canzonette per ragazzi. E così è nata una bella amicizia.

L.B.: L'altra grave perdita di quest'anno è Sergio Sacchi...

A.S.: La prima volta che vidi Sergio fu al Brumista, un locale milanese che avevo cominciato a frequentare da poco, nel settembre del 1971. Sono nati così cinquantacinque anni di amicizia sofferta. Era un amico difficile, Sergio. Voleva spesso, anzi quasi sempre, aver ragione, e ce l'aveva, quasi sempre. Avevamo scambiato l'ultima battuta la notte in cui lui è entrato in coma; mi scrive: "ah, mi ero dimenticato di dirti che oltre ai due tumori c'è anche quello al cervello". Io gli rispondo: "per forza, con il tumore al cervello non ti ricordi un cazzo..." (sospira, ndr). Sacchi era un genio. Un genio totale. Forse anche sprecato. Ha fatto l'architetto e ha fatto anche belle cose. E poi aveva questa capacità inventiva, creatività, inventio. Lui ha ereditato la direzione artistica del Tenco quando era nella fase forse più bassa della sua storia, e ha avuto un'idea: lavoriamo per temi, per progetti, ogni anno un tema, non solo per la rassegna, ma per tutta l'annata Tenco. Poi, ha ideato i Vespri alla Pigna, i concerti al Casinò...una perdita gravissima.

L.B.: Vorrei che tu raccontassi anche come è nata la decisione di lasciare la conduzione, che cosa ti ha spinto, come la vivi e come la vivrai anche adesso, fino a ottobre e oltre. Perché non ti vedo inoperoso...

A.S.: Sono state due le cose che mi hanno convinto. La prima è che hanno mandato in onda lo speciale Tenco in RAI, il 2 gennaio 2025, e io mi sono visto lì, un vecchietto, bianco, pelato, curvo, che non corrispondeva più a quello che volevo trasmettere. Mi veniva da dirgli: "ma stai a casa, cazzo!". E l'altra cosa: mio figlio mi ha detto: "Vattene prima che ti tengano lì per sopportazione, perché non ti caccerà mai nessuno. Però tu devi andartene prima che ti tengano lì proprio perché non possono mandarti via." E allora ciao. Tanto che, per l'edizione 2025, ho scelto di farmi affiancare da tre conduttori, Lorenzo Luporini, Silvia Boschero e Andrea Scanzi.

Dopodiché, continuo a occuparmi del Tenco, in particolare dei cosiddetti emergenti. Se sei un cantautore, una cantautrice, tu scrivi, vai sul sito del Tenco, mandi le tue canzoni, arrivano a me, che ascolto tutto, faccio delle pagelle e un breve ritratto che emerge dall'ascolto (un'abitudine che viene anche dalla scuola...) e poi condivido con i miei collaboratori; da lì scegliamo chi invitare al Tenco Ascolta, o al Tenco. Ecco il file, qui sul desktop, perché ci lavoro quotidianamente. Ne arrivano dai 300 ai 500 all'anno... Poi sono sempre stato un grande lettore, e scrivo episodicamente.

L.B.: Non hai mai pensato a raccogliere in un libro i tuoi ricordi, gli aneddoti...?

A.S.: Mi pento di non averlo mai fatto, di non aver fermato su un diario quello che vivevo, che succedeva attorno a me. Mi spiace non aver documentato tante situazioni, che resteranno solo mie, e adesso non ho tempo per concentrarmi e tantomeno per scrivere.... Invece, ho scritto un raccontino sul mondo tra cento anni, perché la cosa mi intrigava. È venuta fuori una mezza cagata, ma nel racconto l'intelligenza artificiale finisce parlando di se stessa e il sogno continua a sognare se stesso. Molti miei ex studenti, che ho visto a una cena qualche settimana fa, lavorano in questo campo, e mi hanno detto che l'intelligenza artificiale non potrà mai essere creativa, perché pesca solo da quello che c'è già e non ha una sua capacità. Ho letto da qualche parte che l'80% delle canzoni di Sanremo di quest'anno è stato realizzato almeno con l'aiuto dell'intelligenza artificiale; chissà se è vero... Uno di noi, comunque, è capace di capire se il materiale che ci arriva è analogico o no... almeno per ora.

L.B.: A proposito: tra 50 anni, come vorresti essere ricordato? Augurandoci che il Club Tenco duri altri cento anni e che ci siano i figli dei figli a portarlo avanti....

A.S.: Io ho vissuto per la scuola e per il Tenco. Ho tentato di vivere nella politica e non ce l'ho fatta, ma non ho rimpianti. Ho letto un epitaffio satirico che viene associato a Socrate: "Essere nato greco e non barbaro, libero e non schiavo, essere vissuto senza lavorare, essere morto prima di invecchiare". Prendo solo l'ultimo, che mi interessa di più: invecchiare, anagraficamente l'ho già fatto. Spero di non invecchiare mai anche dal punto di vista cerebrale.

L.B.: Fìdati, non potresti mai: la tua passione e la tua curiosità ti faranno restare forever young! Grazie!