Enzo Gentile

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Enzo Gentile Oltre le note: Enzo Gentile dentro l'enigma di Ludovico Einaudi

21/09/2025 di Laura Bianchi

#Enzo Gentile#Derive#Suoni

Ludovico Einaudi divide: c’è chi lo ascolta per meditare, chi lo ama per la sua immediatezza, e chi lo critica. Ma, come sostiene Enzo Gentile nel suo libro "Ludovico Einaudi – La musica, le origini, l’enigma", appena pubblicato, il compositore ha tracciato una traiettoria inconfondibile e uno stile imitatissimo. Cerchiamo di capire meglio con l'autore del volume cosa si nasconde dietro il suo successo.

LAURA BIANCHI: innanzitutto grazie per il tempo che mi dedichi; la lettura del libro è stata molto illuminante, e mi ha colpita l'immagine di Einaudi che "fa corsa a sé. Su una pista dove incontreremo, a confronto, santi, miscredenti e Belzebù.". Vorrei che tu in breve motivassi l'affermazione...

ENZO GENTILE: Ci sono molti pianisti che hanno recuperato molto dal suo suono, dalla sua costruzione, e questa tendenza non accenna a smettere, anzi, è dilagante; ma il suo successo è tardivo, risale agli anni '90, perché Einaudi ha studiato al Conservatorio e scritto opere classiche. Nel campo della musica per solo piano, all'estero c'erano molti riferimenti, come Brian Eno o Michael Nyman, che tra l'altro ha scritto per il cinema, cosa che anche Ludovico avrebbe fatto qualche anno dopo, ma in Italia la sua proposta ha aperto una strada, anche perché non c'era internet: sembra banale, ma adesso in un secondo puoi ascoltare qualsiasi musica del mondo, mentre allora era difficile reperire dischi e informazioni; così, per il pubblico italiano la sua esperienza era molto originale. Lui ha miscelato, mescolato, per così dire cucinato la sua musica, con altri riferimenti che provenivano dall'estero... il suo merito è aver convinto molti ad avvicinarsi a questo genere e perfino a suonare il pianoforte.

L.B.: Confermo; anche nei saggi scolastici, da un certo periodo in poi, accanto a Beethoven e Satie, gli allievi hanno iniziato a suonare Einaudi...

E.G.: ... che, partendo da un certo minimalismo, però, ha attinto da tanti riferimenti. Proprio in questo senso ho scritto che corre un po' da solo, perché comunque tutti gli altri, venuti dopo, sono individuati come imitatori. Lui lo è stato di altri, ma in maniera più accorta, in un periodo in cui c'era meno la possibilità di fare raffronti.

L.B.: Tra l'altro, il libro non è agiografico, né celebrativo, e lascia molto spazio anche ai "detrattori", il cui parere è inserito come contro argomentazione. Ad esempio, scrivi "I detrattori parleranno di narrazione addomesticata..."; questo mette in luce l'enigma del titolo, l'analisi su come abbia avuto successo, che smonta alcuni meccanismi per rivelarli. Una definizione mi ha colpita: " illusionista a suo modo caparbio". Un'altra: "eccellente traghettattore di percezioni", e un'altra chiama in causa "la polifunzionalità dell'artigiano". Tutte e tre comunque toccano diversi aspetti, una l'aspetto personale delle sue scelte, l'altra quasi la psicologia della percezione, la terza la comunicazione. A Einaudi si potrebbe anche imputare una certa responsabilità nell'aver avviato un manierismo?

E.G.: Sicuramente; Einaudi è molto divisivo, ha creato una mole impressionante non solo di seguaci e imitatori, ma anche di fan e di critici. Tutti i suoi concerti sono esauriti, e il pubblico è composto anche di persone giovani, che, tra un pezzo e l'altro, o se questo è meno conosciuto, o meno intenso, scrivono messaggi o post sul cellulare, come se fossero a un concerto rock, o rap, dove la musica può essere un sottofondo. E questo mi ha impressionato molto, perché la musica, teoricamente, dovrebbe aiutare la concentrazione, e non a caso Einaudi viene trasmesso anche nelle palestre, nello yoga, nella musicoterapia, ma vuol dire anche che come musicista ha raggiunto proprio una sorta di polifunzionalità. Anche i film che hanno le sue colonne sonore sono di tutti i generi: commedie, comici, d'avventura, internazionali, italiani, e a questo proposito ricordo la sua sliding door: ho seguito personalmente le vicende relative alla scelta della colonna sonora di Fuori dal Mondo, (il film del 1999 di Giuseppe Piccioni, ndr), che poi vinse cinque David di Donatello, e credo che da allora nasca molto della sua fortuna, ma anche del suo merito; insomma, non ha vinto con un biglietto alla lotteria, ma con la sua musica, giusta per quel momento. 

L.B. Tu hai fatto la scelta, molto interessante, di far emergere i primi anni, con le influenze, le collaborazioni degli inizi, che molti non conoscono; ad esempio, mi ha sorpresa il fatto che avesse partecipato allo storico concerto per Demetrio Stratos nel 1979 con i Venegoni &Co.!

Sempre riguardo alle collaborazioni con i registi, qual è stata la colonna sonora più riuscita?

E.G.: Bisogna precisare una cosa importante: in The Father, del 2020, la colonna sonora è stata composta per l'occasione, mentre in altri, come Nomadland, sempre del 2020, è stata la regista Chloé Zhao a chiedergli qualche suo brano di repertorio; anche le musiche del bellissimo Quasi amici (2011) sono riprese in parte da Sotto falso nome, un film del 2004, di Roberto Andò, la cui colonna sonora era stata invece scritta appositamente.

Quindi è una specie di gioco d'incastro, di Lego, in cui ci sono comunque le sue musiche, che in qualche caso non sono pensate apposta per quel film; la sua prima colonna sonora risale invece alla fine degli anni Ottanta, ed è stata per Treno di panna (di Andrea De Carlo, 1988, ndr.).

L.B.: Nel libro ci sono tanti consigli di ascolto; tra l'altro, molto emozionante è il capitolo dedicato alla musica africana, e, leggendo il libro, chi non li conosce può scoprire musicisti come Toumani Diabaté e Ballaké Sissoko. Vuoi parlarci del cuore del libro, La mia Africa, che racconta la genesi di un album, come Diario Mali, con Ballaké Sissoko alla kora, anche perché emergono i tuoi ricordi emotivi e la scoperta di un Einaudi inedito?

E.G.: È vero; noi abbiamo fatto due viaggi, per un totale di circa 25 giorni, in Mali, un Paese che all'inizio del 2000 era in uno stato primitivo (non c'era ancora il fondamentalismo islamico), e assolutamente pacifico, con gente di grande cordialità coi turisti, ma anche dalla povertà impressionante. E lì ci siamo, ovviamente, misurati con la musica; siamo andati, in un gruppetto di dieci persone, anche per incontrare Toumani Diabaté, in una specie di grande comune, dove gli artisti vivevano, suonavano, mangiavano, e abbiamo approfondito la conoscenza della musica maliana, a partire da Ali Farka Touré, che è stato un faro per molti artisti, come Ry Cooder. Essendo in quella condizione, anche Ludovico ha assorbito tantissimo l'atmosfera, ha conosciuto suonatori di kora, siamo andati insieme nel deserto a sentire il Festival au Désert (a Essakane, vicino a Timbuctù, ndr.)... insomma, ha vissuto una profonda impollinazione musicale, e per qualche anno, sia in concerto sia poi su disco, ha messo un po' di Africa. Questo per dire che è stato molto capace di assorbire: ha suonato con musicisti elettronici, oppure con Djivan Gasparyan, che invece arrivava dall'Armenia, e che aveva un altro suono, un po' folk, comunque tradizionale, sul flauto.

Ludovico è stato molto abile nel recuperare dei sapori, e in Africa io l'ho visto di persona, perché eravamo proprio immersi nella musica; non c'era radio, non c'era internet, eravamo in un Paese dove la musica corre tra i rami, perché la senti, c'è il muezzin che canta, c'è la kora che suona, ci sono le percussioni, ed eravamo lì, in balìa, per fortuna, di un mondo che, ahimè, temo che non ci sia più, neanche da quelle parti; un mondo che ha incantato molti musicisti anche occidentali. Così abbiamo scoperto, per esempio, i Tinariwen, di cui mi aveva parlato Robert Plant, che era andato a sentirli apposta proprio in Mali, e questo ha giovato moltissimo a Ludovico, perché poi i musicisti sono arrivati anche in Italia, dopo quell'esperienza.

Nel libro ci sono anche i volantini della partecipazione dei Tinariwen al Festival Suoni e Visioni, che curavo io, e a cui avevo invitato anche lui; insomma, è stata una circolazione di sapere che ha sicuramente aiutato molto la sua musica. Poi, il gradimento è arrivato ovviamente attraverso altre pagine della sua produzione.

L.B.: Chi lo conosce per le sue produzioni recenti difficilmente si immagina che Einaudi sia andato in Africa e abbia avuto questo tipo di esperienze, per cui è interessante l'approfondimento sui primi anni, anche nei riferimenti alla famiglia; sei entrato in contatto anche con archivi privati?

E.G.: Ho attinto ai giornali, oltre che a documenti che possedevo (perché ci conosciamo da decenni, i nostri figli frequentavano classi diverse dello stesso istituto, siamo coetanei...), ma non esiste nessun libro su di lui, solo una pubblicistica su quotidiani o riviste, quando esce un suo disco, o parte un tour, però non c'è finora una biografia ufficiale; ci sono molte interviste, e con risposte un po' rapide, perché non è un oratore, ma non ci sono testi critici o di studio su di lui; esistono studi sul minimalismo, o sulla musica elettronica, ma lui non è compreso in nessun genere specifico... anche in questo fa un po' corsa a sé. È il motivo per cui ho voluto scrivere questo libro: mi sono proposto di studiare il suo percorso, il fenomeno, di farmi un'idea, cercando una serie di interlocutori, alcuni dei quali sono stati suoi compagni di studi al Conservatorio, e quindi lo hanno visto da vicino in un periodo di cui non si sa nulla, in cui non c'è stata una narrazione su di lui.

L.B.: In effetti ho notato anche che hai inserito una breve biografia di tutte le persone che hai contattato, dettaglio che difficilmente si trova in altre biografie; così scopriamo che Einaudi è stato il compagno di Carlo Boccadoro o di Filippo del Corno, anche se questi sembrano essere stati più coerenti rispetto alla loro formazione. In questo, l'ho trovato piuttosto simile anche a quanto aveva vissuto Ennio Morricone, nel momento in cui aveva lasciato gli studi con Petrassi per occuparsi di colonne sonore...

E.G.: È così, in parte, anche se Morricone poi mantenne, a un certo punto, un contatto con quella musica sperimentale, tant'è vero che comunque continuò a scrivere e a dirigere l'orchestra anche fuori dalle colonne sonore "alla Leone", per intenderci, perché era un artista enorme, con una conoscenza dello strumento, delle orchestre, delle voci, che ne ha fatto un caposcuola assoluto.

L.B.: Appunto per quanto riguarda questa tua ricerca e recupero, qual è secondo te la testimonianza che pensi che sia più interessante, sia per il lettore che non ne sa niente, sia per il lettore che magari lo ascolta già?

E.G.: A parte Stefano Boeri, perché sono cresciuti insieme, che dà un contributo più personale, di pelle, e non entra affatto nello specifico della musica, ci sono due figure che stanno ai lati estremi. Uno è Carlo Boccadoro, perché è un musicista, molto puntiglioso, ha suonato le musiche di Ludovico, ha recuperato le sue pagine iniziali, ne conosce le opere e il percorso di questi quarant'anni, quindi fa una disamina che è sostanzialmente molto positiva. L'altra testimonianza invece, molto critica e aspra, anche in modo personale, è quella di Luca Francesconi, un compagno di università che ha vissuto con lui a lungo e con lui ha avuto Luciano Berio come maestro, però fotografa gli anni in cui erano poco più che ventenni e si affacciavano alla musica, presentando un ritratto umano in parte divergente, ma utile per completare il quadro.

L.B.: Di Francesconi mi aveva colpita il paragone tra Einaudi e Taylor Swift, entrambi esempi, nella musica, di quella che chiama "l’esigenza di livellare". Credi che Einaudi sia ormai un oggetto di marketing e abbia fatto pace con questo, oppure ci si debba aspettare un ulteriore passaggio?

E.G.: La percezione, in musica, deve essere la più ampia possibile, al di là di chi lancia il messaggio, e in questo credo che Einaudi abbia centrato l'obiettivo. Quindi, a parte il paradosso e fatte le dovute proporzioni (e sottolineo che non mi sono annoiato al concerto di Swift, perché è stato uno show totale), credo che entrambi siano "traghettatori di percezioni".

L.B.: ...ed esperti di "mixology", come la definisci tu...

E.G.: ...Sì, perché l'esperto di cocktail inserisce nella ricetta un ingrediente inaspettato, che però funziona; Ludovico ha innestato nella sua musica l'Africa, l'elettronica, Satie, la musica d'appartamento o d'uso, il rock, la taranta, il prog, i Beatles, Jimi Hendrix... è mixology, perché gli ingredienti non appaiono evidenti, ma, nel terreno frutto della sua esperienza, ogni elemento ha avuto un peso. L'unico che non ha mai usato è la voce, che nei suoi dischi non c'è, e non ci sarà mai, perché sarebbe motivo di distrazione. Se a una persona piacciono i cocktail, è la mescolanza di suggestioni che la convincerà ad ascoltare Einaudi. L'operazione è postmoderna, perché sovrappone più strati, ed è come una cartina al tornasole: se si mette in controluce la sua musica, si trova di tutto... non so quale sia il suo compositore classico preferito, ma di sicuro ha ascoltato Keith Jarrett e il Concerto di Colonia del 1975.

Eppure, ha fatto una sola cover nella sua storia: Lady Jane dei Rolling Stones, che gli deriva dai suoi interessi rock della giovinezza... per questo noi due, pur nelle divergenze, abbiamo molti punti in comune e paralleli, e credo di aver scritto con cognizione di causa.

L.B.: A proposito di cognizione di causa: ci sono eventi in programma per presentare il libro appena uscito?

E.G.: Sì! A Milano, il 27 settembre, alle 10.30, all' Anteo Palazzo del Cinema, in via XX Aprile, ci sarà una presentazione del libro, prima della proiezione del film Fuori dal mondo di Giuseppe Piccioni, con un dialogo tra Lionello Cerri, il produttore del film, il regista collegato in streaming, Stefano Piantini, l’editore della neonata Casa Editrice Cluster - A, il compositore Filippo Del Corno, e me.

L.B.: ...per capire meglio l'enigma Einaudi! Grazie ancora!