Carolina Bubbico

interviste

Carolina Bubbico Note ubique

16/10/2020 di Arianna Marsico

#Carolina Bubbico#Italiana#Pop

Abbiamo intervistato Carolina Bubbico, fresca di uscita del terzo album Il dono dell’ubiquità. Ne è emerso il ritratto di una persona e un’artista versatile, affamata di vita e di musica, ricca di gratitudine per le esperienze e i legami vissuti e da vivere
Mescalina: Hai dichiarato che “Il dono dell’ubiquità” fa riferimento all’indecisione fra le molte possibilità a disposizione. Può in qualche modo rappresentare anche una condizione femminile da cui cercare di svincolarsi? Spesso infatti si dice: “Ah tanto le donne sono multitasking…”. Anche in "Bimba" sembri rifiutare uno stereotipo…

Carolina: Assolutamente sì. Intanto, per chiarire le idee, “Il dono dell’ubiquità” fa sì riferimento a questa mia tensione nella vita a vivere, a farmi una scorpacciata di esperienze. Contemporaneamente però è una dichiarazione su quella che è la mia estetica musicale reale, che in questo disco viene più che mai fuori, finalmente. Dichiara la mia ubiquità musicale, se così si può dire, questa mia abitudine a voler provare esperienze sonore differenti, stili, linguaggi, in nome fondamentalmente dell’universalità della musica. Sono sempre stata contraria al discorso dell’etichettare i linguaggi, nonostante le etichette esistano, e lo so, ma amo e gradisco vedermi sotto vesti differenti. In questo disco l’ho fatto più che mai, il titolo mi sembrava doveroso. Su quello che dici sulla condizione della donna, ci sono tanti aspetti che per così dire mi turbano e mi disturbano. “Bimba” ne è un esempio. Sicuramente io sono una di quelle donne multitasking, nel senso che anche nel mio lavoro tendo a fare diverse cose contemporaneamente. Credo che sia sicuramente una grande virtù femminile, ma non deve essere strumentalizzata dall’uomo X o più in generale dalla società. “Bimba” non parla proprio di questo multitasking ma di una sorta di denuncia e ribellione sì al femminile ma un po’ umana secondo me…Dobbiamo tutti attuare una ribellione contro quella che può essere la tendenza di mostrare sempre e soltanto il vestito che si indossa e non chi è che lo indossa. Non siamo i nostri vestiti, questo è il messaggio. Non importa che vestito avrai, la tuta o il tailleur con cui esci di casa, vivi la provincia sotto una nuova veste, che è quella dei tuoi contenuti: cosa pensi del mondo, della società di chi ti circonda. Sappi difenderti, l’aspetto della difesa personale è certo relativo alle donne. La mia indigestione di nottate a rischio… non solo mia, tutte le donne una volta nella vita hanno vissuto una provocazione maschile mentre si cammina. Con la frase “il suono di quei tacchi che si sanno difendere” voglio dare una botta di coraggio alle donne, come a dire: “sappiamoci difendere con i nostri tacchi o le nostre scarpe da ginnastica”. Tutto questo viene vestito con un brano dal ritornello accattivante, con un sound abbastanza corposo e ballabile, con questi quadri di vita vissuta, di vita notturna. Io racconto della mia città, ma è rappresentativo di tante città, un po’ anche una rivendicazione di quella che è la condizione di provincia, al contrario della metropoli, dove tutti tendiamo a rifugiarci e scappare per cercare gloria e successo. È un po’ un ricordarci che la provincia va nutrita e ripopolata. Sono tantissimi i messaggi che volevo dare, non solo in “Bimba” ma in generale nel disco.

Mescalina: Un’altra sfaccettatura della donna che emerge è quella della madre, che racconti in “Hey Mama”, che forse è uno dei pezzi più belli del disco.

Carolina: “Hey Mama” è un brano a cui tengo particolarmente, perché nel disco ho voluto approfondire e attraversare le figure genitoriali, che influenzano in qualche modo le vite di tutti noi, ci creano conflitti anche…E quindi le ho messe sul piatto, in condivisione con tutti, l’ho fatto in realtà in un modo amorevole. Hey Mama” dà vita a una fotografia che rappresenta mia madre incinta di me, con le sue amiche, tutta sorridente e splendente. Ho provato a dar voce a quella donna del 1989 su cosa poteva pensare, sentire, cosa poteva sperare nell’avere una creatura che sarebbe nata di lì a poco. Anche lì, io approfitto delle storie personali perché spero e voglio creare delle storie condivisibili. La dimensione della gravidanza è qualcosa di assolutamente collettivo. Tutte le mie canzoni sono mirate alla collettività, al tendere la mano all’altro e dire: “Questa è la mia storia, ti ci rivedi?”. Queste storie sono degli specchi, tanti piccoli laghetti. Spero che tante donne in dolce attesa o che sono madri possano emozionarsi e rivivere determinati sentimenti attraverso Hey Mama”. Un brano dedicato alla figura del padre è “Amore infinito”. È una specie di preghiera, spirituale, un po’ laica, non vuole essere religiosa. Ha un che di spirituale perché un padre che diventa aria, etereo, dichiara amore alla figlia, prega la natura perché possa aiutarlo nella dolce protezione verso la figlia.

Mescalina: Proprio sulla tua versatilità, che troviamo sia nelle tue esperienza, non sei solo cantante e pianista ma anche direttrice d’orchestra, che in questo disco, in qualche modo hai anche collazionato direttamente tu i diversi contributi, alcuni credo a distanza, visto il periodo… come ti sei trovata nel farlo? È stato difficile, è stata una sfida?

Carolina: Io direi che è stata un’opportunità, un’opportunità di utilizzare modalità nuove, inedite, perché ho sempre fatto dischi in studio con le persone con cui ho collaborato. Perché un’opportunità? Intanto di provare tecniche e modalità di acquisizione di tracce diverse, perché abbiamo acquisito tracce a distanza, in modalità home studio o attingendo dagli studi di riferimento di ogni artista. Però è un’opportunità anche perché sono riuscita, attraverso questo momento storico, a vedere oltre il mio naso, e quindi a provare a immaginare di coinvolgere persone che probabilmente non avrei mai immaginato di coinvolgere. È diventato un disco collettivo, ricchissimo, con musicisti straordinari. Per dire Baba Sissoko è una voce che mi ha cresciuta, mio padre mi faceva ascoltare la voce del Mali e la sua musica, è stata una culla per me Arrivare a pensare a lui è stato determinato molto dall’home studio. Chiaramente tutto è stato combinato egregiamente da mio fratello che ha proprio attenzionato il disco, Filippo Bubbico. Abbiamo messo insieme i tasselli di questo puzzle, al Sun Village Studio che è la sede della nostra etichetta, Sun Village Records, facciamo tutto in famiglia noi, abbiamo questo studio di registrazione in cui abbiamo lavorato duramente in questi mesi, a fine giugno abbiamo chiuso il master.  La cosa a cui tengo di più è il fatto che abbia potuto impreziosire il disco con questi ospiti meravigliosi… il potere della collettività contro l’individualismo sfrenato che ci governa. La musica può essere un’occasione per andare oltre il nostro orto e guardare chi ci sta accanto, e collaborare e cooperare.

Mescalina: Fra l’altro ascoltando i tuoi brani, alla luce di tutto questo discorso sulla ricerca e la collaborazione, emerge una grandissima cura nelle armonie, forse anche grazie alla tua formazione…come se tu quasi cantassi le note per certi versi, e solo dopo arrivasse il testo, che poi nei tuoi testi c’è un bel lavoro.

Carolina: Hai azzeccato perfettamente perché da sempre il mio processo compositivo è quello di farmi guidare dai suoni, dalle frequenze, da determinati frammenti melodici, con molta cura e attenzione verso le strutture armoniche, perché i miei brani mi devono emozionare. Ho provato ad analizzare…mio padre mi diceva sempre: “Quando ti piace qualcosa nei dischi metti in pausa e analizza”. Solo conoscendo puoi riprodurre e creare anche nella tua musica quella suggestione emotiva, il che non vuol dire copiare, ma conoscere il materiale e saperlo rimaneggiare a tuo piacimento. È importante questo secondo me… lasciarti vibrare perché sai che per te funziona. Per quanto riguarda la scrittura appunto mi faccio guidare da quello, e poi come se fosse come una magia mi ci metto mi dico: “Ok questo materiale melodico che cosa ci racconta?”. Avevo tanto da dire, però sai cercavo di mettere ordine. Un conto è sapere più o meno cosa dire, un conto è canalizzarlo per farlo diventare un testo, Più precisa con le idee meno ci metti. In questo mi sento tanto cresciuta, nel processo compositivo a livello testuale. Mi permetto di dire che la mia parte da autrice abbia fatto un passo in avanti enorme rispetto agli altri dischi. Gli altri li sento più ingenui, qui ho dato il meglio di me per quello che è Carolina oggi, spero sempre di fare di meglio, raccontando tutto quello che avevo a disposizione, non avendo paura di dire niente.

Mescalina: Un’ultima domanda. La tua collaborazione con Cristiana Verardo, la quale fra l’altro questa estate ha fatto uscire il suo singolo “Il tuo nome”, per “Beverly Hills” come è nata? Anche quello tra gli episodi più riusciti del disco…

Carolina: Sì, a parere di tanti…Cristiana è veramente orgogliosa di quel testo, me l’ha detto. Lei non è mai una presuntuosa, però ascoltando la riuscita di questo pezzo sente che c’è una sintonia perfetta tra suono e parola, ci sono dei punti di magia. Cristiana e io siamo grandi amiche, è come una sorella per me intanto. Collaboriamo in diverse forme: io ho arrangiato il suo disco precedente, arrangio delle altre cose per lei, abbiamo un progetto insieme in cui cantiamo e suoniamo, Bebè. E poi ho scelto di chiamarla per dare un vestito di parole a questo brano. Lei ha scelto una storia d’amore che mi riguarda, come fosse un film degli anni ’90, lo abbiamo chiamato “Beverly Hills”: perché il lui in questione ha sempre criticato lei di pensare di vivere la relazione come se fosse un film, una serie tv. Quindi abbiamo ironizzato su una storia molto profonda, che Cristiana ha vissuto da vicino e che si è sentita di raccontare. Probabilmente solo lei lo poteva fare. Quando sei tanto coinvolto nelle cose non sempre è facile metterle in musica, e lei lo ha fatto.

Mescalina: Complimenti per il disco e in bocca al lupo per la promozione e i concerti, nei limiti del possibile…

Carolina: Speriamo, speriamo, crepi!

Foto di Lucia Olivieri

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