Donato Zoppo

interviste

Donato Zoppo Volevo essere strano...e ho vinto Sanremo!

14/05/2026 di Arianna Marsico

#Donato Zoppo#Italiana#Canzone d`autore

Abbiamo intervistato Donato Zoppo, l'autore di "Volevo essere strano", la biografia di Lucio Corsi che non si limita alla storia del cantautore maremmano.

Arianna Marsico: Come nasce la scelta di raccontare la storia, breve ma non troppo, di Lucio Corsi?

Donato Zoppo: Più che il come, credo sia interessante il perché… L’idea iniziale, infatti, non era quella di raccontare la sua storia, che come giustamente dici è breve (ma non troppo), o meglio più che breve è ancora in corso, non storicizzata per ovvi motivi ,dunque complicata da narrare. L’idea iniziale era di provare a ricostruire la storia del Festival di Sanremo da una prospettiva diversa, alternativa se vuoi: quella degli “strani”, degli eccentrici, degli anomali. Celentano, Vasco, Rino Gaetano, oppure i demenziali come Elio, Francesco Salvi, oppure i gruppi come Bluvertigo, Marlene e Afterhours. Avevo individuato un lungo elenco di “strani” – strani secondo i canoni canzonieri sanremesi – che si concludeva proprio con Lucio Corsi, l’ultimo della sequenza in senso cronologico. Nella stesura si è imposta la sua figura, a mio avviso molto interessante sia per le premesse sia per gli esiti artistici; così ho accantonato la faccenda sanremese e mi sono dedicato alla sua storia, cercando però di raccontarla in maniera un po’ più eccentrica – tanto per rispettare la stranezza di cui sopra…

AM: Volevo essere strano non è certo la classica biografia. Come mai hai deciso di dare un taglio per certi versi fiabesco al racconto? 

DZ: Tengo a precisare che non si tratta di un romanzo, né di un racconto. È un saggio musicale, una biografia un po’ anomala, con un taglio più fantasioso del solito. Probabilmente era inevitabile, visto che Lucio è un artista in divenire, e pensa che eccezionalmente non l’ho intervistato come faccio di consueto nei miei libri, ma ho preferito lasciare andare la penna e farmi rapire da tante suggestioni contenute nella sua musica e soprattutto nei suoi ispiratori. Gli ho fatto incontrare, in maniera effettivamente fiabesca, questo lo riconosco, figure come John Belushi, Ivan Graziani, Barry Sheene e tanti altri, personalità che non sono più tra noi ma che lo hanno influenzato sia musicalmente sia più in generale come artista.

AM: Qual è il punto di forza di Lucio Corsi a tuo avviso?

DZ: La sua dimensione fanciullesca, naïf senza l’accezione spesso negativa che diamo al termine. Lo sguardo del fanciullo è puro, stupito dinanzi all’esistente, e consente di vedere le cose in modo diverso, a volte rovesciato, altre volte sorridente. In particolare i primi due dischi riflettono questa sua sospensione anche territoriale, nella quale animali e umani convivono come stregati, fluttuanti in una storia magica, spesso ironica, sicuramente lontana da certi schematismi della musica indipendente italiana. Un altro punto di forza è stato l’ottimo nutrimento musicale di Lucio. È cresciuto ascoltando Ivan Graziani, Randy Newman, Paolo Conte, Neil Young, Lucio Dalla, Peter Gabriel: impossibile non assimilare questi giganti italiani e stranieri, e lui ha anche avuto l’onestà nel corso degli anni di dichiarare le sue fonti, senza tacerle.

AM: Francesco Bianconi ha scritto la prefazione. C'è secondo te qualcosa che unisce i Baustelle e Lucio Corsi? Se penso a Le rane forse sì...

DZ: Hanno condiviso un pezzo importante di storia insieme, a partire dal tour che Lucio ha aperto per i Baustelle fino all’esperienza di Cosa faremo da grandi (produzione a mio avviso eccellente di Bianconi), ma non è solo questo. Credo che i due musicisti – entrambi toscani, aggiungo – abbiano in comune la visione del mondo, come lo stesso Francesco ha scritto: un modo di vedere le cose, gli umani, le nature, le opere d’arte, ripulito da tanti stereotipi, alleggerito dal pregiudizio, diretto a cogliere la purezza traducendola in musica e parole. Un approccio “non ideologico”, mi viene da dire.

AM: I Blues Brothers erano in missione per conto di Dio, Lucio è in missione per conto di...? 

DZ: Lucio era e credo sia tuttora in missione per conto della musica. Penso che una delle cose più esaltanti che gli siano capitate sia stato il tour estero: salire sul bus, arrivare nelle venue europee, fare il soundcheck, suonare, risalire sul bus e puntare al concerto del giorno dopo è una trafila per tanti stancante e ripetitiva, persino alienante, credo invece che per lui sia stata e sarà vitale. Quando si vive per la musica, si vive anche per fare la propria musica, penso che questa sia la sua missione. Una missione nella quale emerge l’idea di una musica autentica, non artificiale dunque “naturale”, devota ai classici ma al tempo stesso ben piantata nel presente e nel quotidiano.

AM: Dove approderà prossimamente la DeLorean di Lucio? 

DZ: Mi è stato chiesto spesso e altrettanto spesso mi rigiro la domanda, me lo chiedo anche io e non saprei. Possiamo supporre che attualmente sia in una situazione di riposo e recupero delle energie dopo il fittissimo 2025 (è stato pure sempre l’anno della tripletta Sanremo-Eurovision-concerti), una fase che prelude a un nuovo disco. I suoi quattro album secondo me compongono un ciclo, adeguatamente chiuso dopo Sanremo: auspico che esca quanto prima un nuovo Lp per capire anche quanto ha appreso dalle esperienze dello scorso anno.

AM: Grazie mille a nome della redazione di Mescalina e da parte dei nostri lettori e delle nostre lettrici!

DZ: Grazie a voi, in bocca al lupo per il lavoro su Mescalina, una testata significativa per la presenza, la dedizione e la costanza, doti non così frequenti nel mondo del web. Ad maiora!