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Rambaldo Degli Azzoni Rambaldo Degli Azzoni, un agitatore culturale che vuole dare voce alle storie: dalla discografia indipendente al festival Canzoni&Parole a Parigi
Laura Bianchi: Innanzitutto grazie per aver accettato di dialogare con noi! Storie di Note si inseriva in una tradizione precisa della canzone d’autore italiana. Qual è oggi la vostra linea editoriale e in che modo si distingue nel panorama contemporaneo? Il vostro lavoro sembra opporsi, almeno in parte, alle logiche dell’industria mainstream: è una scelta culturale, estetica o anche politica?
Rambaldo Degli Azzoni: dal 2016, c’è Storiedinote Fr, con sede in Francia. Storiedinote è nata alla fine degli anni '90, probabilmente nel momento più sbagliato, quando cominciava il digitale con Napster. È diventata una sorta di “factory”, lavorando a 360° con le cantautrici e i cantautori, anche per dare l’opportunità ad artiste/i, più o meno conosciuti, di diverse generazioni, che avevano secondo noi cose significative da raccontare, di avere o ritrovare un po’ di visibilità altrimenti impossibile. Si è occupata di produrre, co-produrre, pubblicare album, fare la promozione e gestire anche i concerti. E addirittura, quasi per ripicca verso comportamenti molto scorretti e superficiali da parte di esponenti di multinazionali della musica, mettendo in campo una rete indipendente di distribuzione di CD in negozi di dischi, ma soprattutto in librerie e centri culturali in tutta Italia, operando per circa 8 anni, fino a quando il digitale ha travolto, soprattutto in Italia, il mondo della discografia, quando il disco d’oro è passato da un milione a 10.000 copie in pochissimo tempo. La gran parte dei circa 150 album pubblicati in quel periodo proponevano storie, concetti, racconti, tematiche sociali e civili. Dopo il mio trasferimento in Francia e dopo la creazione della Storiedinote transalpina, l’attività discografica è molto diminuita (in 9 anni sono stati pubblicati solo 16 album) e l’obiettivo, che si è rivelato quasi utopistico, è diventato quello di provare a contribuire alla diffusione della canzone d’autore italiana in Francia, soprattutto attraverso concerti, rassegne e, da 5 anni, attraverso il festival Canzoni&Parole.
L.B.: Nell'approccio produttivo emerge una forte attenzione alla coerenza narrativa dei progetti: quanto incide il produttore nella costruzione dell’identità artistica di un disco?
R.D.A.: In molti progetti nel periodo più intenso nella discografia c’è stato un grande coinvolgimento da parte mia e dell’etichetta nello sviluppo dei progetti discografici, a partire dalle canzoni inizialmente create dagli artisti, e anche nel modo di proporli al pubblico.
L.B.: In un sistema sempre più orientato al singolo e alla fruizione rapida, ha ancora senso parlare di “album” come opera compiuta?
R.D.A.: Per qualcuno è ancora possibile; ho la fortuna di poter ancora contribuire alla realizzazione di alcuni album legati a concetti, a messaggi, a denunce, che esistono in quanto insieme di canzoni, che in modo complementare riescono a coinvolgere, a regalare emozioni, ad aprire nuovi orizzonti.
L.B.: In che modo un’etichetta come Storie di Note Fr riesce a mantenere un equilibrio tra ricerca artistica e sostenibilità economica?
R.D.A.: In realtà non ci riesce, anche se può contare su un catalogo pregresso che può ancora dare qualche soddisfazione anche economica (quando per esempio una canzone viene utilizzata per una celebre serie). Queste entrate editoriali e in piccola parte digitali vengono utilizzate in grandissima parte per sostenere i progetti di diffusione della canzone italiana impegnata su tematiche sociali, in Francia e non solo, come la rappresentazione in Francia dell’opera Ultimo volo di Pippo Pollina, sulla strage di Ustica, con i testi della parte teatrale in francese, in cui è tutt‘altro che velata l’accusa di coinvolgimento dello Stato francese.
L.B.: Esiste ancora un pubblico consapevole, disposto a seguire progetti complessi nel lungo periodo?
R.D.A.: Non lo so con precisione; sicuramente qualcuna/o c’è, ma temo che l’impatto delle cosiddette nuove tecnologie, e soprattutto quello, dirompente e sempre più inquietante, dell’intelligenza artificiale, stiano rendendo questo sempre più difficile.
L.B.: Il ritorno del vinile è spesso raccontato come fenomeno nostalgico: nel vostro caso è anche una scelta estetica e narrativa? Quanto conta oggi il tempo dell’ascolto, in un contesto dominato da playlist e algoritmi?
R.D.A.: Temo che il tempo per l’ascolto sia drammaticamente annullato, o quasi, dal “bombardamento” continuo che la gente riceve dai supporti digitali, anche se mi sento di dire che, in un Paese estremamente tecnologico come il Giappone, sembra esserci una notevole ripresa di vendite dei CD.
L.B.: La canzone d’autore italiana ha attraversato diverse fasi storiche: oggi siamo in una fase di continuità o di discontinuità rispetto a quella tradizione? Qual è il rischio maggiore per la musica d’autore oggi: l’autoreferenzialità o la semplificazione?
R.D.A.: Secondo me più di discontinuità, magari anche con qualche aspetto interessante. Personalmente però ciò che percepisco attualmente come fenomeno generale non mi coinvolge molto.
L.B.: Il festival italiano che hai ideato a Parigi rappresenta un’operazione culturale oltre che musicale: quale visione c’è dietro questa scelta?
R.D.A.: Il festival è nato cinque anni fa, come conseguenza quasi obbligatoria di una serie di iniziative per la diffusione della canzone, della cultura e dell’impegno sociale in diverse scuole francesi. E il seguito è stato l’entusiasmante progetto pedagogico che lo accompagna.
L.B.: Che tipo di ricezione hai riscontrato nel pubblico francese rispetto alla canzone italiana?
R.D.A.: Mi sono reso conto di portare avanti una battaglia (incruenta) contro i mulini a vento... Perché, anche se senza dubbio esiste un pubblico francofono che adora la lingua italiana e si appassiona alle canzoni e ai loro contenuti (anche giovani studentesse e studenti di licei e scuole medie), i media (giornali, periodici, radio, testate web) sono totalmente indifferenti alla canzone italiana. A Parigi esistono tantissime scuole private di formazione per lo spettacolo (organizzazione e comunicazione) e formano le nuove leve del giornalismo musicale e dell’organizzazione di eventi solo in funzione della musica francofona e anglosassone. Posso dire per esperienza che a Parigi è praticamente impossibile trovare un ufficio stampa in grado di promuovere un concerto o un tour di artisti italiani, anche con un budget con cui in Italia si potrebbero pagare quattro uffici stampa di dignitosa qualità...
L.B.: Esportare la musica d’autore significa anche tradurla culturalmente: come si affronta questo passaggio senza snaturarla?
R.D.A.: Il lavoro pedagogico che viene fatto da cinque anni nel festival Canzoni&Parole con le scuole francesi dove si studia la lingua italiana, coinvolgendo artiste/i, insegnanti d’italiano e loro allieve/i, aiuta sicuramente in questo senso.
L.B.: E cosa ci si può aspettare dall’imminente festival, che si terrà a fine maggio? Sappiamo che tra gli ospiti delle serate dal 19 al 24 maggio ci saranno nomi importanti: Alessio Lega, Tazenda, Elena Ledda, Alberto Bertoli, Giulia Mei, Finaz, Angela Baraldi, Peppe Voltarelli, Paolo Capodacqua, per citarne solo alcuni...
R.D.A.: Sono un po’ preoccupato per il clima di preoccupazione e pessimismo che serpeggia anche in Francia. Negli anni scorsi si percepiva molto più entusiasmo all’avvicinarsi del festival; spero di essere smentito e che ci sia una grande partecipazione di pubblico e che chi parteciperà ripartirà, come ogni anno, con bellissimi ricordi e nuovi progetti in cantiere.
L.B.: Guardando ai prossimi anni, quali trasformazioni immagina per la produzione indipendente italiana?
R.D.A.: Non saprei, sia per la mia relativa assenza dal contesto (anche se, organizzando un festival di canzone italiana, ovviamente un po’ di contatto c’è), sia perché le cose in generale cambiano con travolgente rapidità. Ma credo che, ora come non mai, le canzoni possano avere un ruolo importantissimo per cercare di determinare un’opposizione all’indifferenza, all’egoismo, alla minaccia dei predatori… ma purtroppo in Italia sembra siano in pochi ad avere il coraggio di prendere posizioni in questo senso, con una grande collaborazione dei media. Per qualcuno è ancora possibile; ho la fortuna di poter ancora contribuire alla realizzazione di alcuni album legati a concetti, a messaggi, a denunce, che esistono in quanto insieme di canzoni che in modo complementare riescono a coinvolgere, a regalare emozioni, ad aprire nuovi orizzonti.
L.B.: Allora, bon courage per il prossimo Festival e per il vostro lavoro!
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FOTO COVER DI MANUEL GARIBALDI
FOTO DI DANILO SAMÀ