Gianluca Morozzi

interviste

Gianluca Morozzi Torna in libreria DESPERO il romanzo di Gianluca Morozzi. Occasione ghiotta per parlare con lui, non solo di libri

13/03/2026 di Valerio Corbetta

#Gianluca Morozzi

A venticinque anni di distanza da quello che fu l’esordio letterario di Gianluca Morozzi, torna oggi - 13 marzo - nelle librerie e negli store digitali il suo primo romanzo, “Despero”, pubblicato da Fernandel Editore e impreziosito da una nuova copertina e da una prefazione e appendice scritte dallo stesso autore. Fresco di rinnovo contrattuale con la vita (55enne da un paio di giorni), “il Moroz” ci racconta un po’ di sé, del suo rapporto con la scrittura, il suo mondo, i suoi personaggi: con (auto)ironia, uno sguardo al passato che rimbalza sui progetti futuri e l’attualità in bilico tra un esaltante passaggio ai quarti di Europa League con vista su Birmingham o Lilla, e una stagione da rientro alla normalità calcistica dopo la coccarda tricolore del maggio scorso.

Valerio Corbetta: Ben ritrovato, Gianluca. Partiamo da una domanda dettata dalla curiosità da lettore che ha divorato ogni riga da te pubblicata e attende trepidante ogni nuova uscita: da cosa è dettata la scelta di riproporre un romanzo a un quarto di secolo dalla sua pubblicazione?

Gianluca Morozzi: Con Giorgio Pozzi, editore di Fernandel, si era parlato di queste nozze d’argento e di fare qualcosa per celebrare il venticinquennale. Si era iniziato parlando di una specie di festa, ma poi si è passati alla cosa più ovvia, un po’ come si fa con i dischi che raggiungono un compleanno importante. Poi lui ha avuto l’idea di farmi scrivere una prefazione che raccontasse la genesi di Despero, io ho proposto anche di aggiungere un’appendice con le successive apparizioni di Kabra e della sua sgangherata band, e poi ho spinto molto perché Stefano Bonazzi raffigurasse nella nuova copertina Kabra e Sarah come nella copertina di Freewheelin’ di Bob Dylan, ripresa anche dai Diaframma in Anni Luce. Già che c’eravamo, abbiamo anche tolto due refusi e un anacronismo musicale che resistevano da 25 anni.

V.C.: I personaggi di “Despero” sono spesso tornati nei tuoi racconti successivi: pensando all’Orrido ad esempio, che mi pare il più strutturato, potrebbe vivere di vita propria in una sorta di spin-off?

G.M.: Vedi, è curioso, l’Orrido è talmente debordante che si appropria anche dei romanzi in cui in realtà non compare. In Despero infatti non c’è (eppure nella mia mente da 25 anni è lì a godersi i concerti di Kabra e soci, birra in mano e occhi delle ragazze attorno che convergono su di lui, ndr), esordisce nel 2002 su Luglio, agosto, settembre nero, anche se in verità era già comparso in un racconto uscito su Inchiostro. L’Orrido è sempre molto divertente da scrivere, in pratica i suoi dialoghi si autoscrivono. Lo abbiamo lasciato in una condizione insolita, innamorato dell’unica donna che non lo trova irresistibilmente affascinante, una teatrale killer professionista chiamata L’Eliminatore. Io lui me lo vedo sempre da comprimario, non ho mai pensato in verità a scrivere un romanzo solo su di lui.    

V.C.:La data dell’uscita del libro nel 2001 fu straordinariamente storica, purtroppo non per la scelta di Fernandel. Quel 12 settembre tutti parlavano ovviamente delle Torri Gemelle e dell’America sotto attacco. Mi travesto da Vergassola e ti chiedo: per il superamento dello shock ti aiutò più il pensiero-distrazione della pubblicazione del tuo primo romanzo o la rete di Cruz la domenica dopo al Parma? 

G.M.: Il 12 settembre ero andato a vedere il mio libro esposto alla Feltrinelli sotto le Due Torri, nella quale, mi aveva detto l’editore, c’erano in vendita ben 13 copie di Despero. E mentre passavo tra anziani bolognesi d’un tratto espertissimi di dinamiche di crollo dei grattacieli, io pensavo solo a vedere quella copertina bianca con Hopey di Love & Rockets alle prese col suo basso. E quando l’avevo visto nella saletta delle novità, beh, non ho figli, non so come sia vedere un figlio appena nato, ma secondo me è così. Infatti dopo di figli ne ho fatti altri 44, da quanto mi era piaciuto. Ma siccome anche Julio Cruz era un po’ figlio mio, per quanto lo avevo difeso, coccolato, protetto dagli insulti dei compagni di curva nel suo primo anno e mezzo bolognese un po’ complicato, vederlo segnare nel giorno in cui Pagliuca aveva la fascia da capitano a stelle e strisce ha completato il superamento dello shock.

V.C.: Proviamo a immaginare che il tuo primo romanzo sia stato il, nel titolo, wertmulleriano “Dieci cose che ho fatto ma non posso credere di aver fatto, però le ho fatte”, e che “Despero” lo scrivessi oggi. Con l’esperienza di una quarantina abbondante di romanzi alle spalle e oltre 300 racconti, in cosa sarebbe diverso?

G.M.: Sarebbe molto peggiore. Quel che funziona in Despero è l’inconsapevolezza e l’ignoranza: non sapevo come si scrivesse un romanzo, ho scopiazzato gli “avanti veloce” di Tondelli in un racconto di Altri libertini (Viaggio), ho pescato da De Carlo e dalle varie formazioni dei Diaframma, ho preso tutti gli amori disperati e incrollabili del mondo, da L’amore ai tempi del colera a Un amore di Buzzati, e non sono stato a pensare alle cose a cui penserei adesso, “Ma come faccio a raccontare un festival rock internazionale se al massimo ho suonato al festival delle band emergenti di Rastignano?”. L’ho fatto, e basta. Come nel punk. Adesso sarebbe un romanzo molto più levigato e misurato. E non funzionerebbe così bene. Questo è un romanzo che andava scritto male. In senso buono.    

V.C.: La tua produzione è piuttosto ampia, oltre che variegata: com’è mutato, se lo è, anche solo nel tempo che dedichi alla stesura e rielaborazione, il tuo modo di scrivere in questi 25 anni?

G.M.: In realtà il metodo è sempre lo stesso da Despero fino al romanzo che ho consegnato lunedì scorso: io ho in mente solo l’inizio e la fine, e quindi comincio a lavorare per unire il punto A e il punto Z. Scrivo dall’inizio alla fine senza rileggere niente, poi faccio un secondo giro in cui sistemo quella schifezza della prima versione, un terzo in cui controllo i refusi e le incongruenze, e poi lo mando al mio agente e non ne voglio più sapere fino al momento dell’editing.

V.C.: Qual è l’aspetto che più ti piace dell’essere scrittore?

G.M.: Scrivere. Ricevere i complimenti delle belle lettrici dei miei romanzi. Ricevere a casa lo scatolone con le prime copie del romanzo nuovo. Andare in giro a presentarlo, quasi sempre. Scolarmi una bottiglia di vino con la scusa di dover trovare un’idea in maniera bukowskiana. E quel momento in cui mi sveglio alle quattro del mattino (succede sempre alle quattro del mattino) con un “Eureka!” in testa perché ho trovato la soluzione a un dilemma narrativo.

V.C.: Cosa invece eviteresti se fosse possibile eliminare qualcosa?

G.M.: I refusi maledetti. Ci sono dei romanzi (Cicatrici, Che fine ha fatto la Neve?, per esempio) che vorrei tanto poter ristampare per sanare un paio di errori dolorosi… 

V.C.: Ti muovi tra diversi generi, sempre col filo conduttore di una grande fantasia e una discreta dose autobiografica: noir, supereroi più o meno (in)credibili, gialli, racconti di vita legati alle tue passioni calcistiche e musicali, sceneggiature di fumetti. Da dove nascono gli spunti per le storie che metti poi sulla carta?

G.M.: Per tre volte sono stato benedetto da quella che si chiama l’ispirazione: l’idea di Despero, arrivata dal nulla mentre passeggiavo sul ponte della stazione, Radiomorte, arrivato con sinossi e titolo da qualche parte fino alla mia testa mentre camminavo in via delle Belle Arti, Colui che gli dei vogliono distruggere, venuto al mondo nel bagno della curva nell’intervallo di un gelido Bologna-Cagliari. Per il resto…osservazioni della realtà, rielaborazioni, discorsi in osteria (parecchie volte). Una sera, era appena morto Michael Jackson, e ci eravamo chiesti, io e un amico “ma ora il suo sosia lavorerà di più o di meno?”. Ed è nato Anche il fuoco ha paura di me. 

V.C.: Ci racconti della trasposizione cinematografica di “Black Out”? Ricordo che a Torino 2009 (la sera delle tre buste con “Drive All Night”, per capirci) mi parlasti di una produzione messicana o qualcosa di simile, ma poi l’ho recuperato solo in formato DVD in lingua tedesca…

G.M.: Messicano era il regista, Rigoberto Castaneda. Il film è made in USA, in Italia non è mai uscito (curioso, vero?). Comunque c’erano nel cast il futuro Ditocorto di Game of Thrones nonché Armie Hammer di Chiamami col tuo nome. Ora teoricamente dovrebbe uscirne una versione italiana, o quantomeno un contratto perché ciò accada l’ho firmato, ma il mondo del cinema è ancora più strano di quello dei libri, quindi aspettiamo fiduciosi. 

V.C.: Proposte per progetti simili legati ad altri tuoi romanzi ne hai avute?

G.M.: Sì, come no. Per L’era del porco, ad esempio, da Marco Martani e Fausto Brizzi, prima del successo di Notte prima degli esami. Per L’abisso, almeno due volte. E Radiomorte al momento è opzionato… Boh, vediamo!   

V.C.: Chiudiamo con la tua passione numero uno: credo di non sbagliare se penso che non sia la scrittura, né i fumetti, e neppure Bruce Springsteen o suonare e cantare. Ma il Bologna Football Club. Zio Savoldi aveva avuto il meglio: tu per ora, partendo da Marronaro e passando dalla collinetta di Leffe, sei arrivato a goderti una Coppa Italia. Per un altro titolo, magari di spessore ancor maggiore ma non dico altro visto cosa ti aspetta la prossima settimana all’Olimpico, cosa saresti disposto a sacrificare?

G.M.: Una settimana, no, anzi, un mese di vita. Sì, sì: passo nella grande curva Bulgarelli del cielo un mese prima, ma potendo ripassare mentalmente non solo il capitano De Silvestri che alza la nostra terza coppa Italia nel cielo di Roma, ma anche…beh, vediamo che succede!

FOTO COPERTINA DONATA CUCCHI

FOTO GALLERIA ALBERTO PETRELLI



Gianluca Morozzi è nato a Bologna nel 1971. Ha esordito nel 2001 con Despero (Fernandel), al quale hanno fatto seguito 46 romanzi e più di trecento racconti. Tra le sue uscite: Blackout, (dal quale è stato tratto il film omonimo), L’era del porco, Cicatrici (finalista al premio Scerbanenco), Lo specchio nero, tutti editi da Guanda, Gli annientatori, Dracula ed io (TEA) Il libraio innamorato (Fernandel), Che fine ha fatto la Neve? (TEA), A Bologna con Andrea Pazienza (Perrone), Nel dubbio, scrivi (Mondadori).

Instagram | Facebook

RED&BLUE MUSIC RELATIONS

www.redblue.it - info@redblue.it

Facebook: RedBlueMusic

Instagram: redblue_musicrelations

X : RedBlue_Music

Tik Tok: @redblue_musicrelations