Andrea Del Favero

interviste

Andrea Del Favero Dal Friuli al mondo: Folkest nelle parole di Andrea Del Favero

10/07/2025 di Laura Bianchi

#Andrea Del Favero#World#World

Da oltre quattro decenni, Folkest è molto più di un semplice festival musicale: è un crocevia di culture, suoni e storie che ogni estate attraversa il Friuli Venezia Giulia, portando artisti da tutto il mondo in borghi, piazze e teatri del territorio. Alla guida di questo viaggio c’è Andrea del Favero, musicista, ricercatore e direttore artistico, che ha trasformato un’intuizione nata negli anni Settanta in uno degli appuntamenti più longevi e riconosciuti della world music in Italia e in Europa. Per la serie "Le persone dietro e dentro la musica", con lui abbiamo ripercorso la storia di Folkest, esplorato l’identità del festival e riflettuto sulle sue prospettive future, tra radici locali e orizzonti globali. Un’occasione per capire come la musica possa ancora essere uno strumento di dialogo, scoperta e condivisione.

Mescalina: Come e quando è nato Folkest? Cosa vi ha spinti a creare un festival dedicato alla musica folk e world music in Friuli Venezia Giulia?

Andrea Del Favero: Folkest è nato nella temperie culturale del dopo terremoto del Friuli, avvenuto nel 1976. Avevamo dato vita a un collettivo poltico-culturale come andava di moda ai quei tempi, fondando poi una delle prime emittenti radiofoniche in regione e progettando questo festival. C’era voglia di confronto, di conoscere quanto accadeva in Europa, soprattutto nelle aree dove erano presenti minoranze etnico-linguistiche, che in realtà vuol dire oltre un terzo del territorio del Vecchio Continente. La prima edizione fu nel 1979, allora si parlava di folk, la definizione di world music sarebbe nata molto tempo dopo ed è un neologismo creato dall’industria del disco, che aveva sempre bisogno di precise catalogazioni, semplificazioni, mercificazioni.


M.: Negli anni, Folkest è diventato un punto di riferimento. Ti aspettavi questa crescita all'inizio?

Andrea Del Favero: Avevamo la coscienza di operare con grande coerenza e con un occhio di riguardo all’approfondimento delle tematiche. Avevamo una rivista, il Folkgiornale, della quale facevano parte etnomusicologi, musicisti, giornalisti: ne facevano parte, tra gli altri, Silvio Orlandi, Placida Staro, Riccardo Tesi, Pietro Sabatini, Pietro Bianchi, Giancarlo Nostrini, Valter Colle, Mauro Quai, Paolo Nuti, Glauco Toniutti, quando organizzavamo una riunione a Milano c’era Michele Straniero che ci raggiungeva per dire la sua… c’era un dibattito continuo sulla linea da tenere e sulle problematiche culturali. Quel lavoro collettivo è stato molto importante, si è riverberato nel tempo. Sicuramente non ci ponevamo il problema di quanto dovesse crescere di dimensioni il festival, l’importante era realizzarlo, lasciare una traccia. Con il tempo la traccia è diventata importante, sicuramente più di quanto di immaginassimo.

M.: Quanto ha contato la specificità culturale del Friuli nella scelta di promuovere un festival del genere?

A.D.F.: Viviamo in una regione multi-etnica fin dai tempi dell’Aquileia romana, qui da noi si parlano friulano, italiano, veneto, sloveno, tedesco, la maggior parte della popolazione è bilingue. Sicuramente molto, sì… soprattutto nella volontà di confronto con altre realtà simili in Europa (e con l’andar del tempo nel mondo).

M.: Come definiresti oggi l’identità di Folkest? È ancora “folk” come lo era alle origini?

A.D.F.: Nello spirito certamente, nella volontà di studio e di approfondimento delle tematiche anche. Nel frattempo il mondo è cambiato, s’è modificato l’approccio di chi propone queste musiche e il pubblico stesso. Tuttavia, pur usandolo per comodità di comunicazione sui media, non amiamo per nulla il termine world music.

M.: Folkest ha sempre ospitato artisti da ogni parte del mondo. Che ruolo ha il dialogo interculturale nella vostra visione artistica?

A.D.F.: In Friuli viviamo da sempre su una cerniera interculturale, al confine di mondi diversi, quello slavo, quello tedesco e quello latino. Spesso, scherzando ma non troppo, ci piace affermare che non viviamo sul confine, ma noi stessi “siamo” quel confine.

M.: Come scegliete gli artisti da invitare? C’è una linea guida, un equilibrio tra tradizione e innovazione?

A.D.F.: Sì, cerchiamo da un lato di proporre artisti e gruppi strettamente connessi alla tradizione o essi stessi portatori diretti di una tradizione, dall’altro ci interessano molto le nuove proposte, le elaborazioni, le contaminazioni. Io personalmente concordo con il mio amico John McSherry, uno dei più grandi piper di quella terra, quando afferma che i Led Zeppelin sono il più grande gruppo di folk-rock della storia.

M. Che tipo di pubblico segue Folkest oggi? Avete notato cambiamenti nelle generazioni o nei gusti?

A.D.F.: Il nostro pubblico è invecchiato, i primi nostri fan sono diventati genitori e poi nonni. I figli hanno continuato per lo più a seguire Folkest. I nipoti, con l’ondata di musica insignificante degli ultimi vent’anni, fanno un po’ più di fatica a capirci. Ma il problema è di attenzione e di “cattura” dello spettatore più giovane. Conoscono solo le quattro cose con le quali vengono bombardati, manca loro un po’ di curiosità intellettuale, ma se riusciamo a portarli ai nostri concerti, vediamo poi delle facce stupite…

M.: Come reagiscono le realtà del territorio a un festival così poliedrico?

A.D.F.: In Friuli Folkest è una realtà consolidata, i rapporti con le realtà locali durano da così tanto tempo che non ci si pone neanche il problema. Certo, ogni anno, qualcuno resta, qualcuno va, qualcuno si aggiunge. In fin dei conti Folkest è così poliedrico perché è nato e si è sviluppato in un territorio poliedrico.

M.: Quali sono le sfide principali per un festival come Folkest oggi, tra nuove tecnologie e i radicali cambiamenti nel modo di fruire la musica?

A.D.F.: Sul settore video siamo stati tra i primi a muoverci. Fin dagli anni Novanta abbiamo una televisione ufficiale del festival, che è TV Koper/Capodistria che permette di rivedere in streaming oltre trent’anni di splendide riprese, spesso integrali dei nostri concerti. Da due anni, grazie al progetto europeo UpBeat, del quale siamo tra i fondatori, registriamo integralmente, pubblicandoli sul nostro canale di YouTube, tutti gli showcase che di anno in anno proponiamo al nostro pubblico e agli operatori e ai delegati nazionale e internazionali invitati.

M.: Avete in mente nuovi progetti, collaborazioni o direzioni artistiche per le prossime edizioni?

A.D.F.: Proseguiremo sull’idea iniziata quest’anno, dei focus su singole identità culturali. Quest’anno abbiamo avuto la Catalogna, negli anni a venire indagheremo altre realtà. Ma son sicuro che nei prossimi due/tre mesi uscirà qualcosa di nuovo.

M.: Come immagini Folkest tra dieci anni? Cosa ti piacerebbe che rimanesse intatto e cosa invece vorresti che evolvesse?

A.D.F.: Davvero difficile, la velocità dei cambiamenti è così forte che dieci anni sono forse un lasso di tempo eccessivo per lanciarsi in profezie. Mi piacerebbe rimanesse intatto il senso di stupore, la gioia di proporre novità, di sorprendere il pubblico.

M.: Hai dedicato gran parte della tua vita a questo festival. C’è un momento, un concerto, un aneddoto che porti nel cuore?

A.D.F.: Uno è legato al mio lavoro come musicista: la produzione speciale “Friulian Celtic Connection” insieme con The Chieftains e il galiziano Carlos Nuñez, che poi è diventato un disco del gruppo La sedon salvadie, nel quale milito fin dalla sua nascita. Il primo concerto di una grande star internazionale, Miriam Makeba, nel 1991. Una grandissima persona e un concerto che rappresentò l’inizio di un’amicizia con il suo manager, che era, caso raro per quei tempi, un italiano, Roberto Meglioli. Joan Baez, che da noi ha suonato cinque volte, l’ultima delle quali nella tournée d’addio alle scene: non ci sono parole per spiegare quanta bellezza dispensi intorno a sé questa donna fuori dal normale.

M.: Cosa ti ha insegnato in questi anni il lavoro con artisti di culture così diverse?

A.D.F.: A tenere sempre le orecchie tese, ad ascoltare gli altri, a non pensare che l’Italia e l’Europa siano al centro del mondo, a provare sempre a cambiare prospettiva, a guardare dietro le quinte, a modificare i settaggi delle luci, a usare normalmente i mezzi toni e alzare la voce quando c’è puzza d’ingiustizia A curare i particolari, a non lasciare nulla al caso, a pretendere (prima di tutto da me stesso) il massimo, anche se la perfezione non esiste.

M.: C’è un consiglio che daresti a chi vuole oggi organizzare un festival “di frontiera” come Folkest?

A.D.F.: Svegliarsi con un sogno e, dopo quarantasette edizioni, non smettere di sognare. Invitare gli spettatori ad accomodarsi e ascoltare l’invito di uno dei più grandi amici di Folkest, Allan Taylor: Sit back and enjoy the journey!


NELLA FOTO: ANDREA DEL FAVERO CON ELISABETTA MALANTRUCCO DI RADIO RAI TECHETÈ