interviste
Park Chan Wook Un incontro con un genio: Park Chan Wook e il suo cinema
Il Desiderio e la Legge è il tema di questa ventisettesima edizione de La Milanesiana, una rassegna itinerante che apre con l’appuntamento più prestigioso e internazionale: una tre giorni con il maestro coreano Park Chan-wook fresco reduce dal ruolo di Presidente della Giuria al Festival di Cannes.
Come ci ricorda Marco Muller durante l’introduzione alla conferenza stampa di lunedì pomeriggio, “Park Chan-wook è un artista fondamentale per questi tempi e per il futuro di quella cosa che ci ostiniamo ad amare ed a chiamare Cinema. Anche il recente verdetto di Cannes assomiglia tanto a questo cineasta che non ha mai avuto paura di nulla e non si è mai vergognato di nulla”.
La curatrice de La Milanesiana Elisabetta Sgarbi ricorda come proprio un libro del recente vincitore di Cannes Cristian Mungiu sia stato edito da La Nave di Teseo.
Park Chan-wook ricorda con piacere il periodo in cui, più di dieci anni fa e con la produzione di Luca Guadagnino, visse a Milano per girare una serie di corti per una casa di moda e racconta di come gli piacerebbe venire a Milano con il proprio progetto fotografico che presenterà a breve in Francia (e che Elisabetta Sgarbi sembra prenotare con grande interesse seduta stante).
Ci parli di colonne sonore e delle loro origini nei suoi film.
È sempre diverso. Per DECISION TO LEAVE sono partito da canzoni e musiche della Corea danni 70 perché mentre lo scrivevo vivevo a Londra ed avevo molta nostalgia di casa; mentre scrivevo LADY VENDETTA ascoltavo invece tantissima musica barocca e soprattutto Vivaldi il cui ascolto ha ispirato molto di quel lavoro; per NO OTHER CHOICE ho pensato sin dall’inizio alla musica di Mozart e già nel primo script avevo segnato il Piano Concerto No. 23 in La Maggiore che mi interessava nei punti esatti della sceneggiatura: la famiglia perfetta che si incrina; la famiglia felice che diventa triste: era già tutto nelle note mozartiane.
Tra impulso e controllo, come tra il Desiderio e la Legge, tema de La Milanesiana: come si pone la Trilogia della vendetta tra lo spazio corpo/immagine e la tensione del girato?
Il lavoro di mesi prima di girare un film (con il direttore della fotografia e gli altri collaboratori) serve a chiarire il senso della parola scritta rispetto all’immagine che si creerà. Girare un film non è un lavoro che ha a che fare solo con la logica. In preproduzione la discussione produce molteplici risultati; leggendo assieme la sceneggiatura mi vengono poste delle domande a cui non sapevo di avere una risposta ma che nello scambio dialettico poi viene espressa e diventa idea su cui lavorare (colori, movimenti di camera, posizioni). Questo avviene perché a quel punto io ho già completamente mia l’anima del film anche se non pensavo di saperne tutti quei particolari. Non fosse così non riuscirei a decidere tutto con il giusto equilibrio.
Il prossimo film sarà, per la prima volta, ambientato nel passato e sarà un western. È una scelta per bypassare le difficoltà produttive che ha avuto per girare NO OTHER CHOICE in USA?
In realtà già LA TAMBURINA, la miniserie per la BBC girata nel 2018, era ambientata nel passato (anni 70) e parlava della situazione israelo/palestinese. L’ironia sul capitalismo e la critica sul capitalismo mi hanno reso difficile raccogliere, per NO OTHER CHOICE, i finanziamenti necessari. Anche se il mondo del cinema americano è liberal alla fine ho impiegato 15 anni per realizzare quel film e per realizzarlo sono comunque dovuto tornare in Corea e lavorare con un budget più basso.
Il prossimo progetto sarà un western e questo vorrà dire, inevitabilmente, parlare dell’origine degli USA: della loro storia; la storia di un paese costruito sin dalle origini sulla violenza. Volendo parlare di questo non potrò che seguire le orme di Sergio Leone. Ma “seguire” non potrà voler dire “andare oltre”. Per questo motivo non prenderò il suo stile ma vorrei prendere il suo spirito.
Perché ha continuato a fare cinema nonostante i primi fallimenti?
Quando ero giovane in Corea c’erano problemi sociali e politici. C’era la rabbia che ci spinge ad andare avanti quando si è giovani. La rabbia c’era negli anni 80 quando ero all’università; la rabbia contro la dittatura militare; con la Corea a ricorrere uno sviluppo capitalistico ed economico rapido e frenetico che ha portato ad un divario economico sempre più ampio tra ricchi e poveri a cui si è aggiunta una mancanza di cultura politico/sociale. Però anche io invecchio e come è naturale la rabbia un po’ diminuisce e si trasforma, nel mio lavoro, nella preoccupazione per chiunque viva nella società. Per questo quando io faccio un film penso inizialmente a tre cose: la società, un personaggio e un genere con cui sviluppare la storia.
Il cinema può fare qualcosa per cambiare il corso della storia?
È una questione difficile ma importante. Così importante che non riesco a rispondere. La domanda se il cinema o l’arte possano cambiare la società mi fa sentire molto impotente. Penso che se un’opera d’arte o un film riesce a cambiare qualcuno in qualche modo questa persona era già predisposta al cambiamento. Ma penso anche che ogniuno di noi deve vivere al meglio che può: NO OTHER CHOICE. Ogni opera d’arte deve perciò far vedere chiaramente ciò che pensiamo della politica, della economia o della società cercando di non diventare mera propaganda.
Come si pone il suo cinema tra desiderio creativo e vincoli materiali?
Quando ho iniziato a fare il regista c’era la dittatura, avevo pochi soldi e il mercato era pieno di film violenti e veloci prodotti ad Hong Kong. Mi veniva chiesto di girare così; non avevo poteri sulla scelta degli attori. Mi sono perciò sempre ispirato ai miei colleghi che riuscivano comunque a fare bei film nonostante le mille difficoltà produttive. Il riuscire a superare questo limite è sempre stata la mia ispirazione: fare in modo che anche se non ho il budget che desideravo la mia creatività possa essere alta!
Che ricordi ha del suo Horror THREE…EXTREMES?
Il produttore mi disse: puoi dire quello che vuoi! Questo mi lasciò libero di divertirmi pensando molto a un maestro come Dario Argento.
Ironia/grottesco/macabro. Come mai sceglie questo linguaggio? Forse per rendere meno violente e più accettabili alcune parti delle sue storie?
Quando produco un film ho dei principi che voglio seguire sino in fondo. La parola humor non è abbastanza. Io uso più parole: ironia, paradosso, assurdità (nel senso kafkiano del temine). La combinazione tra humor e violenza estrema diventa il mio grottesco estremo: una strana sensazione che è quello che esattamente voglio esprimere. Lo scopo di questo grottesco non è mai attenuare o “purificare” il livello di violenza: ironia e paradosso non devono diminuire la forza della violenza ma aumentarla a dismisura!
In NO OTHER CHOICE in qualche modo la carta è la protagonista: con la carta scriviamo le nostre memorie, ma la carta è anche la materia cui stampiamo i soldi.
Si parla di questo nello script: non l’ho scelto io. In questi anni ho pensato che forse avrei potuto cambiare la produzione della fabbrica ma poi sono sempre tornato all’idea iniziale e ad avere la carta come oggetto della produzione. La carta è sempre vicina a noi anche se oggi la carta sta perdendo il suo potere. Non scriviamo più lettere ma messaggi e @mail e anche i soldi non li portiamo più con noi. Ma la carta viene trattata malissimo, facilmente si strappa o la strappiamo, la buttiamo ovunque, e gli operai ricevono in qualche modo lo stesso trattamento che riceve oggi la carta.
Finisce con questa risposta una conferenza stampa che conferma la potenza del pensiero cinematografico di Park Chan-wook. Una potenza che alla equazione Paradosso/Violenza/Ironia sembra aggiungere sempre un pensiero politico/sociale che faccia da detonatore ed evidenzi la forza del suo cinema coraggioso e senza paura.
Ufficio stampa: Parole e Dintorni.