interviste
Francesco Baccini Personaggi che han trovato un autore
Valeria Di Tano: Buongiorno, Francesco e ben ritrovato, dopo 15 anni dall'ultimo album solista. Sono passati ben 34 anni invece dall'album Nomi e cognomi che annoverava tra i suoi protagonisti nomi d'eccellenza come Antonello Venditti, Adriano Celentano, Giulio Andreotti, solo per dirne alcuni. Erano vere e proprie icone, simboli di un'intera epoca, considerati inamovibili. In quel caso, il tuo obiettivo provocatore era evidente. Nel nuovo disco il tono è molto diverso, pur mantenendo lo stesso acume ironico e lo stesso gusto per i dettagli. Che cosa è cambiato maggiormente in tutti questi anni: tu, il mondo o il modo di fare provocazione?
Francesco Baccini: Beh, probabilmente tutte queste cose insieme. Io e il mondo di certo, compresi i suoi simboli. Quel disco nasceva dal bisogno di distruggere certi miti, farli scendere violentemente dal loro piedistallo e scuoterli con una vena di ironia polemica. Oggi il mondo è ormai in macerie e c'è bisogno piuttosto di ricostruire. Trent'anni fa io ho fatto quel che oggi chiamano dissing: oggi avrei potuto fare la stessa cosa, scegliendo a piene mani dal mucchio, ma sarei stato banale e conformista. Ho preferito giocare con i miei personaggi e, ad esempio, per parlare di politica, inventare di sana pianta l'onorevole Gino Piripozzi che ho costruito mettendo insieme tutto il peggio di governanti e politicanti e poi chi vuole capire, capisce. E in questo modo ho evitato di dare ulterioriore visibilità a chi non se la merita: le canzoni restano e preferisco pensare che tra anni, quando non ci saremo più, continuino a parlare di persone di cui vale la pena ricordarsi, come Don Gallo, Tiziano Terzani, Francesco Nuti. Per me oggi la cosa più provocatoria è fare un lavoro del genere, cioè di ricostruzione e di memoria.
V.D.T.: E, visto che siamo in argomento, la musica in che condizioni è?
F.B.: Io nel mondo musicale vedo più che altro macerie, difficile salvare qualcosa di questo sistema. Ho la fortuna di avere le orecchie selettive, che quando sentono qualcosa che non mi piace lo fanno semplicemente scivolare fuori. Sento solo un ronzio, musica da ascensore, quella che sei lì nell'ascensore, aspetti di fare cinque piani e senti un sottofondo. Sono tutti uguali, non devono raccontare qualcosa. E come fa a piacermi una cosa omologata? Non sarei un artista se mi accontentassi di chiamare musica le note in filodiffusione, no? Per trovare musica che mi sorprenda la devo andare a cercare, come l'ago nel pagliaio, e la trovo praticamente solo all'estero. Poi in Italia ci sarà anche qualcuno che è bravo, ma non ha spazio. E la colpa, principalmente, è dei giornalisti. Perché se oggi ci fosse, e ci sarà da qualche parte, qualcuno che vuole proporre qualcosa di diverso, non ha nessuno spazio, non esiste una controcultura, esiste soltanto il mainstream. E quindi chi vuole trovare spazio può solo adeguarsi al mainstream ma a questo punto artisticamente, e anche personalmente, ha già perso. È successo anche a me all'inizio, quando mi dicevano: «L'ironia non vende, le tue canzoni sono troppo strane, non si può cambiare tre tempi in una canzone», eccetera. Mi sono trovato davanti all'alternativa di accettare i compromessi della casa discografica o niente. E devo ringraziare Vincenzo Mollica (cui è dedicato il libro), perché se non interveniva Mollica, che non è un discografico, io il mio primo disco non l'avrei mai fatto così. Invece Cartoons è uscito come volevo. E va detto che io dormivo in macchina e non avevo nemmeno i soldi per comprare una pizza, sono uno dei pochi che veramente viene da una famiglia povera ed è riuscito a comporre canzoni e a viverci. La maggior parte dei cantautori invece vengono da famiglie alto-borghesi che hanno, come dire, la possibilità di riciclarsi in qualsiasi modo.
V.D.T.: Nel libro tu usi ogni canzone, ogni personaggio per raccontare anche un pezzo di te. Parlare di te attraverso gli altri ti serve per essere più sincero o un po' per mentire più facilmente?
F,B.: No, no. Io sono molto più sincero quando scrivo una canzone che nella vita di tutti i giorni, eh. Che lì non posso fregare. È perché ci vuole onestà, di base, per fare arte, una specie di etica artistica nella quale investi tutto te stesso. Anche se poi oggi fa ridere, se a un ragazzo parli di onestà, rispetto, coerenza.
V.D.T.: In effetti, mentre canti i tuoi personaggi, mentre riveli qualcosa di te e del motivo per cui li hai scelti come ispirazione, parli anche del mondo che ti circonda. E sei, come tuo solito, piuttosto ironicamente critico, sia in musica, sia dalle pagine del libro.
F.B.: Per quanto riguarda le nuove generazioni, il vero problema sono i genitori di questi ragazzi. Sono loro che hanno cresciuto una generazione di rimbambiti perché sono stati totalmente assenti e quando ci sono stati, erano più piccoli dei loro figli. Con mio figlio io ho messo subito in chiaro tutto: si ride, si scherza, ma ci sono dei confini. Ho cercato di essere solido e coerente, di essere un esempio e in questo devo ringraziare anche sua madre che non mi ha mai ostacolato. Ma adesso che lui ha 27 anni possiamo essere amici, non quando ne aveva 8: quello era il momento di fare il padre. Servono punti di riferimento seri, perché poi la società ti circonda di cattivi maestri e a quel punto tutto può solo peggiorare. Se ci pensi, ora siamo al punto del crollo dell'Impero romano, quando il lassismo e l'inedia prendono il sopravvento: i romani non facevano altro che assistere agli spettacoli nelle arene, grattarsi la pancia, convinti di non avere più niente da conquistare o da imparare e sono finiti a fare imperatore un cavallo. Quella è la fine. E noi non siamo poi così lontano da questo precipizio: è la fine del mondo occidentale come lo conosciamo, del Vecchio Continente che ormai è solo vecchio e passato. Il futuro è dei paesi che abbiamo sempre considerato "terzo mondo": Cina, India... a noi mancano le risorse. Abbiamo la storia e l'arte ma ci siamo persi lo sguardo al futuro.
V.D.T.: Torniamo all'album. Così come in Nomi e cognomi del 1992, anche in questo nuovo lavoro hai scelto di raccontare personaggi reali accanto a personaggi immaginari e tratti entrambi con la stessa attenzione e dignità. Questo dice molto della tua capacità narrativa e del tuo desiderio di usare la fantasia. Quanto ti sei divertito e ti sei sentito a tuo agio anche con loro?
F.B.: Moltissimo. Senza immaginazione non saprei scrivere. Mi piace inventare, costruire mondi che non esistono e che metto in scena io attraverso le mie canzoni. Mi piacciono le cose surreali. Io sono costantemente alle prese con l'entusiasmo per il nuovo, per la creazione. Sono pieno di creatività, ma devo lasciarla fluire, non posso tenermela sotto controllo, altrimenti rovino tutto. L'arte in ogni forma, ma anche lo sport, da questo punto di vista, sono l'opposto del consumismo: hanno bisogno di tempo e di spazio, mentre la necessità di produrre a ritmo serrato nuovi campioni, nuovi capolavori, è distruttiva.
V.D.T.: Leggendo il tuo libro, in particolare, appare evidente che tu prendi la musica molto sul serio, persino quella che non ti piace. È la sola cosa che prendi davvero sul serio?
F.B.: Come diceva Paolo Conte: «Si scherza da professionisti» e io con la musica gioco e scherzo ma sono sempre serio: ho studiato nove anni di pianoforte da bambino e mi davano le bacchettate sulle dita, quindi ho imparato presto che era un gioco, ma era anche una cosa serissima. Ho lo stesso rispetto e lo stesso slancio per tutte le forme artistiche in realtà: negli anni in cui non ho fatto dischi ho recitato. Adesso sto girando un film western, ad esempio, in cui faccio la parte del cattivo. Ho scoperto di avere una certa somiglianza con Joker: ho le stesse espressioni di Joaquin Phoenix, potremmo interpretare due fratelli. Comunque nel 2010 ho vinto un premio come miglior attore rivelazione del corto Nero fuori di Davide Bini al I've Seen Films International Film Festival. Mi ha premiato Rutger Hauer ed era la seconda volta che recitavo nella vita. Da piccolo disegnavo anche benissimo ma mia madre mi ha convinto a fare il liceo scientifico e non ho più disegnato, ma chissà. Insomma, sono attratto da tutto ciò che è arte, altrimenti mi annoio.
V.D.T.: Nel 1992 tra gli altri nomi e cognomi c'era anche il tuo e in quella canzone tu ti raccontavi come un amante molto sensuale. Se dovessi scrivere ora una canzone con il tuo nome di che cosa parlerebbe?
F.B.: Sono molto cambiato e cresciuto. Credo mi racconterei semplicemente come musicista, come artista.
V.D.T.: E chi potrebbe scrivere una canzone dedicata a te?
Francesco: Non mi viene in mente nessuno. Dovrò comporla io.
V.D.T.: Il libro Nomi e cognomi edito da Baldini e Castoldi si apre con una bellissima prefazione di Massimiliano Parente. Come vi siete conosciuti?
F.B.: Massimiliano Parente mi ha chiamato un po' di tempo fa per propormi un lavoro tratto da un suo libro, una serie, nella quale io avrei dovuto essere il protagonista. E mi diceva che lui si era innamorato di me quando andava al Maurizio Costanzo Show. Da allora ci siamo sentiti parecchie volte e si è creata una bella sintonia, perciò quando ho scritto il mio libro è stato quasi naturale chiedergli di occuparsi della prefazione. Ha risposto subito di sì e così è stato.
V.D.T.: Tornare dopo oltre trent'anni a Nomi e cognomi dice qualcosa di come vivi e ricordi il passato e del tuo modo di affrontare il futuro?
F.B. : Non soffro di nostalgia né di malinconia rispetto al passato, mi sento anzi molto aperto al futuro. E ho il vantaggio che sono soddisfatto della mia vita, di quello che faccio e di come lo faccio. Scrivo canzoni e mi danno dei soldi: mi sembra ancora incredibile! In più la mia grande soddisfazione è di essere riuscito a fare tutto senza particolari aiuti, anzi. Però devo dire che ho un segreto: quando mi sono messo in testa di volere qualcosa, come per magia ci sono arrivato.
V.D.T.: Beh, forse non è magia, ma determinazione.
F.B.: Ma secondo me è anche proprio una questione di energie. Ti faccio un esempio. Un giorno dico: «Mi piacerebbe visitare la Cina». Dopo una settimana mi scrive un autore cinese che stava scrivendo un libro su De André e mi chiede se sono disponibile a una intervista. Ci incontriamo e diventiamo amici: lui mi presenta Cui Jian, la più grande rock star cinese, come dire Bob Dylan. È stato il primo a scrivere una canzone rock in Cina, l'autore di Nothing to My Name, canzone simbolo delle proteste di piazza Tiananmen del 1989. In Cina è una divinità. Abbiamo cantato insieme al Premio Tenco a Sanremo. Il nostro video è finito su YouTube cinese e io mi sono ritrovato a fare un tour in Cina: Pechino, Shanghai, Shenzhen, Guangzhou, Hong Kong, con la gente fuori dei teatri perché ero l'italiano che cantava con Cui Jian. E tutto questo è successo perché un giorno mi sono detto che avrei voluto visitare la Cina. E così è andata quando ho pensato: «Mi piacerebbe fare il cinema»: un attimo dopo mi hanno proposto di fare un film.
V.D.T.: Attenzione ai prossimi desideri...
Francesco: Esatto. Ormai ho le prove che quando mi metto in testa una cosa, in un modo o nell'altro, senza che io mi muova, quel che voglio mi viene a cercare. Devo pensare bene al prossimo. Ci starò attento!
Link articolo sulla presentazione di disco e libro: Francesco Baccini e il gusto di chiamare le cose per nome
Prime date del tour di Francesco Baccini:
- 25 novembre 2026: Bologna — Bravo Caffè
- 26 novembre 2026: Ascoli Piceno — Teatro Filarmonici
- 18 dicembre 2026: Torino — Q77
- 30 gennaio 2027: Enna — Teatro Comunale
- 31 gennaio 2027: Brolo (ME) — Palacultura
LINK FRANCESCO BACCINI:
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https://www.youtube.com/@FrancescoBacciniOfficial
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Ufficio stampa/promozione radio-tv: Valentina Milano