Nabil Bey Salameh

interviste

Nabil Bey Salameh La bellezza può ancora cambiare il mondo: la ricerca di bellezza e giustizia di Nabil Salameh

03/11/2025 di Laura Bianchi

#Nabil Bey Salameh#Italiana#Canzone d`autore

Nella serata finale del Premio Tenco 2025, il Teatro Ariston si è fermato per ascoltarlo e gli ha tributato una commossa standing ovation. Nabil Bey Salameh, scrittore, traduttore, giornalista, poeta, voce e fondatore degli Al Darawish e dei Radiodervish, ritirando il Premio Yorum alla memoria del poeta palestinese Refaat Alareer, ucciso in un raid israeliano, ha letto la sua ultima poesia, ma ha anche parlato di Gaza, della dignità umana e del dovere dell’arte di non restare neutrale, e le sue parole hanno tagliato il silenzio con la forza della verità. Cantautore palestinese, cittadino del Mediterraneo, Nabil è una delle voci più lucide e poetiche del nostro tempo. La sua musica è dialogo, attraversamento, resistenza. In questa intervista, gli abbiamo chiesto di parlare della sua idea di musica, che è soprattutto ricerca di bellezza, giustizia, memoria e futuro.

Laura Bianchi:  Innanzitutto, grazie per la tua disponibilità! Mescalina ti segue da decenni... La prima domanda è nata al Premio Tenco, mentre parlavi ricevendo il Premio Yorum alla memoria di Refaat Alareer, poeta e professore ucciso a Gaza. Hai detto, nel tuo emozionante discorso: «Gaza è una domanda a cui il mondo deve imparare a rispondere.» Cosa significa per te “rispondere” a Gaza?

Nabil Salameh: Quando ho detto che “Gaza è una domanda a cui il mondo deve imparare a rispondere”, intendevo dire che Gaza non è solo un luogo geografico o un fatto politico: è una ferita che interroga la coscienza umana. È la misura di quanto siamo disposti a vedere, a sentire, a riconoscere il dolore dell’altro come parte del nostro stesso destino. Rispondere a Gaza significa non rimanere indifferenti, non lasciare che l’abitudine alla tragedia ci anestetizzi. Gaza ci chiede se abbiamo ancora il coraggio di pronunciare la parola giustizia, e se siamo disposti a pagare il prezzo della verità. “Rispondere” è dunque un verbo attivo: significa creare, parlare, educare, denunciare, costruire ponti. Significa non arrendersi all’idea che il male sia inevitabile.

L.B.    Hai ritirato il Premio Yorum affermando che “l’arte deve schierarsi”. E tu l’hai sempre fatto, tra culture e appartenenze diverse. Cosa significa oggi essere un artista come te in Italia, in un tempo in cui parole come “confine” e “identità” sono diventate così divisive?

N.S.: Viviamo in un tempo in cui le parole “identità” e “confine” sono diventate trincee. In questo contesto, fare arte significa tentare ogni giorno di restare umano. L’artista, per me, non è colui che intrattiene, ma colui che ascolta e restituisce ciò che ascolta. È una figura che vive nella soglia, tra appartenenze e frontiere, tra memoria e futuro. Essere artista in Italia oggi, con un nome e una storia come la mia, è anche un atto di resistenza dolce: significa affermare che le differenze non sono barriere, ma possibilità di incontro. L’arte che non si schiera, che non prende posizione, diventa decorazione. L’arte, se è viva, deve scomporre le certezze, far tremare il linguaggio, aprire varchi di senso.

L.B.:    Hai detto anche: “Non possiamo permetterci di essere neutrali davanti all’ingiustizia.” Cosa significa oggi, per te, prendere posizione come artista? E quali rischi comporta?

N.S.: Prendere posizione è scegliere di non nascondersi dietro la neutralità. È dire: “Io vedo, io sento, e non posso tacere.” L’arte non è mai neutra, perché ogni parola, ogni immagine, ogni suono trasporta un punto di vista sul mondo. I rischi sono tanti, l’isolamento, l’etichettatura, la censura sottile, ma sono rischi necessari. L’artista non deve compiacere il potere, ma interrogarlo. Io credo che la vera libertà creativa nasca proprio dal conflitto con la realtà. Ogni volta che salgo su un palco o traduco una poesia da Gaza, so che non sto semplicemente esibendo qualcosa, ma testimoniando qualcosa.

L.B.:    Negli ultimi tempi ti sei dedicato anche alla traduzione di poesie palestinesi, "Il loro grido è la mia voce - poesie da Gaza" (Fazi Editore), antologia di poesie di poeti palestinesi, tra cui proprio Refaat Alareer. Cosa hai scoperto traducendo le sue parole? E cosa significa, per te, tradurre una voce che non può più parlare?

N.S.: Tradurre le parole di Refaat è stato come dialogare con un fantasma luminoso. Le sue poesie sono un testamento, ma anche un grido di speranza. Ho scoperto che la lingua può essere al tempo stesso un rifugio e un campo di battaglia. Tradurre un poeta ucciso è un atto intimo, quasi sacro. Significa dare corpo a una voce che qualcuno ha voluto cancellare. In ogni verso di Refaat sentivo la dignità del sopravvissuto, ma anche la tenerezza di chi crede ancora nell’amore, nella bellezza, nella parola come casa. Tradurre, per me, è stato un gesto di continuità: un modo per dire che la poesia non muore sotto le macerie.

L.B.:    Il reading che hai proposto recentemente, “Oltre il silenzio”, basato sulle poesie del libro, unisce voce, poesia e testimonianza, trasformando il dolore in parola condivisa. Come nasce questo progetto e cosa significa per te “oltre il silenzio”?

N.S.: “Oltre il silenzio” nasce da un’urgenza, non da un progetto. Dopo aver tradotto quelle poesie, sentivo che non bastava leggerle: bisognava farle vivere, farle risuonare. Ho immaginato un reading in cui la musica, la voce e la parola si intrecciassero per restituire la dimensione collettiva del dolore e della speranza. “Oltre il silenzio” non è uno spettacolo, è un attraversamento. Ogni sera, sul palco, quelle parole diventano un rito condiviso: il pubblico non ascolta soltanto, ma partecipa a una memoria viva. È un modo per opporsi alla rimozione, per dire che finché c’è parola, c’è vita.

L.B.:   Nelle tue canzoni e nei tuoi interventi parli spesso di memoria attiva. Come si può ricordare senza restare prigionieri del dolore e del passato?

N.S.: Ricordare è un atto creativo. Non serve a ripetere il passato, ma a trasformarlo in consapevolezza. Il dolore non è un nemico da sconfiggere, è un maestro da ascoltare. Il rischio non è ricordare troppo, ma dimenticare troppo presto. La memoria diventa prigione solo se la viviamo come un fardello. Ma se la viviamo come un seme, allora diventa libertà. Io credo che la musica, la poesia, l’arte possano trasformare il lutto in luce. È quello che ho imparato guardando la forza dei poeti di Gaza: la loro memoria non è un muro, è un canto.

L.B.:    Hai lavorato nel giornalismo e conosci bene i meccanismi dell’informazione. Cosa pensi del silenzio o del disinteresse dei media sia verso alcune tragedie come guerre e stermini, sia verso le discriminazioni che ancora subiscono alcune comunità, come quella LGBTQ+? E che ruolo può avere la musica nel rompere quel silenzio?

N.S.: Il silenzio dei media non è sempre ignoranza, spesso è una scelta politica. Esiste una geografia del dolore in cui alcune vite contano più di altre. Come ex giornalista, so bene quanto sia facile manipolare il racconto, selezionare cosa mostrare e cosa no. Ma la musica ha una potenza diversa: non si può censurare un’emozione. La musica attraversa i muri, entra nei luoghi dove l’informazione non arriva. Può rendere universale una storia personale, può dare volto a chi non ne ha. E può anche essere uno spazio di inclusione, dove si incontrano voci che la società tende a marginalizzare, che siano palestinesi, rifugiati, donne o persone LGBTQ+. La musica, se è autentica, non chiede permesso per esistere.

L.B.:   Dopo tanti anni con i Radiodervish e con gli Al Darawish, come senti cambiata la tua voce artistica? Ci sono sonorità o linguaggi che oggi ti appartengono di più rispetto al passato?

N.S.: La mia voce è cambiata come cambia un paesaggio dopo la tempesta. È diventata più consapevole, forse più fragile, ma anche più vera. Negli anni ho imparato a cercare l’essenza, a liberarmi del superfluo. Oggi mi interessa la parola nuda, la melodia che lascia spazio al silenzio. Con gli Al Darawish e poi con i Radiodervish, ho attraversato molte stagioni musicali. Ma il filo è sempre lo stesso: cercare un linguaggio che unisca. Oggi sento che la mia voce si muove tra le due rive, quella della canzone e quella della poesia, e mi piace restare in quella soglia.

L.B.:    Il Mediterraneo, nelle tue canzoni, è sempre stato un mare che unisce, ma anche un confine simbolico e politico. Cosa rappresenta per te oggi quel mare, in un mondo che sembra di nuovo dividersi?

N.S.: Il Mediterraneo è il mio luogo interiore, la mia grammatica emotiva. È il mare che ha cullato la mia infanzia e anche il mare che oggi inghiotte i miei fratelli. In esso convivono bellezza e tragedia, mito e naufragio. È un mare che unisce ma che oggi, tristemente, divide. Continuo a cantarlo perché credo che il Mediterraneo sia ancora una promessa: quella di una civiltà del dialogo, della convivenza, della pluralità. Ogni volta che guardo quel mare, sento che lì, tra le sue onde, si gioca il destino dell’umanità.

L.B.: La spiritualità attraversa molta della tua musica. Che posto occupa nella tua ispirazione e nel tuo modo di dialogare con chi ti ascolta?

N.S.: La spiritualità, per me, è la capacità di ascoltare il mistero che abita ogni cosa. Non appartiene a una religione, ma a una disposizione del cuore. Quando canto, non cerco di comunicare un messaggio, ma di creare uno spazio in cui chi ascolta possa riconoscersi, respirare insieme. È quella tensione verso l’invisibile che dà senso alla musica. È l’idea che, attraverso la bellezza, possiamo riconciliarci con il mondo.

L.B.: Tra i tanti artisti con cui hai lavorato e che hanno prodotto i vostri dischi, come Ferretti, Zamboni, Battiato, quale ha suscitato in te un’eco più intensa?

N.S.: Con Battiato ho condiviso una visione: la ricerca di un altrove, di una trascendenza laica. Era un uomo che sapeva unire l’intelligenza alla leggerezza, la profondità al sorriso. Con lui ho imparato che la spiritualità non è un discorso, ma un’attitudine. E poi ci sono stati Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni, con cui ho condiviso un’urgenza politica, il bisogno di pensare il mondo da un’altra prospettiva. Ognuno di loro ha lasciato una traccia diversa nella mia voce: Franco la luce, Ferretti la ferita, Zamboni la visione.

L.B.: Puoi raccontarci qualcosa dei tuoi prossimi progetti? Ti piacerebbe tornare a scrivere o a cantare in arabo, o pensi che oggi la lingua più universale sia un’altra?

N.S.: Sto lavorando a nuovi brani che nascono dal dialogo tra le due lingue, arabo e italiano, come due correnti che si incontrano. Non credo nella lingua universale: credo nella contaminazione. L’arabo per me è la lingua del respiro, l’italiano quella del pensiero. Insieme creano una terza voce, che forse è la mia. E continuo a lavorare sui progetti legati alla parola poetica, alla memoria e al Mediterraneo come luogo dell’anima.

L.B.: Se tu potessi scegliere un luogo simbolico, un palco dove far risuonare la tua voce, per un messaggio di pace e dignità, dove sarebbe?

N.S.: Sogno un palco davanti al mare di Gaza, tra le rovine e i sogni. Cantare lì sarebbe come restituire alla musica il suo significato più profondo: essere voce di chi non può più parlare. Ma anche un piccolo palco, in una scuola, davanti a pochi bambini, può avere lo stesso valore. L’importante è che ci sia ascolto.

L.B.: In una sola frase: quale speranza vuoi lasciare, dopo il Tenco, a chi ti ha ascoltato per la prima volta? E cosa vorresti dire a un giovane che sta iniziando il percorso artistico?

N.S.: La speranza non è ottimismo, è responsabilità. Non nasce dall’illusione, ma dalla fedeltà a ciò che è giusto. A un giovane artista direi: non temere la solitudine, perché è lì che nasce la tua voce. Coltiva la tua verità, anche se non piace. E soprattutto, non smettere mai di credere che la bellezza possa ancora cambiare il mondo.

L.B.: Grazie col cuore...le tue parole sono luce nel buio di questi tempi.