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Yukio Mishima

Il Padiglione d'oro

Yukio Mishima


Feltrinelli, 1995, 12000

di Simona
Alcuni sono troppo avanti per noi oppure noi siamo troppo indietro per loro: fatto sta che qualche volta non si trovano punti di incontro. In questo caso non c'è dubbio che io sono troppo indietro per Mishima ma anche voi, se sieti tipi particolarmente quadrati e razionali, se valutate attentamente tutti i pro e i contro prima di prendere decisioni o se siete tipi precisini e non sopprtate di vedre pieghe nel tappeto della vostra camera, allora questo romanzo non fa per voi perché è la storia -tratta da un fatto realmente accaduto- di un giovane seguace buddista deforme e balbuziente che precipita in una vorticosa ossessione verso uno dei più importanti monumenti dell'arte giapponese (il Padiglione d'oro, appunto) e la cui paranioa è talmente irrazionale da lasciare spiazzati. Un'ossessione legata all'infanzia e che Mizoguchi, il protagonista, esorcizzerà solo quando riuscirà ad incendiare l'oggetto della propria follia . Di storie che raccontano paranoie e menti umane deviate ce ne sono in abbondanza ma la caratteristica di questa, in particolare, è il fatto che il protagonista-piromane-deviato non suscita alcun moto di simpatia o comunione o pietà ma la più totale deprecazione verso ogni suo gesto o pensiero. Eppure, come recita la quarta di copertina, Il padiglione d'oro è uno dei capolavori della letteratura moderna giapponese ed io non mi sento davvero l'autorità per sentire un'affermazione così decisa. Quindi, o sono io che evidentemente ho poca fantasia, sono troppo quadrata ed emotivamente restia alle metafore e ai simbolismi di Mishima, oppure Mishima ha visto cose e raggiunto luoghi che la mente di noi umani non può neanche immaginare: boh?! si accettano prese di posizione al riguardo.