Vladimir Nabokov

Vladimir Nabokov Lolita


Adelphi, 1996, £ 16.000

di Simona
“Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Lo-li-ta: la punta della lingua compie un percorso di tre passi sul palato per battere, al terzo, contro i denti. Lo. Li. Ta. Era Lo, semplicemente Lo la mattina, ritta nel suo metro e quarantasette con un calzino solo. Era Lola in pantaloni. Era Dolly a scuola. Era Dolores sulla linea tratteggiata dei documenti. Ma tra le mie braccia era sempre Lolita.”

Pochi romanzi sono entrati a far parte dell’immaginario collettivo come il capolavoro di Nabokov, diventatolo al punto che il nome della protagonista è divenuto un vero e proprio neologismo: non si dice forse di una ragazzina molto giovane e altrettanto maliziosamente spregiudicata che è una Lolita, o che fa la Lolita? Poi c’è Humbert Humbert, l’altro protagonista, l’uomo adulto che perde completamente la testa per la ragazzina. E se Lolita è un nome che già pronunciandolo comunica sensualità e candore, lo pseudonimo scelto dall’autore per il proprio protagonista non poteva essere più sgradevole. Del resto l’intero libro è pervaso dall’attenzione alle parole, al loro suono e significato, tanto che la narrazione della bramosia di H.H., descritta in maniera lucida e con una scrittura ricca e raffinata, è costellata da giochi di parole che in qualche modo esplicitano il modo di essere di H.H. tra l'intelligente e il grottesco. “Lolita” sono le memorie di H.H. che, dalla prigione, scrive in tono estremamente ironico, cinico e acuto la storia della sua perversione. (E l’ironia è tale che solo verso la fine sapremo che già dall’introduzione ci era stato rivelato il destino di Lolita.) H.H. è conscio sin dalla giovinezza del suo interesse per le ragazzine, e con lucidità racconta la passione consapevolmente malata ma imprescindibile per Dolly Haze. Tuttavia si tratta di una storia che si pone al di fuori dei binari di un giudizio morale, anche perché tanto il viscido H.H. circuisce Lolita quanto lei è curiosa di sperimentare quel gioco proibito. Fino a che non ne sarà risucchiata e allora si dimostrerà se non proprio acutissima, per lo meno assennatamente convenzionale e calcolatrice, quanto basta per liberarsi della presenza ingombrante di quel uomo. Ella infatti si renderà conto di aver instaurato un rapporto obiettivamente morboso; tuttavia la repulsione di Lolita non si trasformerà mai in rancore perché quel uomo, dopotutto, le ha spezzato la vita ma non certo il cuore. Un elemento che vale poi la pena di notare è il fatto che nelle quasi quattrocento pagine del libro non c’è una sola parola scabrosa o una sola scena spinta. Non c’è bisogno di questo per trasmettere lo squallore di H.H., e l’evidenza della sua disperazione non ce lo rende certo più simpatico, forse solo più patetico. Del resto, molte delle sue pazzie più che scandalizzare deprimono. Il finale non manca di una nota di colore “romanzesco”, ma non si arriva al pathos della tragedia perché il sarcasmo di H.H. fa sbiadire ogni accento drammatico. Non c’è melodramma, non c’è suspance, non c’è perversione e quasi non c’è erotismo. Non c’è nessun “trucco” per catturare l’attenzione dei lettori eppure Lolita ha un “respiro” romanzesco tale che lo rende senza tempo.

“…Prendo la decisione che segue con tutta la forza e il sostegno legali di un testamento firmato: desidero che queste memorie vengano pubblicate solo quando Lolita non sarà più in vita. Così, nessuno di noi due sarà vivo quando il lettore aprirà questo libro. Ma mentre il sangue pulsa ancora nella mano che uso per scrivere, tu sei parte della benedetta materia quanto lo sono io, e posso ancora parlarti da qui all’Alaska. Sii fedele al tuo Dick. Non lasciarti toccare dagli altri. Non parlare con gli sconosciuti. Spero che vorrai bene al tuo bambino. Spero che sarà un maschio. Spero che quel tuo marito ti tratti sempre bene, altrimenti il mio spettro si avventerà su di lui come fumo nero, come un gigante forsennato, e lo dilanierà nervo per nervo. E non commuoverti per la sorte di C.Q. Si doveva scegliere fra lui e H.H. e si doveva lasciar esistere H.H. per un altro paio di mesi almeno, in modo che egli potesse farti vivere nella coscienza delle generazioni successive. Penso agli uri e agli angeli, al segreto dei pigmenti duraturi, ai sonetti profetici, al rifugio dell’arte. E questa è la sola immortalità che tu e io possiamo condividere, mia Lolita.”

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