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Vincenzo Martorella

ASCOLTARE / SCRIVERE. MANUALE (improprio e antologico) DI CRITICA MUSICALE

Vincenzo Martorella




di Tiberio Snaidero
ASCOLTARE / SCRIVERE. MANUALE (improprio e antologico) DI CRITICA MUSICALE

Vincenzo Martorella 

OttOtipi 2018, pp. 286, euro 20 

 

L’ultimo libro del docente, storico, animatore di festival e giornalista Vincenzo Martorella vuole, seppur impropriamente e con corposo corredo antologico, essere un manuale di critica musicale. Non che gli scaffali delle librerie italiane trabocchino di siffatta tipologia di guida: prima di ASCOLTARE / SCRIVERE, infatti, chi avesse voluto imparare come recensire un disco o un concerto e come intervistare un musicista avrebbe dovuto apprenderlo sul campo, nella redazione di un giornale; o affidarsi alle agili indicazioni metodologiche di Federico Capitoni oppure indirizzarsi alla più ricca bibliografia di settore in francese e in inglese. O avrebbe potuto, invece, frequentare un corso o un seminario condotto dallo stesso Martorella il quale, col suo manuale, è ben consapevole di aver colmato una lacuna e di aver messo a disposizione degli (aspiranti) addetti ai lavori un utile strumento di studio e di consultazione. 

L’autore inizia la sua argomentazione rivendicando il senso e la validità di quell’ibrido di giornalismo e musicologia denominato ‘critica musicale’. Perché mai dell’arte musicale non si potrebbe disquisire, per quale ragione scriverne dovrebbe essere più problematico rispetto alla redazione di testi che si occupano di altri fenomeni? Nella critica musicale, il messaggio ‒ chiosa Martorella citando il musicologo britannico Nicholas Cook ‒ «è il frutto di un’interazione tra un suono e un ascoltatore» (p. 22). Compito di chi descriva la musica professionalmente sarà dunque quello di «calibrare una lingua che sia capace di arricchire l’esperienza del lettore/ascoltatore […] affinché l’ascolto diventi più consapevole» (p. 23). Per raggiungere tale obiettivo, il giornalista e il critico musicali non dovranno eccedere in dettagli iperspecialistici ma nemmeno mettere insieme verbi e aggettivi tanto roboanti quanto fastidiosamente generici.

 Nella parte teorica del suo libro, l’autore sottolinea come il critico sia innanzitutto un ascoltatore competente, aggiornato e indipendente che sa interpretare quanto ascolta per darne una valutazione argomentata e ben scritta. Il critico è in grado di compiere l’analisi degli elementi estetici di un’opera mentre la constestualizza nella storia della sua tradizione musicale. Un pezzo giornalistico redatto secondo siffatti criteri avrà finalmente il merito di consentire all’appassionato di vivere un’esperienza percettiva più gratificante, visto che richiamerà la sua attenzione sulla funzionalità e il significato di aspetti formali destinati altrimenti a non essere còlti. Che si viva un’epoca di transizione dovuta al diverso modo di fruire la musica e di comunicare le notizie Martorella lo sa perfettamente. Tali circostanze non fanno tuttavia altro che fortificare la sua convinzione di fondo: che solo la qualità manterrà competitivi gli scrittori di cose musicali nell’era di Spotify e del Weblog. 

In principio era il suono; e una capacità di ascoltarlo che il critico musicale può e deve affinare attraverso studio e addestramento. Egli deve analizzare la canzone/l’album/l’esibizione sia al livello della produzione che a quello della fruizione, laddove le parole-chiave sono i verbi transcodificare, scomporre e ricostruire. Attraverso tali fasi, il critico scaltrito sarà capace di descrivere e interpretare. Nel suo corredo non potrà mancare una conoscenza della teoria musicale che gli permetterà di distinguere «suoni, forme, testi, contesti, infratesti. Distinguere e riconoscere sono le armi fondamentali del critico» (p. 62). Allenare «l’orecchio a percepire con precisione i suoni» e «la profondità semantica del timbro» (ibidem) permette di cogliere il senso dell’opera. Martorella  indugia  poi sull’importanza di conoscere la storia stilistica degli strumenti e le loro prassi esecutive (per evitare, ad esempio, di descrivere un assolo di chitarra con l’assai poco evocativo “scintillante”) e su quanto sia decisivo il saper mettere in relazione la musica che si ascolta con altre arti o mezzi espressivi.

Nella parte pratica, Martorella prende in considerazione le tre attività principali di un critico musicale: la recensione di un disco, quella di un concerto (o di un festival) e l’intervista. L’autore chiarisce subito che recensire significa tre cose: informare, valutare e interpretare. Tali elementi verranno dosati diversamente a seconda che si abbia a che fare con un artista esordiente o con uno affermato e avranno uno scopo eminentemente divulgativo, a meno che non ci si possa permettere grazie a una “recensione saggistica” di dedicare spazio e approfondimento a un progetto particolarmente degno di attenzione. Il recensore dovrà impegnarsi a non scriversi addosso; la sua missione sarà quella di comunicare chiaramente i propri giudizi, che dovranno essere netti e argomentati.

Nel caso di recensioni di dischi, il tempo da dedicare agli ascolti non sarà mai abbastanza mentre la selezione dei contenuti dovrà necessariamente tener conto dello spazio a disposizione: se non devi oltrepassare le milleduecento battute, limiterai le divagazioni e gli esercizi di stile concentrandoti sull’aspetto informativo e su quello valutativo. Martorella inserisce a questo punto alcune sue recensioni della lunghezza di quasi una cartella accanto ad altre un po’ più corpose, fornendo dunque esempi concreti a quanto teorizzato. Indugia poi sulla nozione di “recensione multipla”, spiega come impostare una stroncatura e ricorda come una recensione possa espandersi fino a confondersi con un vero e proprio saggio. Anche in questi casi, illustra le istruzioni con testi-modello selezionati dalla sua produzione editoriale. Coerentemente con la scelta di qualificare la sua monografia col termine di “manuale”  (seppure ‘improprio’), l’autore correda la sezione pratica dell’opera con dei veri e propri COMPITI PER CASA. La consegna che recita: «Scrivete la recensione dello stesso disco in 10/25/50 righe (ovvero, 600/1500/3000 caratteri)» (p. 121) o quella che invita a scrivere «la recensione dello stesso disco per una serie di testate giornalistiche […]: un quotidiano (500 caratteri), un settimanale generalista (500 caratteri), un settimanale femminile (500 caratteri), un mensile per uomini (tipo «GQ», 1000 caratteri)» sono ottime per mettere alla prova lo studente. Sarebbe risultato forse utile e senz’altro gustoso che anche in questo caso il Maestro avesse fornito dei modelli di riferimento, magari elaborati ad hoc.
La parte pratica dà quindi delle dritte su come recensire un concerto, del quale il critico «si trasforma […] in un magnetofono, un sensore che deve raccogliere e registrare anche tutto quello che c’è dietro e oltre la musica: la sala, l’acustica, il pubblico e le sue reazioni» (p. 126) e un festival, di cui «il critico deve valutare anche l’ideazione, la progettazione, quanto lo svolgimento del festival ha rispecchiato le intenzioni della direzione artistica» (p. 132). La sezione si conclude con un capitolo sulle virtù del bravo intervistatore, che dovrà sparire per lasciare tutta la ribalta all’intervistato. 

Nella terza ed ultima parte del volume, intitolata ANTOLOGIA ‒ una parte ricca, che conta centoventotto delle duecentottantasei pagine del libro ‒, Martorella riunisce una serie di articoli (recensioni, interviste, saggi, rubriche …) da lui scritti negli ultimi quindici anni di attività, incoraggiando il lettore a “rubare” quelle frasi, parole o idee che dovessero piacergli in modo particolare. E i passaggi da rubare non mancano: l’«immagine aurale della propria interiorità» che traspare da Lady in Satin, di Billie Holiday (p. 163); l’«esplorazione timbrica del piano, che [Eddie Costa] percuote, violenta, sfruttandone tutta l’estensione, piazzando terrificanti cluster nella regione grave» (p. 181); la «predilezione [degli Steely Dan] per assetti ritmici molto ben definiti, grooves di grande effetto attraverso i quali far scorrere, defluire, con morbidezza, la musica» (p. 186); la riuscita trovata dell’arrangiamento nella versione di ‘Like Someone in Love’ incisa nel 1957 da Ella Fitzgerald che diventa «uno sbaffo ritmico e melodico, quasi a voler tradurre in suono l’idea di qualcosa che si affloscia, che si ripiega su se stesso» (p. 194); una «sensazione quasi fisica, cinematica, onomatopeica [...] intensificata dai frequenti controtempi, dagli impercettibili slittamenti di ritmo (le allitterazioni dell’amore cantato)» che viene individuata nella versione di ‘The Song Is You’ incisa nel 1959 da Jimmy Giuffre e Lee Konitz (p. 207); la «capacità di far cantare la batteria» di Greg Hutchinson. 

Perdersi negli articoli di Martorella costituisce un piacere in sé, a prescindere dalla funzione di testi-modello che essi assumono nel volume. Sono ottimi esempi di un genere giornalistico e letterario di cui l’autore è maestro: la scrittura di cose musicali. Al punto che, se pure le raccomandazioni e le indicazioni metodologiche delle parti teorica e pratica non fossero bastate a fare dell’(aspirante) critico che avesse studiato queste pagine un professionista sufficientemente competente di teoria musicale, opportunamente consapevole della storia e delle prassi dei generi e degli strumenti e meritoriamente attento alla chiarezza e all’efficacia dei propri pezzi, anche in quel malaugurato caso la lettura del manuale di Vincenzo Martorella, che di impropria ha soltanto la modestia, sarebbe valsa la pena.