Vasco Brondi Una cosa spirituale
Einaudi, 2026, collana Vele, pagine 176, 13 euro Saggi | Musica | meditazione, biografia
24/04/2026 di Ambrosia J. S. Imbornone
Il cantautore Vasco Brondi, già noto anche come Le luci della centrale elettrica, a due anni dal suo ultimo album Un segno di vita, torna con un nuovo libro, Una cosa spirituale. Non fare niente e altre forme d’arte, il primo per Einaudi, che segue altri volumi pubblicati per Baldini Castoldi Dalai (Cosa racconteremo di questi cazzo di anni zero, 2009), Coconino Press (Come le strisce che lasciano gli aerei con Andrea Bruno, 2012) e La Nave di Teseo (con Massimo Zamboni, Anime galleggianti. Dalla pianura al mare tagliando per i campi, 2016, Le luci della centrale elettrica. Dieci anni di musica tra la via Emilia e la Via Lattea, a cura di Tiziana Lo Porto, 2018, Terra. Diario di lavorazione o la gloriosa autostrada dei ripensamenti, 2019) e Note a margine e macerie, in allegato al CD dell'album Paesaggio dopo la battaglia (2021).
Si tratta di un volumetto denso e insieme molto scorrevole, appassionato e colto, suddiviso in brevi capitoli agevoli e interessanti, in cui Brondi fonde saggio, un testo (senza alcuna volontà di indottrinamento) sulla meditazione Vipassana, la quale serve ad osservare chiaramente la realtà, e un libro autobiografico senza compiacimento, perché non ha assolutamente lo scopo di parlare della vita dell'artista come insieme di gossip, curiosità pruriginose e rivelazioni sul privato da dare in pasto al pubblico. In un volume ricco di citazioni, a cui attinge senza ostentazione, ma con l’entusiasmo e l’interesse di chi si è costruito una cultura con il tempo, coltivando le sue letture, l’autore cita d’altronde questo passo di Sogni e favole di Emanuele Trevi (2018):
Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabilità mercantili della celebrità [...] ma una storia vissuta fino ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia, e dunque una caccia magica.
A tal proposito mi sono venuti in mente questi versi di una canzone di Niccolò Contessa (I Cani, Nella parte del mondo in cui sono nato): "Nella parte del mondo in cui sono nato / Degli artisti ci interessa essenzialmente / Che cos'hanno mangiato? / Dove vanno in vacanza? Nella parte del mondo in cui sono nato / [...] Se qualcuno parla di anima, è un invasato".
Ma anche in questo nuovo libro gli estimatori di Brondi non sarebbero stati di certo interessati a trovare pettegolezzi su una vita spericolata o a racconti di vacanze patinate, né sono pronti a stigmatizzare la sua ammirevole profondità e proprio quel termine "invasato" della canzone appena ricordata, nel suo significato letterale di essere dominati da forze soprannaturali, può essere utile per capire la prospettiva qui utilizzata. Nell'introduzione, infatti, Brondi auspica e descrive un passaggio da una ricerca sul piano orizzontale, che "ha a che vedere con l'espansione dei numeri, del pubblico, delle condivisioni e del guadagno", a una sul piano verticale, che affondi nella profondità dell'animo o si inerpichi fino a vette sconosciute per interrogare il divino.
E la “caccia magica”, questa ricerca di un contatto con l’invisibile, non è appunto scintillante e glamorous. Il cantautore di origine ferrarese in questo libro demitizza infatti la vita dell’artista quando parla di un momento critico affrontato a ventotto anni (ora ne ha quarantadue): dopo i primi due album e centinaia di concerti, infatti si sentiva stremato. Ma è riuscito poi a “tornare dentro il corpo, prima attraverso la psicoterapia bioenergetica, poi con una – quasi ossessiva – pratica di vari stili di yoga e con la partecipazione regolare a ritiri di meditazione Vipassana”. Brondi è infatti oggi anche insegnante e studioso appunto di yoga e meditazione e organizza ritiri di Pratiche Corporee, Creative e Contemplative (PCCC).
E a proposito dei ritiri di meditazione, precisa che non si tratta di andare a un centro benessere, “anzi a volte quel monastero nel bosco è più simile a un centro malessere”, perché meditare serve a vivere momenti di pace e benessere, ma anche a far emergere il dolore come in “bagno prolungato nelle proprie miserie”, confrontandosi con la Prima nobile verità del Buddha, “la Verità della sofferenza”. Brondi cita d’altronde Murakami che afferma che anche “scrivere è un’attività malsana”, perché necessariamente si porta alla luce “un elemento tossico che fa parte del nucleo emotivo dell’essere umano”.
Il cantautore allora toglie l’alone mitico, ma non mistico alla creazione quando parla di scrivere, suonare o pregare ogni giorno come “insistere”, che è “pratica ascetica, creativa e spirituale”. E racconta come una ragazza con cui conviveva credeva che sarebbe stato affascinante osservarlo mentre componeva le sue canzoni, ma poi lo aveva sentito ripetere “ogni verso migliaia di volte” quando stava cercando di finire l’ultima canzone di Terra, Viaggi disorganizzati e lo aveva trovato “allucinante”. Oppure rammenta che, quando uno dei suoi fratelli abitava sotto il suo appartamento, “era prima infastidito e poi ammirato” dal fatto che registrasse per dodici ore: pensa che si tratti appunto di una forma di ostinazione, che sia fatta con pianoforti, scalpelli o macchine fotografiche, e somiglia a quella della preghiera “con tutti i tipi di rosari nelle diverse religioni”, perché in entrambi i casi “è necessario insistere per aprire una via di comunicazione con l’invisibile”.
Brondi, infatti, ricorda che Jung parlava dell’arte “come veicolo di scoperta”, per avere “notizie di sé”, ma sottolinea anche che da sempre si cerca di “attirare l’attenzione degli déi, o di chi per loro”, attraverso opere come i menhir, danze, preghiere e canti in tutte le lingue. “I'm looking for answers / From the great beyond”, cantava Michael Stipe dei R.E.M. in The Great Beyond, per aggiungere ancora qualcosa di mio a questo mosaico personale e affascinante di parole sentite e oggetto/spunto prezioso di riflessione. Brondi, infatti, in questo volume nomina Nick Cave e Franco Battiato, Marina Abramović e i CCCP, Franco La Cecla e Jorge Luis Borges, Walter Benjamin e Thich Nhat Hanh, Federico Fellini e Federico Garcia Lorca, di cui cita la teoria del duende, come forza sconosciuta che anima la creazione e collega l’individuo alla natura. E parte da quando un fonico, a un concerto in piccolo centro sociale di Milano, ai tempi dei suoi esordi, disse: “Suona sempre gli stessi due accordi, ma l’importante è avere duende!”.
"La creatività è da sempre una cosa spirituale, un cortocircuito nell'epoca del materialismo", o il luogo stesso dove il "materialismo si dissolve", afferma Brondi. L'artista riflette infatti sull'importanza di "dedicare tutte le proprie energie a qualcosa che non è funzionale o che è addirittura controproducente". Rimarca che viviamo in tempi animati dall'ossessione per l'utilità e in cui anche gli esseri umani hanno "introiettato così tanto il modello delle macchine" da pensare di doverlo applicare e riprodurre nella propria vita, puntando a "essere produttivi in maniera costante", anziché rendersi conto che i ritmi umani forse assomigliano maggiormente a quelli "misteriosi dei temporali improvvisi e della lenta perdita delle foglie, del cambio delle stagioni e dell'alternarsi delle maree". Nella società odierna soprattutto appare particolarmente difficile imparare a fermarsi, mentre si è chiamati a un'azione incessante. Come osserva Byung-Chul Han, "l'iperattività è, paradossalmente, una forma estremamente passiva del fare". È "lasciarsi trascinare", commenta Brondi, e mentre si scappa da sé stessi e si è trascinati, non si può né essere creativi, né incontrare il divino.
Studiando la musica di altri tempi e altri luoghi, dagli inni hurriti ai canti gregoriani, dal fado al qawwali, il cantautore ha notato che l'elemento in comune tra tradizioni differenti era che la musica non era stata creata appunto per piacere agli altri o per un qualche profitto (la dimensione orizzontale), ma per celebrare feste, funerali, dare forza e coraggio in guerra, o scandire il lavoro: insomma, accompagnava i vari momenti della vita umana, elevandola a rito, e cercava appunto di entrare in contatto con gli dei o con l'invisibile. L’arte, inoltre, secondo Brondi dovrebbe servire a mettere l'ego dell'autore da parte e superare l'illusione della separatezza dagli altri esseri viventi nella natura. L’autore ricorda d’altro canto una formula di sua invenzione con cui Franco Battiato raccontava di terminare la sua meditazione quotidiana, “Per tutti gli esseri, tutti insieme”.
L’arte poi secondo Brondi può diventare "un modo per contraccambiare la bellezza che ci circonda", anche e soprattutto nei concerti, "forse uno degli ultimi riti collettivi rimasti". E in tal senso ricorda anche di aver superato ansie e tensioni da quando concepisce concerti e dischi semplicemente come qualcosa da “condividere e offrire agli altri”: “Cerco solo di fare il regalo migliore, preparandolo con più cura possibile, un’offerta alla Terra, agli eventuali dèi, agli esseri umani e agli altri animali”.
L’autore evidenzia ancora l'importanza di "non avere attaccamento verso posti specifici e neanche verso di sé", sostituendo l'idea di possesso con quella di attraversare luoghi di passaggio. Inoltre, riflette sulla possibilità e opportunità di cogliere "la poesia nei dettagli trascurabili per entrare il soffio della vita [...] nelle opere d'arte e nelle nostre giornate". Non a caso nel libro trovano spazio anche riferimenti alla fotografia di Luigi Ghirri, che Brondi ricorda che ha "contribuito a rendere epici posti umili delle campagne" attorno alla sua città, Ferrara, luoghi che ai più sembravano anonimi; in particolare, all'inizio della sua carriera fotografava solamente durante "viaggi domenicali minimi", nel raggio di tre km da casa. La sua fotografia allora costituisce un "allenamento costante a non percepire niente come insignificante". Un insegnamento non solo per gli artisti, ma per tutti, perché è fondamentale che diventino più consapevoli della bellezza che li circonda e possano “esercitare la gratitudine”, che fa “concentrare sul presente, su quello che c’è, e ci toglie il paraocchi con cui ci limitiamo a vedere solo l’ipotetico traguardo e nessun paesaggio circostante”.
Brondi d'altronde è consapevole oggi che, ancora prima di dedicarsi alla meditazione, aveva avuto dei maestri spirituali anche nei suoi artisti preferiti, nei cantanti, “anche quelli morti giovani e morti male”, o negli scrittori, “anche quelli alcolizzati, a volte pieni di gioia e la maggior parte delle volte sofferenti”, perché avevano cercato di toccare il mistero e di lasciare “una scia luminosa dietro di sé”.
Cita allora Laurie Anderson che diceva che “quello che non cambiava mai per Lou [Reed ovviamente] era la magia. Voleva trovare la magia” e afferma che tutto probabilmente per lui è stato un “inseparabile e infuso di magia, un’unica ricerca disperata e fiduciosa: l’eroina, la meditazione, il rock’n’roll, il fluire del Qi (l’energia vitale) e il fiume Hudson”.
In definitiva, questo volume racchiude una riflessione avvincente sulla funzione dell’arte, frutto di un percorso di ricerca personale e ricco del suo calore vivo e spontaneo. Si tratta di un libro appassionante che consente, in un dialogo privilegiato, di entrare tra le pieghe dei pensieri e della vita quotidiana del cantautore, tra le pagine delle sue letture o nelle note dei suoi ascolti, per riflettere a nostra volta con lui su temi fondamentali ed essenziali della vita umana.
Ora, dopo questa cosa spirituale, Brondi ricomincerà a “scrivere canzoni e musica con cui "decorare il tempo" ”. E noi lo aspetteremo pazientemente con il prossimo disco. O con il prossimo libro.
Vasco Brondi (1984) è cantautore e scrittore. Come già ricordato, ha scritto diversi libri, dischi e colonne sonore. Tra i musicisti più rilevanti e influenti della sua generazione, ha esordito nel 2008 con il disco Canzoni da spiaggia deturpata a nome Le luci della centrale elettrica.