• Home
  • /
  • Libri
  • /
  • Siri Hustvedt
  • /
  • Quello che ho amato
Siri Hustvedt

Quello che ho amato

Siri Hustvedt


Einaudi, Torino 2006, 364 pp., € 11.80

di Francesca Manco
Leo Hertzberg, storico dell’arte e professore universitario, in età avanzata, con la vista ormai precaria e provato da una vita tragica, si accinge a scrivere degli ultimi venti anni trascorsi da lui e da chi ha amato (o, meglio, da “quello che ha amato”). La storia ha inizio con un’opera d’arte, il cui significato si rivelerà essere la chiave interpretativa del romanzo stesso: sulla tela, una donna, insieme ad un piede e ai contorni di un’ombra.
Leo Hertzberg, osservando il quadro, confonde ad un primo sguardo l’ombra con la propria, e l’immediata identificazione, unita ad un’irrefrenabile e curiosa attrazione per la donna ritratta, lo spinge al desiderio di conoscere l’autore del dipinto. Si tratta di William Wechsler, un carismatico artista dotato di un potere seduttivo che affascina Leo fin dal primo incontro. È solo l’inizio di un’amicizia che durerà vent’anni: un sodalizio di menti, di cuori e di anime che condurrà persino alla condivisione di ciò che si possiede, e di quello che si ama.
Prende così vita un complesso intreccio, fatto da identificazioni psicologiche tra sé e gli altri e da fantasmagoriche presenze all’interno delle relazioni.
Al centro della sfera affettiva ed emotiva, il tema della perdita: la scomparsa di chi si è amato si trasforma in un’assenza tanto bruciante da assumere sembianze di piena realtà nell’animo dei personaggi.
La fisiologica, ma non per questo meno straziante, incapacità umana di accettare la perdita dei propri affetti, che altro non sono che ciò che rende la nostra vita tale, è resa mirabilmente in descrizioni che fanno vivere a pieno il senso dell’angoscia e del vuoto. Vuoto che diventa ancora più significante alle parole di Violet, una delle donne del romanzo: «Cartesio si sbagliava: non è “penso quindi sono”, ma “sono perché tu sei”».
Un ribaltamento filosofico di non poco conto, che implica la difficoltà di distinguere dove finisca il nostro Sé e cominci quello di un altro, e che comporta la sparizione del Sé alla scomparsa dell’altro.
“Quello che ho amato” è un romanzo psicologico, ma eccede questa definizione, contenendo una serie di elementi che vanno ben oltre l’indagine introspettiva dei personaggi. Alcune delle tematiche narrative ricordano quelle care a Paul Auster, noto scrittore nonché marito dell’autrice; tra queste l’isolamento e la fuga come forme di evasione dal reale, ma soprattutto l’idea secondo cui è pura illusione credere di avere un controllo sulla propria vita, sulla propria felicità, sui propri affetti. L’individuo non ha potere alcuno sugli eventi, che possono privarlo di tutto, persino di sé stesso.
La città, New York, in Siri Hustvedt così come in Paul Auster, non si limita ad essere pura cornice: città di visionari, di sogni evanescenti, ma anche di perdizione e incapacità di ritrovarsi, è un luogo che tutto può dare e tutto può sottrarre. E, sullo sfondo, il tema, caro all’estetica contemporanea, della crisi dell’arte. Due personaggi, William Wechsler e il giovane inquietante Teddy Giles, incarnano due concezioni dell’arte talmente opposte da essere inconciliabili: come espressione dell’innocenza, oppure della violenza.
Lo spettatore, così come il lettore, è chiamato ad una scelta radicale, che non compirà con il gusto estetico, ma ascoltando attentamente il richiamo della propria esistenza.