Samanta Schweblin Il buon male
Einaudi, 2026, collana Supercoralli, Traduzione di Maria Nicola, 160 pagine, 18 euro Narrativa Straniera | Racconti | Narrativa ibero-americana
10/04/2026 di Ambrosia J. S. Imbornone
La scrittrice argentina Samanta Schweblin, autrice di romanzi e soprattutto racconti, tradotti in più di venti lingue, è tornata con El buen mal (2025), vincitore del Premio Aena per il miglior libro di narrativa in lingua spagnola del 2025 e pubblicato a marzo da Einaudi con la traduzione di Maria Nicola.
Si tratta di una raccolta di sei racconti che hanno in comune due caratteristiche: da un lato c’è un’atmosfera inquietante, una tensione sottile in cui aleggia ben presto il brivido di una qualche catastrofe imminente o perlomeno di qualche avvenimento strano all’orizzonte.
Dall’altro c’è uno stile semplice, senza fronzoli, poco immaginifico, in cui le descrizioni sono dinamiche o comunque funzionali alla narrazione e le riflessioni risultano brevi, veloci, ben connesse al procedere degli eventi, senza dilatarsi a rallentare il ritmo narrativo. Prevalgono piuttosto le sensazioni, i pensieri rapidi che accompagnano gli eventi stessi.
Entrambe queste caratteristiche giustificano in qualche modo uno dei paragoni elogiativi di cui si può vantare la narrativa di Schweblin, quello con il minimalismo chirurgico di Raymond Carver.
La formazione dell’autrice è passata però, per sua stessa ammissione, dalla “tradizione fantastica rioplatense”, in particolare degli scrittori Adolfo Bioy Casares, Julio Cortázar, Antonio di Benedetto e Felisberto Hernández. E in un dialogo di qualche settimana fa a Roma con Elena Stancanelli, Schweblin ha raccontato di essersi innamorata della letteratura leggendo autori che “affrontavano soprattutto la letteratura fantastica, dello strano, dello straordinario”. Tuttavia, ritiene che ciò che più ci inquieta e spaventa è ciò che realmente possibile: “quanto più riesco a portare il mostro nel mondo del reale, quanto più mi allontano dal fantastico e resto nel reale, tanto più entro nel corpo stesso del lettore. È come quando leggi tremando perché dici: questo può succedere anche a me. Mi sembra un allarme potentissimo nel corpo del lettore.”
E a proposito sempre del corpo, nel racconto Un animale favoloso, si afferma: “Forse sono le sensazioni di piacere e di dolore quelle che lasciano un segno più vivo, perché sono cose che succedono al corpo”.
“Le cose strane sono sempre le più vere”, recita inoltre una frase tratta dalle lettere di Silvina Ocampo scelta come epigrafe per la raccolta. E allora sì, quello che accade in questi racconti è strano, ma allarma appunto perché è realistico e possibile. La scrittrice si propone infatti di mostrarci non storie eccezionali, ma vite normali davanti a dei punti di rottura, davanti a un male che le scuote dalla loro inerzia. Quel “male” cambia le prospettive e le priorità, fa rivalutare il passato e magari apprezzare (e rimpiangere) a posteriori la serenità di un momento immortalato in una foto attaccata al frigo con le calamite.
I racconti sono tutti condotti in prima persona da un narratore interno, protagonista della storia narrata, che non sapeva che quelle giornate normalissime sarebbero state segnate da un’ “ultima volta”; tuttavia racconta gli avvenimenti al lettore spesso a catastrofe già avvenuta, senza anticiparla, ma aumentando, anzi, la suspense grazie a piccoli indizi.
Il mostro che entra nel mondo del reale spesso in questi racconti è la morte; afferma infatti Schweblin: “ci attira moltissimo lo strano, l'impossibile, il mostruoso, perché la morte è lì. Abbiamo fatto passi avanti, abbiamo creato una coscienza che prima non c'era, ma ancora non abbiamo idea di che cosa ci sia dall'altra parte; ancora non capiamo la morte, che quindi continua a essere il nostro grande mostro. E questo ci piace. Ma è dal realismo, da ciò che noi concordiamo essere possibile, che quella possibilità ci fa più paura.”
A volte un residuo del fantastico sopravvive nel rapporto con alcuni animali, ma non ci fa addentrare in leggende sospese tra magia e superstizione, come le storie di altre scrittrici dell’America centrale/meridionale (penso per es. Ayanna Lloyd Banwo di Trinidad e Tobago o alla ecuadoregna Natalia García Freire), o anche per esempio come in un certo prolifico filone di romanzi italiani influenzati da leggende popolari e tradizioni arcaiche, in una linea che da Accabadora di Michela Murgia arriva alla giovane Sonia Aggio di Magnificat e a tante altre autrici.
Ciò che resta del fantastico qui appare forse solo un filo invisibile che lega gli esseri viventi e non è una porta che spalanchi il senso della vita. Il “buon male”, che secondo l’autrice può essere anche la letteratura, o l’ispirazione attesa invano per molti anni da una poetessa nella storia forse più delicata e intensa del libro, La donna di Atlántida, spesso è addirittura interiore, è nell’insoddisfazione di rapporti familiari vuoti in cui vi sono distanze più grandi di quelle fisiche, è nel dialogo che manca, è nel chiarimento che si rimanda, è nella difficoltà di accettare incidenti e drammi e in qualche modo sciogliere i nodi, lasciare andare ciò che non si può più cambiare.
In storie che Schweblin spiega che hanno solitamente una qualche ispirazione reale o autobiografica, ciò che inquieta quindi è ciò che non si riesce a dire e ad affrontare, è il mal di vivere a cui ci si abbandona e la cura che può salvare. È l’avventura che spiazza e affascina, è una paura che improvvisamente mette in discussione le certezze e ti dà l’impressione di impazzire, senza però possedere un fondo mistico-filosofico come i koan zen e senza sfociare nel surreale, come accade nei racconti forse ancora più “perturbanti” di Coniglio maledetto della sudcoreana Bora Chung.
Da expat a Berlino, a contatto con più culture e mondi, Schweblin non ci conduce in storie locali, ma universali e solitamente perfettamente razionali, anche quando giocano con la morte. Molti suoi personaggi sono infatti attratti da un cupio dissolvi che non ha niente di decadente o affascinante: è quasi stanchezza o interrogativo inquietante e quasi arreso davanti al mistero impenetrabile del fato, un mistero con cui la scrittrice argentina sembra quasi “flirtare” in ogni momento, spandendolo come un’aura in un quotidiano a tratti persino banale, ma lasciandogli la sua natura insondabile. Questo mistero è così quello di uno strano schiaffo del destino, che turba e fa riflettere, ma non avrà mai un “perché”.
“D’ora in poi deve imparare a stare in piedi da sola”, dice nella sua “pedagogia della crudeltà” il vicino di casa-cacciatore alla protagonista del primo racconto, Benvenuta tra noi: Il buon male, infatti, accade dentro e fuori, sconvolgendo più vite in pochi attimi; ogni personaggio reagirà e si adatterà come riuscirà. E nelle modalità in cui si sopravvive e si va avanti, nel silenzio, o cercando un ultimo contatto impossibile con l’altro, forse sta proprio il segreto dell’esistenza.
Un libro consigliatissimo, che non può lasciare indifferenti.
Samanta Schweblin è nata a Buenos Aires nel 1978. È autrice di romanzi e racconti tradotti in più di quaranta lingue. Con le sue due prime raccolte ha ottenuto i premi Fondo Nacional de las Artes e Casa de las Américas. Con il suo primo romanzo, Distanza di sicurezza, adattato per il cinema da Claudia Llosa, ha vinto lo Shirley Jackson Award e il Tournament of Books, ed è stata finalista all'International Booker Prize. Con Sette case vuote ha vinto il Premio Ribera del Duero per la narrativa breve e il National Book Award. È stata insignita di importanti premi alla carriera come il Premio Konex e il Premio Iberoamericano de Letras José Donoso. Alcuni suoi racconti sono apparsi su «The New Yorker», «Harper's Magazine», «Granta», «McSweeney's» e «The Paris Review» e hanno ricevuto numerosi riconoscimenti come i premi Haroldo Conti, Juan Rulfo e O. Henry. Da oltre dieci anni vive a Berlino, dove scrive e insegna scrittura creativa.