Raymond Chandler La sorellina
Adelphi, collana Fabula, 2026, traduzione di Gianni Pannofino, 296 pagine, 20 euro Letteratura Straniera | Romanzo | Noir
31/03/2026 di Franco Bergoglio
Los Angeles è facile da odiare, facile da schernire, facile da ridicolizzare. Così scriveva Raymond Chandler (1888-1959) aprendo un articolo sul tema degli autori di Hollywood (Writers in Hollywood, The Atlantic, 1945). Chandler provava per la città sentimenti ambivalenti: amore e odio, tenerezza e rabbia. Per alcuni critici lo scrittore ha mitizzato L.A. prima (e più di chiunque altro) affidandole il ruolo di co-protagonista nei noir hardboiled di Philip Marlowe, il detective da lui creato imitato da legioni di scrittori. Io preferisco una tesi più radicale: Chandler è l’inventore tout court di Los Angeles. Non si pensi che questa sia una boutade per fare una frase a effetto: parto dalle cose illuminanti scritte da Frederic Jameson,
uno dei più grandi critici letterari viventi che a Chandler ha dedicato anni di studio raccolti in Raymond Chandler. Detections in Totality (2016, si trova anche tradotto in italiano da Cronopio). Chandler inventa per Marlowe una Los Angeles immaginaria così potente da diventare una profezia che si autoavvera.
Tutte le opere di Chandler sono in corso di pubblicazione presso Adelphi. Non sono poi tante: l’autore pubblicò il suo primo folgorante romanzo, Il grande sonno, nel 1939, quando aveva cinquant’anni. Se questo da un lato fa sperare ogni scrittore in erba al mondo che a qualunque età si può esordire, dall’altro non dice dei lunghi anni di apprendistato passati a limare la sua arte nel raccontare scrivendo per le peggiori riviste pulp d’America. Il romanzo La sorellina -ora in libreria per Adelphi nella traduzione di Gianni Pannofino - è apparso per la prima volta nel 1949. In italiano uscì nella collana del Giallo Mondadori nel 1950 come Troppo tardi. La storia è ambientata a Los Angeles alla fine degli anni '40 e segue le indagini di Marlowe su un caso di persona scomparsa e un piano di ricatto incentrato su una diva di Hollywood. Marlowe arriva sempre troppo tardi per impedire un omicidio o catturare il criminale. Anche nel finale arriva a rilento e questo giustifica il primo titolo italiano. La prosa è Chandler in purezza, invecchiato dieci anni rispetto al Grande sonno.
Malibu. Altre star del cinema. Altre vasche da bagno rosa e azzurre. Altri letti ben imbottiti. Altro Chanel No 5. Altre Lincoln Continental e Cadillac. Altri capelli scompigliati dal vento e occhiali da sole e pose e voci pseudoraffinate e princìpi morali da spiaggia. Ehi, aspetta, ci sono tante brave persone che lavorano nel cinema. Hai un approccio sbagliato, Marlowe. Non sei umano, stasera. Ho sentito l’odore di Los Angeles prima ancora di arrivarci. Odore stantio e vecchio, come di un salotto rimasto chiuso troppo a lungo. Le luci colorate, però, ti ingannavano. Le luci erano meravigliose. Bisognerebbe fare un monumento all’inventore delle luci al neon. Alto quindici piani, del marmo migliore. Lui sì che ha creato qualcosa dal nulla. Le luci al neon dominano questo sconfortante panorama urbano. Il sogno di Hollywood puzza di incubo fin dall’inizio. Il monologo interiore lascia il posto a dialoghi altrettanto crepuscolari.
« Un tempo mi piaceva, questa città » ho detto tanto per dire qualcosa, per non stare ad arrovellarmi troppo. « Molto tempo fa. Il Wilshire Boulevard era fiancheggiato dagli alberi. Beverly Hills era una cittadina di campagna. Westwood, nient’altro che colline spoglie e terreni edificabili che venivano via a mille dollari o poco più, e che nessuno voleva. Hollywood, un ammasso di case di legno lungo la linea interurbana. Los Angeles, solo un’enorme distesa assolata e secca, con brutte case e zero stile, ma la gente era affabile e pacifica. C’era esattamente lo stesso clima di cui adesso tutti parlano a sproposito. Si dormiva in veranda. Alcuni gruppetti di persone che si consideravano intellettuali la chiamavano l’Atene d’America. Non lo era, certo, ma non era neanche il postaccio illuminato al neon che ora è diventata.
Di nuovo i neon, già protagonisti in più di una pennellata del romanzo. Il neon è l’artificiosità cruda di L.A.
Puoi anche vivere a lungo a Hollywood e non vederne mai la parte che usano nei film. « Ah, c’è Torrance, in questo film». Dick Torrance, all’epoca, era uno dei più gettonati tra i divi di seconda fascia, uno di quegli attori, non così rari a Hollywood, che nessuno vuole davvero, ma che tanti finiscono per scritturare in mancanza di meglio.
Altro che arte, altro che immaginario americano. Il cinema è cartapesta, incubo distopico e gli attori (ma vale per tutti quelli che lavorano nel cinema) vengono macinati in questo ingranaggio malevolo.
Incredibile quello che può fare Hollywood anche alle persone più anonime. Trasforma in una sfolgorante reginetta di stile la sciacquetta più scialba, che dovrebbe limitarsi a stirare le camicie di un camionista; eleva a eroe virile dagli occhi di fuoco e dal sorriso luminoso, grondante sex appeal, un comune ragazzino troppo cresciuto che farebbe meglio ad andare a lavorare portandosi il pranzo da casa; e da una cameriera di drive-in texana, con l’alfabetizzazione di un personaggio dei fumetti, sa tirar fuori una cortigiana d’alto bordo, sposata sei volte con sei milionari diversi e, alla fine della fiera, così blasée e decadente da coltivare la fantasia di sedurre un facchino sudato in canottiera.
Qualcuno di questi personaggi poi Hollywood lo trasforma in un assassino vero...conclude Marlowe la sua riflessione. Che dire di più? Se amate l’hardboiled, i film noir anni Quaranta, i detective duri, qui siete nel cuore esatto di tutto.