Raymond Carver

Raymond Carver Cattedrale


Edizioni Minimum fax

di Francesco Ongaro
È difficile parlare dei racconti di Carver a chi non ne ha mai letto uno. Carver è uno di quegli autori che si apprezzano – o si disprezzano; è raro il caso di una via di mezzo – solo leggendo la loro opera. Desista subito chi cerca colpi di scena, finali a sorpresa, fantasmagorie di immagini, fuochi d’artificio. Cattedrale, il racconto che dà il titolo alla raccolta, narra di un uomo che intrattiene un cieco, amico della moglie, che è andato a far loro visita. E nel corso della serata si trova a spiegargli come sia fatta una cattedrale. Tutto qui. A descriverlo in questa maniera, mi rendo conto, lo si svilisce; la banalità della trama non invoglia. Eppure, una volta terminata la lettura si prova la sensazione precisa di aver letto qualcosa che durerà, di aver varcato una soglia invisibile. La scrittura di Carver sospinge in un’atmosfera densa, che circonda il lettore quasi con noncuranza, avviluppandolo nelle sue docili spire. È come se lo segnasse indelebilmente. Il suo più grande pregio è la capacità di raggiungere l’essenza – o forse l’essenzialità – delle situazioni e di tradurle in testo. Nei suoi racconti ci sono le emozioni - senza che possa arrivare a definirlo un lirico - e minuziose descrizioni di ambienti e personaggi - ma non è realismo -. Nei suoi racconti Carver traspone la vita; la vita così come ciascuno di noi la conosce, con la sua drammaticità e la sua insensatezza, la sua noia e la sua insignificanza, le sue gioie e le sue disillusioni. Del resto, non è forse grande scrittore chi riesce a tradurre il quotidiano in parole, a farci dire “si è così, questa è quello che io conosco, che io ho conosciuto”?
Per il suo stile, c’è chi lo ha chiamato minimalista. Ma è una definizione che Carver non ha mai apprezzato; in una certa misura lo percepiva come depauperamento del suo lavoro. Le frasi brevi che si susseguono con ritmo cadenzato, a volte prive del predicato verbale. Periodi formati da un’unica principale che, al massimo regge una secondaria. Non è afasia, mancanza di idee, silente ineffabilità, ma costante e laboriosa ricerca formale. Chiunque abbia avuto a che fare con lo scrivere, non può non riconoscere l’immenso lavoro di bulino e di cesello di Carver, per togliere il superfluo, scaglia a scaglia. I dialoghi all’interno delle situazioni sono assolutamente credibili, sia nei momenti drammatici – come in Una cosa piccola ma buona, dove due genitori accettano la recente morte del figlio scoppiando in lacrime nel retrobottega di un pasticciere, o in Febbre, dove il protagonista, sfebbrandosi, supera la separazione dalla moglie che l’ha abbandonato con i figli – sia nei momenti più quotidiani – come nella cena tra amici di La casa di Chef -. Tutto è credibile perché le pagine pulsano ancora della vita reale alla quale sembra siano state strappate.
Si può pretendere di più da un scrittore?