Premio Strega La cinquina del Premio Strega: tra memoria collettiva e ricordi personali
L’anniversario, Feltrinelli; Chiudo la porta e urlo, Mondadori; Perduto è questo mare, Rizzoli; Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia, TerraRossa; Quello che so di te, Guanda Narrativa Italiana | Romanzo
05/06/2025 di Laura Bianchi
È stata annunciata la cinquina dei libri finalisti della settantanovesima edizione del Premio Strega, e possiamo dire che la narrativa italiana gode di ottima salute. Lungi dal fare pronostici, voglio qui proporre una sintesi delle cinque opere, evidenziando analogie e differenze contenutistiche e stilistiche. Si tratta comunque di lavori di grande valore, sia detto; anche se sono stati esclusi a priori libri che avrebbero meritato almeno di entrare nelle semifinali, come lo splendido e straziante I giorni di Vetro di Nicoletta Verna, o l'implacabile Il fuoco che ti porti dentro, romanzo di Antonio Franchini, o ancora l'epico e ironico La guerra dei Traversa, di Alessandro Perissinotto, la qualità media è molto alta, e tocca alcuni temi costanti, con significative variazioni, di cui si potrebbe discutere a lungo, ma che danno la misura della vitalità di una scena letteraria, che sa intercettare le ansie e le tensioni della società, pur con modalità differenti.
Una tematica comune, in quattro opere su cinque, è il ricorso a una forma narrativa che privilegia l'uso della prima persona, pur smarcandosi in quasi tutti i casi dallo smaccato autobiografismo. La centralità dell'io autoriale, e della sua storia, incrocia però temi che si possono rintracciare anche nell'unico romanzo non scritto in prima persona, ossia Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia, romanzo d'esordio di Michele Ruol, di professione medico anestesista, ma anche autore teatrale, che anatomizza una perdita familiare immane, la morte di entrambi i figli in un tremendo incidente d'auto, scomponendola in minuti dettagli: novantanove oggetti, che rimandano ad altrettante situazioni e ricordi familiari, tracce, o meglio reperti, di un vissuto comune irrimediabilmente frantumato in seguito alla tragedia. Eppure il tema cardine, la famiglia, coi suoi silenzi e le sue solitudini, le incomprensioni e gli affetti, non è trattato con minor partecipazione, e nemmeno l'artificio di chiamare Padre, Madre i genitori, Maggiore e Minore i figli - artificio che richiama certo teatro grottesco o espressionista - impedisce all'autore di fare trasparire una profonda compassione per un dolore indicibile, innominabile (non esistono parole che definiscano un "orfano di figli"), e perciò difficilissimo da descrivere. Sottotraccia vediamo anche l'evolversi delle relazioni interpersonali sullo sfondo di un'Italia che cambia, con generazioni che poco hanno da condividere, e che rischiano di non incontrarsi mai, a meno che non intervengano eventi che accorcino le distanze, e i padri - compresa la coppia genitoriale al proprio interno - abbiano l'umiltà di riconoscersi bisognosi di affetto e di cure. Quello di Ruol è un romanzo intenso, che lascia il segno nel lettore, e che ci interroga, tutti, sfiorando il tema della salute mentale con profondità e delicatezza insieme.
La famiglia, quella borghese, è protagonista anche del racconto autobiografico degli altri quattro libri, anche se affrontata in modi diversi. Elisabetta Rasy, con Perduto è questo mare, e Paolo Nori, con Chiudo la porta e urlo, parlano anche della propria famiglia, quella di origine e quella attuale, in controluce, mentre il focus principale è sulla vita e sulle ragioni poetiche di due scrittori molto diversi tra loro, ma ugualmente importanti per la letteratura italiana. Rasy, attraverso il ricordo delle "vite parallele familiari", la sua e quella dello scrittore Raffaele La Capria, si muove per emanciparsi dalla semplice biografia - e autobiografia - e creare un affresco di una Napoli che ricalca, nelle immagini e nei temi, quella di Ferito a morte, in cui la società italiana, coi suoi cambiamenti, si riflette in una città - mare, liquida e profonda insieme, che può rivelare, sotto la sua superficie, turbolenze e turbamenti.
Se il tono usato dalla scrittrice è ispirato e drammatico, nella rievocazione di rapporti familiari complessi e solo in parte fallimentari, quello che sceglie Nori è totalmente opposto, in linea con la cifra ironica e autoironica tipica dello scrittore fin dai tempi di Spinoza. Il suo omaggio alla vita e alle opere di Raffaello Baldini, poeta di Sant’Arcangelo di Romagna, coltissimo filologo, cultore del dialetto locale, è pulsante di ricordi personali, familiari, che dialogano con l'esistenza dello scrittore, di cui è celebrata la poetica e con cui Nori indaga sul senso della vita e della poesia, quella di Baldini, la nostra, ma soprattutto la propria, perché "leggere Baldini, dall'inizio alla fine, le poesie, e il teatro, significhi rivedere la tua città, la tua strada, i tuoi amici, le tue fidanzate, i tuoi treni, sentire la voce di tua mamma che ti chiede cos'hai...tutte le volte che ti sei sbagliato, tua mamma, tuo babbo, tua nonna, i tuoi fratelli, le tue sorelle". Ed è inevitabile, leggendo il libro, risentire la voce di Nori, conosciuta grazie ai suoi podcast e alle letture: così marcatamente parmense, così intrinseca al contenuto che si legge, come se veramente il mezzo e il messaggio coincidessero.
Di tutt'altro tono, eppure sempre legati all'intreccio tra storia e famiglia, che si fa anzi ancor più marcato, sono Quello che so di te di Nadia Terranova, e L'anniversario, di Andrea Bajani, che è già stato insignito del Premio Strega Giovani. Entrambi gli autori scoprono in modo palese, anche se velato dall'arte poetica, un vissuto intimo, che li coinvolge direttamente: la prima, madre contemporanea, con tutte le lacerazioni che questo può comportare rispetto al modello patriarcale introiettato da un'educazione meridionale, esplora la vita di Venera, sua bisnonna, che nel 1928 venne internata in un ospedale psichiatrico, il Lorenzo Mandalari di Messina. La "mitologia familiare" evocata da Terranova si scontra con verità sottaciute, e la voce narrante, che ora, in quanto madre, ha una responsabilità precisa nei confronti della figlia, scandaglia gli abissi delle ragioni - o sragioni - che hanno portato alla reclusione della bisnonna. Il tutto in una Sicilia che, come avviene in una scena memorabile, fa da sfondo al ritorno di una donna che solleva - letteralmente - la polvere della casa dei ricordi, e insieme agisce da medium per riportare in vita una donna troppo silenziosa.
Bajani ambienta la vicenda della propria famiglia al Nord, in una indistinta Torino del dopoguerra, in una “famiglia sventurata”, padre manipolatore e nevrotico, irrisolto e inetto, madre silenziosa e passivo aggressiva, sorella in fuga perenne, per ricordare un anniversario preciso: non quello del matrimonio dei genitori, bensì il giorno in cui, dopo una serie di tentativi - ipocriti, e perciò falliti - di allontanamento momentaneo, il protagonista decide di abbandonare i genitori e di non rivederli mai più. Da allora, scrive il narratore, sono passati "i dieci anni migliori della sua vita". Già questa distinzione tra protagonista e narratore, che emerge in più punti, dovrebbe fare riflettere: Bajani scompone l'io narrante in due, li fa dialogare a distanza, ed esercita la propria autorità autoriale nel disvelare psicanaliticamente un'uccisione simbolica, quella dei padri, operata dal figlio che non li uccide, ma li abbandona, e, pur senza rimorsi, li fa rivivere nei ricordi, a distanza di tempo e spazio. L'uccisione viene riversata sulla pagina con un'esattezza calviniana, che, se da un lato può risultare perturbante, dall'altra avvince il lettore, e gli propone un terzo romanzo: quello dell'intera famiglia, in cui ognuno dei componenti è portatore di una personale verità. Non a caso Bajani ha posto al titolo un sottotitolo “un romanzo”, a significare l'inattendibilità non solo del se stesso narratore, ma del narratore in senso lato. Perché, quando si parla di famiglia, si ha a che fare con una molteplicità di punti di vista, e di passaggio del tempo, che non può curare ogni strappo, ma semmai, come scrive Ruol, può "concedere di assistere a nuove fioriture a chi ha la pazienza di aspettare“.
Per questi motivi, e per molti altri, leggere i cinque romanzi allarga cuore e mente. E vinca il migliore.