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Peppino Ortoleva

Miti a bassa intensità. Racconti, media, vita quotidiana

Peppino Ortoleva


Einaudi, 2019

di Franco Bergoglio
Miti a bassa intensità (ma alcuni sono ad alto voltaggio rock)

 Ciascuno ha i propri miti e uno dei miei è la PBE (Piccola Biblioteca Einaudi). Ricordate? Le copertine hanno subìto un restyling grigio-design, mentre nel passato si caratterizzavano per il tono lattescente (retaggio degli Dei bianchi dell’Architettura? Andrebbe chiesto a Tom Wolfe…) con un riquadro il cui colore segnalava l’argomento: economia, politica, sociologia, storia, critica letteraria, eccetera.

Quei libri proponevano una saggistica “di peso” e la collana si auto-lodava dalla quarta di copertina: «Una guida al mondo del presente (…). Un discorso unitario di scienza e storia».

Peppino Ortoleva, teorico notevole della storia della comunicazione, già preside della omonima Facoltà torinese, conferma, con questo libro (Miti a bassa intensità. Racconti, media, vita quotidiana, Einaudi 2018), la funzione “alta” dei PBE di un tempo: affronta di petto il tema del mito, lo sottrae ai ricordi scolastici dell’epica greca e lo trascina nella contemporaneità. I miti non hanno abdicato alla funzione di «costruire ponti tra il vissuto e il cosmo», continuano a esistere ma funzionano diversamente. Ortoleva spiega che la scienza, l`industria culturale, la società di massa, la secolarizzazione ne hanno cambiato il modo di produzione e diffusione. Non hanno cancellato i miti passati, ma ne hanno sovrapposti di propri. La dimensione religiosa/rituale è tramontata insieme ai vari paradisi e esseri divini, eppure il mito resiste, cambia pelle e "intensità".

Il mito è dinamico, vive nella continua circolazione. La rete accelera la velocità ma attenua l’intensità: dal divo del cinema si passa agli influencer. Cambia la gradazione ma il sistema fotografato da Ortoleva si materializza davanti ai nostri occhi. I miti continuano a spiegare il mondo: sapere scientifico e tecnologico non li fermano. In qualche modo si continua a raccontare l’invisibile, magari tramite i grandi enigmi irrisolti o le figure di vampiri e zombi.

Esaurite con l’avvento dell’industria culturale le narrazioni mitologiche o religiose, quali sono i miti a bassa intensità? L’autore propone un elenco che comprende: «Racconti radicati nel mondo detto della fiction ma anche nella costruzione giornalistica, giorno dopo giorno, del mondo; leggende urbane e storie d’amore; narrazioni politiche istituzionali (come quelle alla base degli stati nazionali) o insurrezionali, come il sogno bisecolare della Rivoluzione; sono le storie degli “eroi del nostro tempo”, i genî dell’invenzione e dell’arte, i divi, i campioni sportivi». Per i miti a bassa intensità, nota Ortoleva, bastano competenze diffuse e che si acquisiscono in modo rapido e perfino inconsapevole, consumando prodotti.

 Lasciamo il campo agli esperti e passiamo a esempi specifici del mito a bassa intensità, uno per tutti il poliziesco: genere novecentesco che aggira le barriere letterarie (personalmente l’ho fatto reagire con il jazz in Sassofoni e pistole).

«Edmund Wilson paragonava il poliziesco a “un vizio innocuo come il fumo” e vedeva nella tendenza di tanti appassionati a, finito un romanzo giallo, a cominciarne subito un altro, la prova della scarsa qualità di queste opere. (…) quello che per lui è il difetto intrinseco del genere è invece la chiave non solo  del successo, ma del suo stesso senso quale parte della mitologia moderna: il poliziesco “risolve” di volta in volta il mistero e lascia insoddisfatto il lettore, in quanto resta irrisolto un mistero più di fondo, quello non della singola morte ma della morte in quanto tale».

Inquadrando il poliziesco come mito a bassa intensità Ortoleva precisa che: «La forza del poliziesco sta nel tradurre il Mistero della morte, “il più sacro dei misteri del mondo” secondo una formula egizia, in un enigma terreno, quello della sua causa, che si presenta  al lettore/spettatore prima di tutto come un passatempo».

Il poliziesco non stanca mai i lettori nonostante il ripetersi ciclico delle storie, quel processo che Theodor Adorno nei Minima Moralia definisce una domanda di “nuovo e sempre uguale” perché li scuote su temi essenziali della vita (e della morte). Similmente Sassofoni e pistole individuava nella “ricerca della verità”, uno dei motori del romanzo giallo. La “caccia” della verità si muove per approssimazioni successive e i detective applicano nelle loro indagini l’apertura mentale della quale fanno uso gli improvvisatori nel miglior jazz. Questa risposta cuce insieme la radice illuministica scientifica con un certo afflato religioso (più protestante che cattolico) nella ricerca della verità tramite l’arte.

  Altro mito di carta/celluloide connesso al poliziesco è quello tragico del gangster perdente, il loser che descrive la parabola rapida di una stella cadente. Un leit motiv degli anni Sessanta. «Lo spettatore è invitato a identificarsi con i belli e dannati un po’ come nello stesso periodo faceva con i divi del rock uccisi nel pieno della giovinezza, da Jim Morrison a Janis Joplin». Qui l’autore amplia l’orizzonte verso uno dei miti più duraturi del rock, quello del club 27 che raccoglie in un pantheon “elettrico” i personaggi che non hanno mai salutato l’alba dei trent’anni, come, tra gli altri esempi citati, Jimi Hendrix o i contemporanei Kurt Kobain e Amy Winehouse. Seguendo la vulgata (tra i tanti libri sul tema cito Elisa Giobbi, Rock `n` roll noir. I misteri, le relazioni e gli amori del Club 27, Arcana 2016 e Chris Salewicz, Club 27. La maledizione del rock e la morte degli dei, Shake 2018), possiamo aggiungere i sulfurei Robert Johnson e Brian Jones. Ora s’impone una considerazione a margine, nel solco delle tesi di Ortoleva. Il rock possiede un aspetto “divino”, che esplode letteralmente da alcuni personaggi, dall’aura che li circonda, dall’adorazione e dal fanatismo (termini religiosi, quanto musicali) che avvolge quelle figure di aspetti che travalicano la musica e la fisicità dei loro corpi. Il titolo di uno dei libri citati, con “morte degli dei”, allude a questo sottotesto, dove la morte nel pieno del fulgore rappresenta il sacrificio, il martirio, la consacrazione nel campo del divino e, per l’intensità emotiva e fisica che può raggiungere “il rito rock”, potremmo forse accostarlo a un mito “alto” del passato.

Ortoleva richiama anche le leggende urbane che fioriscono sulla morte di McCartney desunte dalla copertina di Abbey Road o le frequenti apparizioni in giro per l’America di Elvis Presley. Aggiungiamo qualche nome alla lista? I non-morti Jim Morrison o Michael Jackson, fino al gangsta rapper Tupac Shakur. La spiegazione di solito è questa: troppe pressioni economiche, troppi casini personali: si inscena una finta morte e via. Dietrologia? Certo, però negli anni Sessanta, quando era ricercato dalla polizia di mezza America, lo scrittore Ken Kesey (Qualcuno volò sul nido del cuculo) pensò di scomparire in Messico, inscenando un finto incidente stradale. La cosa funzionò, anche se per poco tempo: kesey era un guru della controcultura e i messicani non ci misero molto a notare il via vai di merry pranksters, sbandati, spaccia, autostoppisti spaziali, acerbe adolescenti in minigonna in fuga da casa che circondava il buen retiro dello scrittore. Kesey dovette tornare e affrontare la giustizia, ma il mito della “scomparsa rock” resiste. Impossibile ammettere che certi nostri idoli siano qualcosa meno che immortali. Il jazz ha costruito attorno al sacrificio ultimo di John Coltrane una vera chiesa con tanto di officianti e sante messe, mentre la Electric Church di Jimi Hendrix è rimasta solo un titolo, un pensiero a colori da frikkettone. Si tratta comunque di  forme, potremmo pensare, di mito a bassa intensità che tende al mistico/religioso.

Ultimo tema, ben noto a chi si occupa di musica, è il discorso sui supporti, sugli strumenti necessari alla fruizione. Qui è necessario dare spazio a due ampie citazioni dal libro.

«L’industria culturale che ha presieduto all’originario sviluppo della nebulosa della bassa intensità era l’industria dei contenuti, tra fiction e giornalismo, in un compromesso sempre delicato  (…) tra la ripetitività delle tecniche di produzione e ri-produzione e la ricerca, da parte del pubblico, di sorprese e di attualità: quello che abbiamo stigmatizzato con la formula “il nuovo e il sempre uguale”  I contenuti, tra i quali le narrazioni, avevano un valore economico in sé. (…) E’stato il trionfo della stampa, seguito poi dall’affermarsi di altri media fondati sulla riproduzione di massa come il cinema e il disco, a portare con sé la diffusione di massa dei testi per mezzo della moltiplicazione organizzata delle copie, che è stata a lungo l’ambiente di vita dei miti a bassa intensità. Nel corso del Novecento questo modello ha perso man mano la sua assoluta predominanza, per un verso con l’introduzione di forme di comunicazione di massa simultanee e non fondate sulla riproduzione (la radio poi la televisione), per un altro e soprattutto con la diffusione di strumenti di copiatura sempre più decentrati e capillarmente diffusi: dalla fotocopia al registratore e al videoregistratore a cassette».

Prima di essere merci fruite a costo zero o tendente a livelli minimi, libri, giornali, film, fumetti, canzoni sono state merci con un alto valore, il copyright ne tutelava la proprietà intellettuale, case editrici o discografiche controllavano la proprietà del supporto fisico e biblioteche/mediateche erano i luoghi “sacri” di conservazione.

«Con l’avvento del flusso televisivo, apparentemente gratuito e ininterrotto, e poi a maggior ragione con il web, siamo passati a un ambiente saturo di informazioni (…). Ora ciò che più conta non è tanto la proprietà e il controllo dei contenuti e della loro circolazione, quanto il controllo degli accessi all’informazione, e dei percorsi che tutti incessantemente seguono per raggiungere i contenuti che li interessano, e per connetterli tra loro»(Ortoleva, le citazioni sono tratte dalle pagine 288-296).

 I contenuti sono stati liberati del legame con il supporto fisico, fatto di materiali precisi: carta per i libri e i fumetti, vinile per il disco, celluloide per il cinema. Tutto ora viene processato da un unico megasupporto, la rete (che drena enormi profitti per i pochissimi “padroni del vapore”. Si passa dalla riproducibilità alla replicabilità che mette in discussione il copyright che si basa(va) sul: «controllo monopolistico del diritto di copiatura». Replicabilità significa moltiplicazione di voci, ma anche distorsione e deperimento della qualità dell’informazione. Si sta tornando a un magma babelico, un vociare di sottofondo dal quale emergono i miti orali dove l’uomo modifica le informazioni e le narrazioni a livello individuale, riconnettendole di continuo.