Patti Smith

Just Kids

Patti Smith


Feltrinelli, 2010

di Arianna Marsico
Just kids è una promessa mantenuta. Quella che Patti Smith fece a Robert Mapplethorpe, che potremmo definire non un amante,non un amico bensì un angelo custode:

“Era ciò che desiderava che scrivessi e ho mantenuto la mia promessa. Siamo stati come Hansel e Gretel, ci siamo avventurati nel bosco tenebroso del mondo. Abbiamo incontrato demoni, tentazioni e streghe di cui non avevamo mai neppure fantasticato, e una magnificenza che avevamo immaginato solamente in parte. Nessuno avrebbe potuto parlare per quei due giovani, né raccontare la verità sui giorni e le  notti che trascorsero insieme. Solo Robert e io avremmo potuto raccontarla. L a nostra storia, così la chiamava lui. E andandosene, ha lasciato a me il compito di raccontarla a voi”.

Patti Smith, colei che avrebbe contribuito ad accendere il braciere del punk, è assolutamente fuori dagli schemi anche in questo. Nessuna storia di infanzia infelice, di ribellione alla famiglia. Decide giovanissima di andare a NY ispirata dalle poesie di Arthur Rimbaud per cercare la sua strada nel mondo dell’arte ma senza rompere i ponti con i genitori ed i fratelli, semplicemente per seguire appieno i propri desideri.

E è lì che la ragazza di Chicago nata in anticipo (“Sono venuta al mondo con un giorno di anticipo, troppo presto, perché i bimbi nati l’ultimo dell’anno venivano dimessi dall’ospedale con un frigorifero nuovo”) conobbe Robert, che in qualche modo esordì nella sua vita come un Salvatore, evitandole di salire a casa di un avventore della libreria in cui lavorava  che si stava facendo insistente: “Fu come se uno squarcio di futuro si fosse aperto, affinché , quasi in risposta alla preghiera di un’adolescente, potesse uscirvi quel ragazzo di Brooklyn che aveva comprato la collana persiana”. Fingendosi il  ragazzo di Patti, Robert la salva dal corteggiatore (o potenziale molestatore) e qui inizia la storia vera e propria.

Quella di un’alchimia tra amore arte ed amicizia. Quell’amore puro tra ragazzini, che nulla avevano al mondo se non loro stessi e pochi spiccioli, che diventa un affetto sconfinato quando l’omosessualità di Robert si rivela appieno. Due sentimenti in ogni caso fortissimi ed indistruttibili, anche quando Fred, il “re tra gli uomini” entra nella vita di lei,  sempre oliati dalla ricerca di espressione nell’arte, che sia poesia, musica, pittura o fotografia. Sempre pronti, Patti e Robert, a incoraggiarsi, a gioire dei successi dell’altro come se fossero propri, ad essere vicini anche quando lontani.

E’ una storia che passa per il Chelsea Hotel , il Max e il CBGB. Il Chelsea soprattutto fu per la loro crescita un “tremendo colpo di fortuna”, avendo la possibilità di entrare in contatto con Sandy Daley, Harry Smith, Bobby Neuwirth e tanti altri. E’ il periodo in cui Patti diventa amica di Allen Ginsberg. Ognuno a portare la sua scintilla nei cuori di Patti e Robert, fino a quando la sorte inizierà a mostrarsi generosa con entrambi. E forse il suggello di questo incanto è la foto di copertina di Horses, scattata da Robert: “Ancora oggi, quando la guardo, non vedo me stessa. Vedo noi”.  

Un incanto che non è stato spezzato dalla lontananza. E nemmeno dall’AIDS che si porta via prima Sam Wagstaff, mentore ed amore di Mapplethorpe, e poi Robert.  Qualcosa di così grande che rimane eternato in tutto ciò che ci circonda, terno come l’immagine di due ragazzini a Coney Island.

“Rimasi a guardare il cielo. Le nuvole avevano il colore di un Raffaello. Una rosa ferita. Ebbi l’impressione che l’avesse dipinto lui stesso. L’avrei rivisto. L’avrei riconosciuto. Avrei riconosciuto il  suo tocco. Fu questo che mi venne da pensare, e allora seppi che un giorno avrei veduto un cielo dipinto dalla mano di Robert.”



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