Paolo Vites

Paolo Vites Boomer’s Story. Come la musica ci ha salvato la vita


Arcana, 2026, prefazione di Pier Angelo Cantù, 192 pagine, 16,50 euro Saggi | Musica | Biografie

13/03/2026 di Laura Bianchi

Siamo Boomer, e lo diciamo con orgoglio, Paolo Vites e io, oltre ovviamente a Ry Cooder, che ha intitolato Boomer's Story il suo terzo disco del 1972 ("ignaro del significato che avrebbe preso in anni recenti, in un certo senso anticipò la storia", scrive l'autore). Ma Vites, in questo Boomer’s Story. Come la musica ci ha salvato la vita, decide di dedicare al tema quasi duecento pagine di ricordi, riflessioni, emozioni di una vita trascorsa immersa nelle sette note e negli artisti che sapevano - e sanno - curarci, farci pensare e sognare un mondo migliore. Perché un Boomer ha visto e vissuto dal vivo la crescita e l'affermazione di un periodo musicale unico, superlativo, dal punto di vista sia delle creazioni, sia della storia del costume, sia dei suoi protagonisti.

Come scrive lo scrittore, giornalista e musicista Pier Angelo Cantù nella splendida prefazione, "c'è un istante in cui (...) la musica smette di essere suono e diventa identità"; ma non solo: l'"impronta invisibile che ha segnato un'intera generazione" è tutta qui, in queste duecento pagine, in cui chi vi appartiene pué ritrovarsi, e chi invece non era ancora nato potrebbe vedere lo specchio di analoghe passioni, seppur con obiettivi diversi. Si badi bene: non migliori, né peggiori, ma di differente segno, anche se con identico slancio, con uguale entusiasmo - almeno, così si spera...-.

"Una canzone può salvarti la vita? Può un canto cambiarla, alterare fondamentalmente il suo corso? Può succedere un momento del genere, magari da diventare parte di ciò che sei, di chi stai per diventare? Trasformare in musica le esperienze, i dolori, la vita e la morte. Sì, può succedere. A me è successo, e non con una canzone sola, ma con diverse.", scrive l'autore, e il lettore non può che essere d'accordo, vista la passione con cui la tesi viene argomentata, con moltissime citazioni, aneddoti, fatti storici, che riguardano i protagonisti della storia del rock, ma che coinvolgono anche l'autore stesso, che si espone come mai prima d'ora, con una schiettezza e un abbandono che ci conquistano, perché lo troviamo simile a noi, inquieti e fragili, sotto una scorza di apparente sicurezza.

La lettura serve anche a chiarirci le idee per quanto riguarda l'influenza del rock sulla generazione dal 1946 al 1964, e il lettore unisce i puntini, prima rimasti irrelati, che possono dipingere un quadro della situazione sociale, economica e culturale dagli anni Ottanta in poi, da quando cioè i Baby Boomers presero il potere nei vari campi, dalla pubblicità alla politica, dalla moda alla cultura. Capiamo così che la riscoperta di Nick Drake fu dovuta all'utilizzo di Pink Moon all'interno di una pubblicità della Volkswagen, che il grido di Jim Morrison “Vogliamo il mondo e lo vogliamo adesso” influì sugli eventi dell'epoca, che la nascita del movimento giovanile venne proprio da quella musica, che parlava del"la ribellione, la speranza, la rabbia, il sogno, (...) il desiderio."

Il racconto intreccia storia collettiva e personale in modo agile; Vites ci fa entrare nel salotto di casa sua, tra giradischi dalla resa acustica scarsa e l'impianto paterno, utilizzato clandestinamente per gustare appieno del suono dei Grateful Dead o del Neil Young di Zuma, oltre ovviamente all'amatissimo Bob Dylan, e ci racconta di un'adolescenza trascorsa alla scoperta di una musica sempre sorprendente, ma anche impegnativa, perché, come scrive, "La musica esige attenzione. Si impone se hai un cuore libero dalla spazzatura che ci travolge oggigiorno, il consumo, l’odio e il cinismo che si avverte ogni volta che ti imbatti in un talk show televisivo."

Per lottare contro il male di vivere adolescenziale, Vites suggerisce una ricetta che, a suo parere, potrebbe salvare la vita: qualche negozio di dischi a portata di mano; un po' di denaro - possibilmente guadagnato in modo indipendente - da spendere; una cassetta in cui riversare le canzoni amate in un mixtape creativo - simile alle playlist di Spotify, ma con più appeal...-; qualche amico con cui condividere ascolti e passioni; riviste musicali che suggeriscano novità - come la mitologica Ciao 2001, bibbia laica per tanti giovani, oppure Muzak, o Gong -; ed eroi come Petty, Springsteen, Crosby, Stills, Nash & Young. Se alla ricetta aggiungiamo la curiosità per indagare l'oggetto disco, dalla copertina - firmata spesso da fotografi di grido, come Mapplethorpe per Horses di Patti Smith - fino ai componenti delle band che costruivano il successo di un lavoro, ecco il motivo per cui quella generazione conserva ancora nel cuore il sogno di un'arte che possa medicare le ferite e riportarci a casa.

Vites non ha paura di condannare le droghe, che hanno accompagnato parte dell'ideologia degli anni Settanta e Ottanta, e che hanno falcidiato giovani ingenui, inesperti o semplicemente soli; ed è esemplare la pacatezza con cui ci fa capire che amare Crosby, o Clapton, non significa necessariamente seguirne l'esempio in stili di vita pericolosi. "Mi ricordo un pomeriggio a casa mia, il figlio della nostra donna delle pulizie che qualche volta passava il pomeriggio con me ad ascoltare dischi, se ne uscì con: “Voglio diventare come Keith Richards”. Ah, impari a suonare la chitarra, rispondeva un ingenuo me stesso. “No, voglio provare l’eroina”. Non lo vidi mai più.", scrive. E noi riflettiamo.

E i dischi? Un critico come l'autore non può esimersi dall'analizzare i capolavori del tempo, e lo fa; ma senza quell'impostazione erudita, enciclopedica, da collezionista senz'anima, che spesso siamo costretti a leggere in lunghe, pedanti, autoreferenziali disquisizioni.Decade, Double Dose, If I could only remember my name, e molti altri, vengono inseriti nel contesto storico e memoriale, nel percorso culturale ed esistenziale dell'autore, intrecciato con quello collettivo, e sono perciò ancora più avvincenti.

La storia nel libro si comprime, dagli anni Ottanta in poi, e speriamo che Vites pensi di approfondire anche questi decenni, compresi gli ultimi, in cui pensa che "La musica è finita", ma in cui si dichiara comunque sereno: "Un giorno mia nipote Greta, che oggi ha due anni e mezzo, se qualcuno avrà conservato i miei dischi, ci metterà mano e scoprirà un mondo che non esisterà più. Ma che noi boomer siamo stati fortunati a vivere"."Le piccole voci ti sussurrano di un tempo felice, se mai hai conosciuto per davvero la felicità."

Così si conclude un'appassionante circumnavigazione attorno a quello che Lacan chiama “'l’oggetto piccolo a', una componente essenziale della psiche, poiché modella desideri, fantasie e identità". Per Vites, il disco è l'oggetto piccolo a. E, credo, anche per moltissimi boomer; ma potrebbe diventarlo anche per i loro figli, e nipoti. Perché "Le piccole voci ti sussurrano di un tempo felice, se mai hai conosciuto per davvero la felicità."


PAOLO VITES Giornalista da oltre trent’anni, ha scritto per le maggiori riviste musicali italiane e per diversi quotidiani nazionali. Ha intervistato i più grandi musicisti internazionali (Paul McCartney, Patti Smith, James Taylor, Joe Strummer) ed è autore di monografie su Bob Dylan, Patti Smith, The Clash e Cat Stevens. Ha inoltre scritto le biografie ufficiali di Francesco De Gregori e Antonello Venditti per il Corriere della Sera e Tv Sorrisi e Canzoni.


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