Paolo Rumiz

Paolo Rumiz Come cavalli che dormono in piedi


Saggi | Viaggi

15/09/2015 di Elena Bertoni
Picio mio noi di Trieste semo ‘ndai in guera nel Quatordici”.

Questo diceva  la nonna al piccolo Paolo Rumiz quando parlava della grande guerra, nonostante le proteste del bambino che affermava che la guerra era iniziata nel ’15 perché così stava scritto nei libri di scuola.  La nonna tuttavia  aveva proprio ragione: per una parte di italiani, abitanti del Friuli e del Trentino, la guerra era iniziata un anno prima. Gli abitanti di queste regioni, allora territorio  Austro ungarico, erano stati infatti arruolati nell’esercito di Francesco Giuseppe e mandati in Galizia, vasta regione che comprende parte della Polonia e dell’Ucraina, a combattere contro il nemico russo, assieme agli altri sudditi degli Asburgo, in una miscellanea di idiomi, razze, religioni.

Seguendo l’ombra del  nonno Ferruccio, che non ha mai conosciuto e di cui è rimasta solo una foto in divisa austroungarica, Paolo Rumiz  intraprende un lungo viaggio in treno verso i Carpazi e la Galizia per rendere un doveroso omaggio a questi caduti Italiani “con la divisa sbagliata”, che sono stati  dimenticati e considerati “traditori” perché hanno combattuto a fianco del nemico.  Va alla ricerca dei cimiteri in cui riposano circa 125 mila triestini e trentini (assieme a friulani, istriani ) e grazie alle segnalazioni della Croce Nera austriaca, che ha dato sepoltura a tutti, che si occupa di mantenere viva la memoria dei caduti in guerra, censisce i cimiteri e li mantiene in ordine, trova i caduti in piccoli cimiteri polacchi e galiziani, perfettamente tenuti e curati, sente le loro voci, ascolta Sepp, Hans, Peppino, voci che parlano italiano, tedesco, polacco, magiaro “piccante come la paprica”, rivive e ci fa rivivere  vicende dimenticate,  la tragedia dei poveri soldati contadini mandati al massacro, del reggimento 97, il più famoso e denigrato dei reparti di fanteria del nord Adriatico, composto da italiani, sloveni e croati dipinti come una banda di assenteisti e vigliacchi, ma in realtà formato da valorosi combattenti  che avevano ottenuto parecchie medaglie.

 Questo è anche un viaggio nel tempo, a cavallo tra passato e presente, tra morti e vivi facendo paralleli con l’Europa odierna che, nonostante due guerre, non riesce ancora  a dirsi veramente unita e assiste passivamente al riaccendersi di focolai di indipendenza, al rinascere di muri e fili spinati, a cortine di ferro.

Quando un mese dopo questo viaggio tutti gli appunti vengono rubati,  lo scrittore vive un momento di profondissima angoscia, c’è  il rischio della perdita della memoria storica, ma in suo soccorso arrivano altri racconti tramandati oralmente, diari custoditi in vecchi bauli, altre storie e altri fantasmi e Rumiz riesce così a portare a termine il suo viaggio proprio là dove era iniziato, cioè a Redipuglia, il sacrario militare dedicato alla memoria di 100.000 soldati italiani caduti durante la Prima Guerra, rendendo così il doveroso omaggio ai caduti italiani per l’Italia e ai caduti italiani per l’Austria.

Libro  splendido, commovente, appassionante e appassionato, che diventa sempre più bello man mano che si procede con la lettura. Alcune pagine sono una poesia dolcissima e malinconica. Non è un classico libro storico ma porta alla luce le vicende storiche di queste terre di confine e  permette di scoprire aspetti della guerra che non vengono citati nei testi scolastici. 

Da leggere.

Paolo RumizCome cavalli che dormono in piedi  - Feltrinelli ed

Pag. 261.  Euro 18,00

 

 


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