Paolo Nori

Paolo Nori Diavoli


Einaudi, 2001, £ 16000

di Simona
LEARCO FERRARI SULL’ORLO DI UNA CRISI DI NERVI Continuano le avventure di Learco Ferrari il quale afferma in questa nuova opera di essere appena uscito da un periodo di crisi grazie al fatto che, quasi casualmente, ha finalmente trovato uno “scopo nella vita”. Questo per lo meno è ciò che direi io se dovessi spiegare a qualcuno la situazione del nostro protagonista ma naturalmente Learco usa altri termini. “Io, prima che telefonasse Unicorno, prima che venissero loro i diabolici, ero messo malissimo che stavo male come un cane. E anche se stavo male come un cane, andavo a lavorare lo stesso, pensa che deficiente.”
Eh già, ma adesso che è diventato diavolo e che ha trovato la sua missione “dividere calunniare confondere” tutto va meglio e lui si sente davvero leggero, leggero con un passo da “anarchico di inizio secolo.”… Diavoli è la polifonica narrazione dei mille e più pensieri e degli aneddoti che attraversano la mente di Learco Ferrari in una giornata qualsiasi dell’anno novantanove del Novecento, “secolo di confusioni”. E i pensieri di Learco ci schiudono un mondo che è quello di tutti noi ma che è reso specialissimo dallo sguardo unico del protagonista: uno sguardo un po’ naif ma con una rabbia che è concretissima. Il mondo di Learco Ferrari è composto dalle sue fisse, dalle telefonate, dalla letteratura, dai tic e dai suoi rituali (entrare uscire aprire chiudere). Naturalmente poi il mondo di Learco è anche composto dai suoi amici, come Giovanna con la quale imbastisce telefonate strampalate, i tre Mario, Bernardina di Milano, gli ex colleghi del magazzinaggio, la gatta Paolo, i genitori e poi baristi commesse passanti. Un mondo popolato inoltre da oggetti e idee fisse che quasi diventano personaggi reali: la sua “macchinina”, gli anarchici di inizio secolo, i numeri (un due tre un due tre) il suo disordine e, soprattutto, l’amore per le parole perché “Io, nella mia vita, tutte le mie disgrazie e tutte le mie fortune sono sempre venute dalle parole. Io quando sono senza risorse, nella mia vita, io mi affido a loro, lascio che siano loro a farmi da bussola, nella mia vita, quando non ho nessun’altra speranza e sono perso nel mare dell’ignoranza. Da dove viene, questa parola? Andiamo a vedere nel dizionario.”
In Diavoli il linguaggio di Nori è ancora più “noriano”, nel senso che in questa opera (rispetto al più famoso Bassotuba non c’è) l’autore fa un uso maggiore di ripetizioni, frasi circolari, parolacce, pensieri aggrovigliati e dipanazioni ancora più complicate. Chi ama nei libri la lingua italiana tradizionale corretta, compunta e puntuale potrà forse non apprezzare appieno i libri di questo scrittore, ma penso che chi accetti di sottomettersi all’estro di Nori abbia la possibilità di conoscere un autore di rara genuinità. In particolare, in Diavoli la lingua di Nori diventa quasi protagonista essa stessa perché ne fa una sorta di lunga partitura giocosa e cadenzata che penetra in testa talmente da indurre a fare momentaneamente proprie le ossessioni strampalate di quel simpatico diavolo di Learco Ferrari.
“Puttana vacca, fare il diavolo sembra una cosa da niente, invece non è mica facile. Fare il diavolo, te ti immagini che puoi spadroneggiare a destra e sinistra, col culo, che puoi spadroneggiare. Che sei giorni alla settimana ti tocca stare cuccio, come si dice, senza dir niente, volare basso, schivare il sasso, come dicono loro, ci vuole pazienza, ci vuole. Meno male che domani è domenica, meno male, che andiamo in giro prestissimo a calunniare, a dividere, a separare, meno male. Dice Ti lamenti sempre, ha ragione, mi lamento. Noi diavoli, ci lamentiamo. Non mi lamento mica perché sto male, no. Nonnonno. Mi lamento perché sono un diavolo. Non sto mica male, io. Stavo molto peggio prima.”

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