Miklós Vàmos

Miklós Vàmos Il libro dei padri


Torino, Einaudi 2006 - pp. 453, € 15.80 Narrativa

di Luca Meneghel
Due eclissi di sole, la prima all’alba del diciottesimo secolo, la seconda al tramonto del ventesimo. Nonno Czuczor apre il ‘700, in un epoca di devastazioni, mentre Konràd chiude il ‘900 battendo i tasti di un Mac. In mezzo dodici segni zodiacali e dodici generazioni. A legare padri e figli un libro di ricca fattura, il “libro dei padri”, presto arricchito da altri volumi: un diario, tenuto dai primogeniti della stirpe Csillag, scritto ad uso dei posteri. Dentro ci stanno le storie personali (il lavoro, l’amore, i figli, la ricchezza, la povertà) legate indissolubilmente alla grande Storia: le dominazioni straniere, le lotte d’indipendenza, i campi di concentramento nazisti, la dittatura russa. In quattrocentocinquanta pagine Vàmos vuole dipingere un affresco della storia ungherese, visto con gli occhi di una semplice famiglia: la Storia e le storie, dicevamo, un intreccio ampiamente collaudato dalla formula romanzesca sin dall’Ottocento; con l’aggiunta, in questo caso, di una lingua “al passo con i tempi”, sempre più moderna man mano che i capitoli, e il tempo, scorrono verso il Novecento. Non troppo originale, certo: ma per stare in piedi, per essere credibile, la saga familiare richiede romanzieri di razza.
E Vàmos, fortunatamente, è un grande scrittore. L’Ungheria, uno dei paesi europei sui quali si è consumata più storia (e più dolore), e l’ebraismo (parte dei personaggi del romanzo sono ebrei, a causa della conversione per amore di uno di loro) offrono all’autore ampio spazio per la costruzione dei propri intrecci, abitati da una moltitudine di personaggi che si trovano a dover vivere la propria vita in contesti storici più o meno fortunati.
Ed è senza dubbio la galleria di personaggi inscenati il punto forte della sua scrittura di Vàmos. Ci sono i primogeniti della famiglia Csillag (accomunati dal magico dono di poter squarciare, nei momenti di difficoltà, parte del velo che cela il passato e il futuro dei propri cari): stampatori, commercianti, cantanti rock, linguisti, musicisti… Ma ci sono anche le loro mogli, i loro amici e i loro nemici, i secondogeniti e terzogeniti: una costellazione che riempie le pagine di un’umanità commovente, serena, straziata, innamorata, amata, sterminata…
“Il libro dei padri” non è perfetto. Tra i difetti, quello che subito balza all’occhio è lo schema troppo rigido che lega i passaggi di generazione: la struttura padre-primogenito, padre- primogenito, padre-primogenito richiederebbe alla lunga maggior inventiva. Quello che riempie la gabbia però, la polpa narrativa, è davvero fantastica: uno spaccato reale e dolente della storia europea degli ultimi tre secoli (con un’orrida cesura culturale e morale, l’Olocausto, che cambia tutto per sempre) accompagnata da quella punta di magia (in questo caso il dono di vedere nel passato e nel futuro, rubando al destino qualche immagine fugace) che solo i romanzi sanno regalare. Intervistato dal «Venerdì di Repubblica», Vàmos ha dichiarato: «Molti lettori mi hanno scritto dicendomi di essere andati, a libro finito, dai nonni e dai padri chiedendo di raccontare le loro storie, e di aver cominciato a trascriverle o filmarle. E quando leggo queste lettere, so che il mio messaggio è stato capito». Un inno alla memoria dunque, e un inno alla famiglia: “Il libro dei padri” sembra dire a tutti noi di non dimenticare per nessun motivo da dove veniamo. E dove stiamo andando.