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Michele Bovi

Anche mozart copiava

Michele Bovi


AUDITORIUM EDIZIONI 2005

di Simone Broglia
Il plagio musicale è certamente uno degli argomenti più interessanti nel panorama variopinto degli studi sulla musica contemporanea e i media. In una società formatasi sulla scrittura e sulla volontà di fermare i processi in divenire, anche una delle arti più “dinamiche” come la musica deve avere una sua forma definita, sia essa scritta o retta da un supporto fonografico. Se a questo retaggio culturale sommiamo la società ed il sistema capitalistico cui l’arte e la popular music sono sottomesse (ma ne ha dato anche i natali) ecco che dal gioco di decidere l’equilibrio tra forma e contenuto e fermarlo non se ne esce.
Entrando nel merito del libro in modo più specifico, il saggio ripercorre giornalisticamente anni e anni di canzoni attraversando epoche e regioni geografiche lontane dove impera sempre e comunque l’istinto, volontario o meno, al plagio.
Si passa così dalle storiche cover degli anni sessanta, l’occhio lungo di Celentano e dei ragazzi del Clan, che sapevano più di ogni altro individuare i brani americani da interpretare traducendoli in italiano.
Michele Bovi non parla solo di cover, traduzioni ma di chi percepisce diritto: il caso della Siae con la nascita dei cantautori che scrivevano musica e testo. In quegli anni l’esame come paroliere o musicista era di una certa difficoltà, ecco allora il fiorire delle ammissioni e false dichiarazioni: il procedimento era quello di scrivere un brano ed in cambio della metà dei proventi utilizzare come prestanome un compositore regolarmente iscritto fra i musicisti.
Chiude il libro la storia del brano registrato nel 1939 da Salomon Linda “The Lion” di cui viene riportata tutta la travagliata e chiaroscura vicenda.
“Anche Mozart copiava” presenta l’intervento di vari autori di musica e compositori, tra cui Gaslini, Morricone, De Simone, Piovani. Proprio le parole di Morricone in quarta di copertina mettono immediatamente luce sulla questione: “la musica orecchiabile, proprio perché tale, assomiglia a qualche cosa già scritta, già proposta alla gente. La mia posizione morale e musicale è che chi ha coscienza di questa professione, pertanto della orecchiabilità forzata di questa canzoni che hanno vita breve, dovrebbe astenersi dal fare cause e controcause per plagi indimostrabili e disturbare i giudici per queste cose”. Nonostante l’eco adorniana del maestro, o forse proprio per questa, di sfiducia verso la canzone, viene colto un dato fondamentale: la canzone assomiglia. E lo fa in partenza cioè in quanto forma-canzone. Ma non solo questo, evidentemente l’idea del maestro, essendo anche compositore di musica “seria”, è fortemente legata alla scrittura della musica. In realtà sono molti i casi in cui la scrittura per la popular music non ha carattere di documento o di contenuto stabile ed immutabile. Un esempio a caso possono essere le partiture di De Andrè in Siae spesso sopra il registro grave della sua voce.
Forse la difficoltà sta proprio nel fatto che la canzone ha tratti caratteristici, che vanno oltre la somiglianza musicale: l’interpretazione, l’arrangiamento, la registrazione, la produzione e soprattutto per dirla con Barthes “la grana della voce”.