Massimo Padalino

Il gioco

Massimo Padalino


Meridiano Zero, 2017

di Corrado Ori Tanzi
Fate entrare la compagnia dei fulminati perché nella storia recitano loro. E a chi fa parte della categoria, pur senza essere stato selezionato nella squadra, le pagine sono dedicate. Imparate a conoscere il Cugino Berto, mestiere meccanico, un amore ossessivo per i Lynyrd Skynyrd e un fare che stonerebbe al ballo delle debuttanti; il suo cagnetto non da sfilata che ha non per niente chiamato Asilvia; un vecchio dipendente di una ditta di disinfestazione, Leone, che da sessantadue anni si spacca il cervello attorno al problema del determinismo; Mina, mestiere maga in tv (ma forse più strega), che invidia Dracula l’Impalatore per come riusciva a infliggere sublimi morti partendo dall’orifizio più nascosto; la di lei nipote Lia che un qualche futuro nella stregoneria fa albeggiare; il Teosofo che vive e respira di metafore; un trans, Giacomo col nom de plume Frine, che ama tanto la nonna ma la deve abbandonare per un più alto ruolo sociale come fare il palo dentro a una Ford Thunderbird.

Il teatro è la terra veneta, aperta campagna. Il destino sta portando in regalo una rapina. La reazione (a proposito di determinismo) non ha una geometria ordinata. Ma siamo dentro a un gioco che, come ogni nostra azione, si crea solo facendolo.

Scrittura tra l’allucinazione di William Gibson e la massiva materiale corposità della parola del Santenocito/Gassman de In nome del popolo italiano, struttura a piani come nel miglior Doctor Who, fiato ora polveroso ora liquido come in uno show di Vinicio Capossela. Insomma, autentica patchanka letteraria Il gioco, primo romanzo di Massimo Padalino, classe 1973, critico musicale e firma per le più celebri testate di settore nonché autore di una serie di saggi dedicati alla musica contemporanea.

Filo narrativo tenuto saldamente in mano, decisa qualità nei dialoghi (la voce della scrittura letteraria che più di qualunque altra fa disastri se non governata con precisione), decisa fantasia nell’assemblare un’équipe di folli talmente impossibili da risultare verosimili abitanti di questo tempo e di quell’angolo di Italia, l’autore ci presenta un teatro grottesco che non si limita ad attribuire l’aggettivazione al profilo dei protagonisti (il che risulterebbe alla lunga un prevedibile esercizio di stile), quanto all’intero intreccio del racconto, la cui architettura si compone di una struttura a strati funzionale al disegno iniziale e realizzata con dovizia senza ricorrere a salvagenti come il surrealismo o l’onirismo, sponda anche di scrittori da best seller.

Un romanzo corposo (non fatevi sviare dall’ordinario numero di pagine, qui siamo nell’ideazione della pagina confezionata in quasi 40 righe composte anche da 70 battute ciascuna), di cui, tanto per trovare la pagliuzza, si può marcare la presenza dell’italico stampo doc che muove le prime esperienze dei nostri nel campo del romanzo.

C’era un tempo, Ottocento suppergiù, in cui l’attenzione maniacale degli scrittori era rivolta alla precisione geografica di ogni loro frase (guai a posizionare nella storia un’ansa di fiume dove il corso d’acqua nella realtà non trova insenatura). Da almeno un paio di decenni (da Almost Blue di Lucarelli, tanto per fermare un’origine), tra i narratori di casa nostra il trait d’union è diventata la corsa alla citazione di titoli di libri/ dischi/ film o alla proposta di nomi di scrittori/musicisti/registi (la cosa vale anche per i recensori, avete fatto caso che ci sono caduto anche io?). Ecco Padalino non sfugge a questo continuo stampo del presente. Ma con tutto il sugo che possiamo gustare col suo gioco, l’autore merita pur di far della vera letteratura con la miseria della sua bravura.

 

Massimo Padalino, ll gioco, Meridiano Zero, 256 pagg., 14 euro