Marta Durán de Huerta Io, Marcos
Feltrinelli, 1995, £ 12000
di Simona
La lettura del libro del 1995 Io, Marcos, a cura di Marta Durán de Huerta, è stato il pretesto per compiere delle riflessioni sulla vicenda della sollevazione zapatista nel Chiapas, in Messico, ma anche lo spunto per concepire un parallelo fra le motivazioni della protesta dell'EZLN e le ragioni che muovono i più recenti movimenti di protesta contro l'ordine mondiale, esplosi spontaneamente in occasione dei congressi di organismi internazionali che si occupano di economia, progresso scientifico e tecnologico ed ambiente. Così, se il Messico lotta per il diritto dei propri cittadini indios alla sopravvivenza, oggi la battaglia di molti in ogni parte del mondo riguarda, da una parte, il riconoscimento della dignità della maggioranza della popolazione mondiale non privilegiata e, dall'altra, la sopravvivenza della terra in modo che non venga mai negato il diritto di ciascuno a godere delle sue campagne, dei suoi mari, delle sue nuvole.
Allora, chi è Marcos? Marcos è il nome del subcomandante dell'Esercito Zapatista di Liberazone Nazionale che ha il suo quartier generale nello stato del Chiapas, in Messico, ma il libro Io, Marcos non parla della sua vita di cui, al contrario, si sa poco o nulla. Pino Cacucci nella sua introduzione è illuminante nello spiegare i motivi della lotta degli zapatisti e la figura di Marcos. Marcos è sub-comandante perché i veri comandanti sono i capi delle diverse tribù indigene che abitano in Chiapas. Marcos è un cittadino messicano, bianco, istruito e un po' sboccato, ed è solo il portavoce del Comitato di Direzione non tanto perché sia il più carismatico, ma semplicemente perché i capi delle sette etnie maya insorte faticano a parlare bene lo spagnolo e non sarebbero riusciti a fare intendere bene le ragioni della lotta, così come a fronteggiare le delicatissime trattative in cui anche le più piccole sfumature del linguaggio vanno soppesate. Del resto non importa sapere chi è Marcos, ed è proprio per questo che il subcomandante non si è mai tolto il passamontagna: non per non essere riconosciuto dagli agenti governativi, non per alimentare l'interesse dei mass media e non per fare del Chiapas la meta di un turismo ideologico modaiolo e spesso insulso, ma perché il fatto di non avere un volto sta a significare che tutti possono essere Marcos. Todos somos Marcos, gridavano nelle manifestazioni oceaniche a Città del Messico: chiunque abbia voglia di affrontare i problemi dei diseredati può guardarsi allo specchio e vedere Marcos. Io, Marcos, quindi, non parla tanto della figura del subcomandante ma è invece un piccolo libro che ripercorre otto mesi di speranza dal gennaio 1994, momento in cui esplose la sollevazione zapatista, all'agosto dello stesso anno, mese in cui si svolse la Convenzione di Aguascalientes nella quale per la prima volta venne presa in considerazione la condizione della popolazione indigena messicana. La Convenzione Nazionale Democratica di Aguascalientes non produsse alcun accordo reale e da allora la trattativa all'interno del Messico si è evoluta molto lentamente tanto che, a tutt'oggi, non vi è stata alcuna soluzione definitiva di fronte alle richieste degli indios messicani: tuttavia nonostante ciò, o forse proprio per questo, è ancora importante ripercorrere i contenuti della lotta zapatista. Innanzitutto appunto perché le richieste avanzate dagli indios messicani rimangono tutt'ora lettera morta e la recente marcia pacifica degli zapatisti su Città del Messico nella primavera del 2001 per seguire da vicino l'approvazione della tanto attesa legge sulle minoranze etniche si è conclusa con l'ennesima delusione per gli insorti, causata da una legge definita come un contentino. Inoltre conoscere le ragioni degli zapatisti può essere interessante anche perché è possibile riconoscere in esse le fondamenta iniziali di un atteggiamento di protesta nei confronti dei paesi industrializzati che, dopo un decennio, sono sfociati nei più recenti movimenti di protesta contro la globalizzazione mondiale.
La protesta degli indios messicani non è una protesta ideologica, l'EZLN non è un partito politico e non aspira ad esserlo, non vuole seggi in parlamento, incarichi governativi o amministrativi ma aspira solo a fare in modo che il governo prenda finalmente in considerazione le esigenze dei cittadini indios messicani. Gli indios chiedono democrazia ma il governo risponde che è impossibile perché la democrazia c'è già, ma per gli indios è chiaro che quel sistema politico non è democratico. Questo fu un punto di conflitto insormontabile e per questo l'EZLN scelse di manifestarsi apertamente per la prima volta con una spettacolare e inattesa marcia di occupazione su San Cristóbal de las Casas (famosa meta turistica del Chiapas con 90.000 abitanti) all'alba del primo gennaio del 1994. Venne scelta una data simbolica perché quello era il giorno della firma del NAFTA (North American Free Trade Agreement), il trattato di libero commercio fra Stati Uniti, Canada e Messico che instaurava il più grande mercato comune del mondo per estensione e numero di potenziali clienti, ma che inevitabilmente condannava a morte i contadini del sud del Messico, in maggioranza indios che praticano sistemi di coltivazione arcaici e certo non competitivi. Di sicuro, però, l'imponente marcia nel capodanno del 1994 lasciò stupefatto il governo messicano e gli stessi partiti di opposizione perché il peso politico di quell'azione e la sua risonanza internazionale non potevano essere fronteggiati con l' indifferenza da sempre riservata agli indios. In realtà l'EZLN si stava preparando da tempo a intervenire, infatti aveva costituito i suoi primi nuclei armati già a partire dagli anni ottanta, ma il governo messicano ne aveva sottovalutato la consistenza numerica e la capacità organizzativa. Oltre ad avere sottovalutato l'entità dei consensi raccolti attorno all'esercito ribelle, l'iniziativa zapatista sorprese tutti anche perché arrivò in un momento storico particolare. Infatti dall'inizio degli anni novanta gli osservatori internazionali andavano registrando la generale pacificazione in tutti i paesi dell'America Latina con la fine delle dittature che avevano macchiato, insanguinato e disonorato un intero continente per decenni. Non solo, ma gli zapatisti resuscitarono la lotta armata proprio in Messico, ossia l'unico paese dell'America Latina che era stato immune da colpi di stato militari e movimenti guerriglieri, nonché il primo paese ad instaurare una Rivoluzione Democratica vittoriosa quasi un secolo prima. Un paese che, possiamo dire, si basava su solide fondamenta democratiche, salvo poi discriminare le minoranze indigene di una regione ricca di possibilità. Infatti il Chiapas è una regione ricca di giacimenti petroliferi, è inoltre un grande produttore di eneregia elettrica e possiede importantissimi allevamenti ma gli indios di quelle regioni vengono lasciati fuori dallo sviluppo, costretti a soffrire la fame e a morire di malattie debellate da anni solo perché i tagli alla sanità pubblica impediscono le vaccinazioni. Comunque sia, è vero che il Messico, a differenza di altri paesi sudamericani, decise di fronteggiare il problema di un'insurrezione armata con mezzi diversi rispetto a quelli utilizzati, per esempio, dal Salvador o dal Guatemala che lanciarano bombe al napalm contro gli insorti. Il Messico schierò tutti i più potenti e sofisticati armamenti ma si giunse alle trattative dopo poche settimane, ossia dopo pochi morti. Furono però morti che pesarono nella storia democratica del Messico. Morti che spinsero l'EZLN a perseverare nella lotta scegliendo, di fronte alla volontà di "dialogo" espressa dal governo, di lasciare sì in silenzio le armi, ma non di abbandonarle perché la trattativa apparve da subito molto difficile. Quando si raggiungono le alte sfere sembra che la via per giungere ad un accordo sia più lineare, invece anche i tentativi di inganno e gli interessi possono assumere strade tortuose e difficili da decifrare, tortuosità alle quali non sono estranee pressioni provenienti dal grande vicino del nord. Dice Marcos:
Le motivazioni della lotta dell'EZLN sono tanto chiare quanto condivisibili. Spiega Marcos: Ma non è tutto. Gli zapatisti dicono un'altra cosa che nessun precedente movimento di lotta armata aveva mai dichiarato in modo tanto esplicito. Ossia il fatto che, una volta raggiunto l'obiettivo di garantire agli indios la possibilità di sopravvivere, non c'è alcun bisogno che l'EZLN continui ad esistere perché in una società civile il governo non deve essere nelle mani di un esercito. Ed è la prima volta che un movimento armato, per bocca del proprio portavoce, critica la stessa logica militare:
Per spiegare la logica dell'EZLN questo libro non ricorre a proclami o appelli, non ripercorre complesse teorie sul capitale e non fa accenni alle sovrastrutture o al superprofitto. E' solo la narrazione di una esperienza che si realizza nel contesto delle comunità indigene messicane. Così si parla anche delle usanze e del modo di vita degli indios del ventesimo secolo. Racconta il subcomandante: Tuttavia un errore che spesso si commette, anche se in buona fede, è quello di assumere un atteggiamento paternalistico nei confronti degli indigeni che vediamo come esseri umani particolarmente teneri e innocenti. Ma è un atteggimento che non serve a nulla, non li aiuta ad integrarsi nella società moderna e non li rende in grado di tutelarsi autonomamente infine, oltretutto, costituisce una visione non corretta della realtà. Ma l'esperienza di lotta all'interno dell'EZLN può essere vista, oltre che dal lato degli indigeni, anche da quello di uomini che appartengono al civilizzato mondo occidentale i quali, nel 1994, decidono di muovere guerra al governo messicano per rivendicare la libertà degli indios di non essere uccisi dalla fame. E si tratta di un'esperienza veramente dura a causa della convivenza, della sopravvivenza in montagna nella selva Lacandona, delle regole all'interno della truppa e della volontaria sottomissione alle più faticose privazioni materiali. Per esempio lo zucchero: incredibile quanto può mancare lo zucchero se sei un guerrigliero. Ma i disagi riguardavano ogni cosa, anche la più elemenrare:
L'originalità dell'EZLN come organismo di insurrezione armata sta nel dichiararsi non ideologico: esso lascia da parte i proclami estremistici e afferma cose molto semplici e anche molto saggie. Affema infatti che è necessario rispettare le minoranze, è necessario aiutarle se siamo in grado di fornire loro aiuto affinché non muoiano di fame. Ma soprattutto gli zapatisti affemano che è necessario un dialogo paritario perché gli indios sono coscenti delle loro radici, sono stati influenzati dalle battaglie sociali del mondo occidentale ma ritornano sempre alle loro radici, ai loro valori, perché sono convinti di essere gli unici che possono salvarli. Inoltre essi rivendicano il diritto di essere integrati nella società così da potere ususfruire dei benefici che questo comporta pur mantenendo le proprie specificità, e non è possibile lasciarli fuori solo perché questo processo è dispendioso. Soprattutto, è necessario prendere atto del fatto che loro esistono, che ci sono, e che non si può continuare a firmare trattati internazionali e ad andare avanti sulla strada del progresso facendo finta di niente e, in questo modo, semplicemente condannandoli a morte. La grande sensatezza, la ragionevolezza, la lucidità e la consapevolezza che traspaiono dalle parole degli zapatisti sono tali che c'è da stupirsi del fatto che siano rimaste inascoltate finora. L'EZLN è insorto contro il governo messicano per rivendicare il diritto di non morire di fame, è insorto ottanta anni dopo Emiliano Zapata per rivendicare lo stesso rispetto della dignità umana e dei diritti civili e per questo è stato combattuto dall'esercito regolare, e per questo ci sono stati dei morti: tutti messicani. Così, dopo lo shock e dopo la consapevolezza che una guerriglia nella Selva Lacandona appoggiata dalla maggioranza della popolazione del Chiapas si sarebbe potuta trascinare per anni con conseguenze devastanti, alla fine il governo accettò le trattative e gli insorti misero a tacere le armi. Ma la trattativa langue mentre rimane la linea dura del governo nei confronti della scelta di lotta armata compiuta dagli insorti e dai numerosi volontari che nel corso del tempo si sono andati aggregando ad essi. Ed allora l'EZLN afferma con forza le proprie ragioni.
Tuttavia riflettendo sulle parole degli insorti messicani sembra che tutto questo non riguardi solo il Messico e, del resto, è possibile identificare discriminazioni, offese, corruzione o indifferenza a qualsiasi latitudine. Certo il dilemma tanto semplice fra vivere dignitosamente o morire di fame non colpisce noi direttamente, questo è vero. Ma messi di fronte a una questione tanto banale quanto drammatica come questa gli indios zapatisti, all'inizio degli anni novanta, fornirono un'anticipazione sulla qualità delle battaglie della società civile alla svolta del secolo: battaglie che, come quella dell'EZLN, si dichiarono prive di ideologia ma semplicemente, pienamente umaniste. Al cospetto delle nuove esigenze del mercato globale o di fronte alle sfide scientifiche poste dal progresso, le grandi decisioni prese dai governi fanno somigliare la condizione dei cittadini occidentali a quella degli indios messicani, costretti a subire disposizioni che li riguardano direttamente senza poter reagire, sopportandone poi tutte le conseguenze sulla propria pelle. In questo senso le nuove battaglie si ispirano allo stesso spirito che ha guidato la lotta zapatista: la necessità far sentire la propria voce al cospetto di istituzioni che ci sovrastano. Istituzioni che non tengono nella giusta considerazione i bisogni di una maggioranza della popolazione mondiale indigente la quale deve ancora soddisfare le necessità primarie dell'esistenza, certo prioritarie rispetto all'obiettivo di raggiungere un adeguato progresso scientifico e tecnologico. O forse dovremmo accettare la condotta generale provocatoriamente illustrata dallo scrittore uruguaiano Eduardo Galeano quando dice: "Pare che bisogna ammazzare i poveri per combattere la povertà"? Ma gli organismi internazionali appaiono sordi anche nei confronti dei reali bisogni della minoranza ricca del pianeta che, nei suoi strati popolari, sembra più interessata ad un miglioramento della qualità dell'esistenza piuttosto che all'accelerazione esponenziale di uno sviluppo che non assicura alcun miglioramento reale delle condizioni di vita, ma che è presentato come necessario semplicemente per stare al passo, per non perdere il treno del progresso. Il progresso per il progresso non è però un traguardo costruttivo, appare fine a se stesso e guidato da una famelica e delirante mancanza di prospettiva. Bisogna allora arrendersi alla corsa dello sviluppo frenetico o bisogna non smettere di affermare che ci può essere anche un approccio diverso, legato alle reali esigenze delle popolazioni e, sostanzialmente, legato al rispetto della terra e di tutti i suoi abitanti? Il Messico ha insegnato che ci può essere, che ci deve essere un altro approccio, che è possibile battere una sentiero diverso. Dopotutto, siamo davvero così sicuri di essere nel giusto? Siamo davvero così sicuri di essere invincibili?